Passo Sataro

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Passo Sataro

Prima Parte

A Passo Sataro c’era sempre tempo per vedersi e incontrarsi con gli amici, e l’Onorevole era sempre il benvenuto ed ospite gradito, sia per festeggiamenti che per incontri di lavoro, ma ora Don Vito  P. lo doveva incontrare nella sede del partito, in paese.

Non era un incontro privato e non era un incontro da tenere riservato, sebbene non pubblico; nessun altro doveva essere presente nella stanza, ma tutto il paese doveva sapere che Don Vito P. e l’Onorevole avevano tenuto un incontro nella sede del partito, l’oggetto dell’incontro lo si doveva immaginare.

Quel giorno don Vito si era fermato a pranzo a casa dei suoceri, sul canalone. Una casa con vista sul golfo, con le finestre e le balconate esposte a mezzogiorno, ed il sole era entrato nella sala da pranzo. Il mare che la notte prima, spinto dal maestrale ed agitato da spiriti inquieti, sembrava volesse divorare la terra, trascinare nei suoi abissi le montagne ed ogni pietra del paese, ora era uno specchio, ed aveva ripreso i suoi colori, e carezzava, mansueto, lo sguardo, specchiando anche quella

 montagna martoriata dal fuoco e che che scendeva tignosa nel mare dove invece dava vita a un caleidoscopio trasparente di colori, di guizzi azzurri e giocose sardine.

Avevano pranzato con i balconi spalancati, e col sole sulla tavola. Gli odori di cucinato si mescolavano a quelli delle alghe marine che i marosi avevano sradicato, dell’alloro con le fave, dei maccheroni busiati freschi, e dell’odore intenso della salsa secca di pomodoro steso al sole ad asciugare in agosto, e del pane sfornato da poco ed ancora caldo nella cucina a fianco.

Durante il pranzo erano rimasti tutti in silenzio,  le uniche parole scambiate riguardavano quelle strettamente legate alle pietanze, alle fave che stavano piantando su altre terre in campagna, ai pomodori che pure stavano piantando, agli ulivi che stavano potando, ed alle pecore che bisognava cambiare con delle razze del nord che raddoppiavano il latte, la lana e la carne, perchè la pinzirita aveva fatto il suo tempo.  I pecorai già sapevano quello che dovevano fare.  Le pecore che si storpiavano non ci perdevano tempo a curarle, le scannavano e le mangiavano sostituendole con le Frisone e le Brune. Si erano scambiati   parole secche, asciutte,  a cui ciascuno sapeva di non dover dare seguito per non cadere in quelle sbagliate che riguardavano gli avvenimenti in atto e lurivugghiu del cimitero. Erano all’ultimo atto delle vicende di sangue che avevano investito gli amici e la famiglia. Nessuno d’altronde aveva parole da dedicare ad altro, da un anno, quando si  parlava, si misuravano le parole e le parole servivano alla conta dei morti  e alla ricostruzione degli agguati e delle sparatorie.

Da un anno i morti ammazzati avevano superato quelli del tifo e della  malaria dell’immediato  dopoguerra.

Come allora col tifo le chiese avevano smesso di suonare le campane ad ogni morto rinvenuto o a gruppi di cadaveri rinvenuti al mattino, un po’ perché le morti erano diventate ordinarie un po’ perché spesso non si riusciva a identificare i cadaveri, appartenuti anche a forestieri che gli stessi carabinieri non distinguevano e non erano in grado di  dare un nome, sbandati della banda Giuliano o del famigerato esercito dell’EVIS, l’esercito del movimento indipendentista siciliano andato in frantumi col Movimento Indipendentista stesso dopo l’approvazione dello statuto siciliano del 1946.

Erano all’ultimo atto della guerra di mafia, un a guerra tra famiglie mafiose per il controllo del territorio che aveva portato decine di morti, l’ultimo caduto a Salemi il giorno prima e portato da un camionista locale al cimitero di Castelvedere,  e ora don Vito  P.  con gli amici avevano deciso il finale della tragedia, e per quel finale ora doveva parlare con l’Onorevole.

Alla fine del pranzo non rimase a prendere il caffè, si avviò verso il bar Messina dove era solito trascorrere il pomeriggio quando era in paese e non era al confino. Si sedeva ad un tavolo da dove vedeva ampiamente la strada e dove potevano venire a salutarlo e ad omaggiarlo; quando era in paese a quel tavolo non sedeva nessuno, era il tavolo di don Vito  P.. Da tempo ormai in segno di rispetto e di sottomissione quanti si rivolgevano a lui, anche solo per un saluto, ritenevano un privilegio baciargli la mano, a parte i viddani comunisti, lui accettava quel segno purché senza troppa enfasi e vanteria.

Ordinò il caffè al barista e fece un segno a Giacomino, il proprietario, che nessuno lo disturbasse. I due picciotti che lo seguivano si mantennero distanti e lui ne chiamò uno, quello che sapeva leggere,  al tavolo per la lettura del giornale. Non voleva pensare, ed ogni qualvolta gli capitava di avere troppi pensieri ad affollargli la mente lui si faceva leggere il giornale, le notizie brevi e le più curiose, ascoltava in silenzio senza commentare neppure con un breve cenno del viso. Così non pensava. Quando predisponeva qualcosa non ci tornava col pensiero, aspettava che gli eventi si dispiegassero per intervenirvi se richiedevano delle correzioni, i fatti gli davano la certezza e la sicurezza di un atto notarile. Ora si richiedeva un intervento dell’Onorevole, per mettere al riparo la conclusione dei sanguinosi scontri degli ultimi tempi. La sezione del partito era nel palazzo di due piani a fianco al bar, al primo piano, e l’Onorevole solo in occasioni di iniziative pubbliche si intratteneva al bar, per salutare gli amici e prendere con loro un caffè, se no tirava diritto e saliva direttamente per andare al partito. Don Vito aspettò che l’Onorevole entrasse nel portoncino, aspettò che salisse le scale e prendesse accomodamento nei locali del partito, aspettò ancora qualche minuto ed infine si alzò avviandosi all’uscita del bar ed al portoncino dove era stato preceduto dall’amico onorevole.

Mentre saliva incontrò Tano, che si fermò sulle scale :

– Don Vito, l’Onorevole è arrivato e vi aspetta.

Tano davanti a don Vito si muoveva come un sacrestano intorno al prete durante la messa.

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