Non è retorica l’antimafia dei ragazzi

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L’educazione alla legalità sta dando frutti

di Maria Falcone*

Se gli mandi la bambina sei una sbirra. Noi non come scimmiette ammaestrate ad agitare bandierine. sa bene neppure cos’è, adorato dai ragazzi e dagli

ci immischiamo con Falcone e Borsellino». A parlare è un mafioso intercettato in una delle ultime inchieste dei carabinieri di Palermo. Un uomo del disonore che aveva paura dei cortei, dei raduni dei bambini, della gente in piazza e, minaccioso, intimava a un’amica, con la volgarità e la protervia tipiche del linguaggio dei clan, di non mandare la figlia alla manifestazione che la Fondazione Falcone organizza ogni 23 maggio per ricordare le vittime della strage di Capaci e tutti i caduti nella lotta a Cosa nostra. Non sorprende affatto che un mafioso parli così e che avverta e tema, prigioniero della sua subcultura, la forza di un movimento che parla anzitutto ai ragazzi e che mostra loro che una vita diversa è possibile. Quel che meraviglia è che la stessa percezione non l’abbia chi, per spessore culturale e morale, dovrebbe cogliere l’importanza anche di certi riti collettivi. La retorica dell’antiretorica va di moda ormai da anni. «Coltivare la memoria è inutile», «le commemorazioni servono solo a chi le fa»: messaggio, questo, che insinua di chissà quali benefici goduti da chi, da 29 anni, fa su e giù per il Paese incontrando migliaia di ragazzi per raccontare loro chi erano Falcone, Borsellino, Cassarà, Chinnici, Montana, Zucchetto, La Torre, Dalla Chiesa (l’elenco dei caduti purtroppo è lunghissimo e nel farlo si finisce per far torto a chi non c’è più e pure a chi è sopravvissuto). Quel che rattrista non è che non si riconosca ciò che tantissime associazioni in questi anni hanno fatto prendendosi cura delle coscienze dei giovani, lavorando con gli insegnanti, andando nelle scuole (anche durante la pandemia grazie alla tecnologia). A dispiacere è la descrizione dei ragazzi che partecipano alle iniziative come scimmiette ammaestrate ad agitare bandierine. sa bene neppure cos’è, adorato dai ragazzi e dagli

ci immischiamo con Falcone e Borsellino». A parlare è un mafioso intercettato in una delle ultime inchieste dei carabinieri di Palermo. Un uomo del disonore che aveva paura dei cortei, dei raduni dei bambini, della gente in piazza e, minaccioso, intimava a un’amica, con la volgarità e la protervia tipiche del linguaggio dei clan, di non mandare la figlia alla manifestazione che la Fondazione Falcone organizza ogni 23 maggio per ricordare le vittime della strage di Capaci e tutti i caduti nella lotta a Cosa nostra. Non sorprende affatto che un mafioso parli così e che avverta e tema, prigioniero della sua subcultura, la forza di un movimento che parla anzitutto ai ragazzi e che mostra loro che una vita diversa è possibile. Quel che meraviglia è che la stessa percezione non l’abbia chi, per spessore culturale e morale, dovrebbe cogliere l’importanza anche di certi riti collettivi. La retorica dell’antiretorica va di moda ormai da anni. «Coltivare la memoria è inutile», «le commemorazioni servono solo a chi le fa»: messaggio, questo, che insinua di chissà quali benefici goduti da chi, da 29 anni, fa su e giù per il Paese incontrando migliaia di ragazzi per raccontare loro chi erano Falcone, Borsellino, Cassarà, Chinnici, Montana, Zucchetto, La Torre, Dalla Chiesa (l’elenco dei caduti purtroppo è lunghissimo e nel farlo si finisce per far torto a chi non c’è più e pure a chi è sopravvissuto). Quel che rattrista non è che non si riconosca ciò che tantissime associazioni in questi anni hanno fatto prendendosi cura delle coscienze dei giovani, lavorando con gli insegnanti, andando nelle scuole (anche durante la pandemia grazie alla tecnologia). A dispiacere è la descrizione dei ragazzi che partecipano alle iniziative

Un’immagine ingiusta dipinta più volte — da ultimo nel commento del giornalista Piero Melati pubblicato su Repubblica Palermo — che disturba perché non corrisponde al vero. E che mostra come dietro la critica, ormai quasi un riflesso pavloviano che scatta a ogni anniversario di omicidi e stragi mafiose, ci sia l’assoluta ignoranza di una realtà che è frutto del lavoro di anni. Le tanto criticate manifestazioni descritte come vuote liturgie sono la conclusione di percorsi complessi condotti insieme ai giovani, dello studio della storia recente del nostro Paese, delle tragedie che sono state vissute e dei risultati, tanti e importanti, conseguiti dallo Stato. Educazione alla legalità vuol dire trasmettere la memoria dei fatti e la consapevolezza dei diritti e dei doveri del cittadino, vuol dire raccontare, spiegare, dare gli strumenti per crescere, per capire quel che è stato e scegliere da quale parte andare. Insomma, per diventare cittadini consapevoli. Il viaggio con la Nave della Legalità, deriso e criticato da chi non l’ha mai fatto e forse non sa bene neppure cos’è, adorato dai ragazzi e dagli

ci immischiamo con Falcone e Borsellino». A parlare è un mafioso intercettato in una delle ultime inchieste dei carabinieri di Palermo. Un uomo del disonore che aveva paura dei cortei, dei raduni dei bambini, della gente in piazza e, minaccioso, intimava a un’amica, con la volgarità e la protervia tipiche del linguaggio dei clan, di non mandare la figlia alla manifestazione che la Fondazione Falcone organizza ogni 23 maggio per ricordare le vittime della strage di Capaci e tutti i caduti nella lotta a Cosa nostra. Non sorprende affatto che un mafioso parli così e che avverta e tema, prigioniero della sua subcultura, la forza di un movimento che parla anzitutto ai ragazzi e che mostra loro che una vita diversa è possibile. Quel che meraviglia è che la stessa percezione non l’abbia chi, per spessore culturale e morale, dovrebbe cogliere l’importanza anche di certi riti collettivi. La retorica dell’antiretorica va di moda ormai da anni. «Coltivare la memoria è inutile», «le commemorazioni servono solo a chi le fa»: messaggio, questo, che insinua di chissà quali benefici goduti da chi, da 29 anni, fa su e giù per il Paese incontrando migliaia di ragazzi per raccontare loro chi erano Falcone, Borsellino, Cassarà, Chinnici, Montana, Zucchetto, La Torre, Dalla Chiesa (l’elenco dei caduti purtroppo è lunghissimo e nel farlo si finisce per far torto a chi non c’è più e pure a chi è sopravvissuto). Quel che rattrista non è che non si riconosca ciò che tantissime associazioni in questi anni hanno fatto prendendosi cura delle coscienze dei giovani, lavorando con gli insegnanti, andando nelle scuole (anche durante la pandemia grazie alla tecnologia). A dispiacere è la descrizione dei ragazzi che partecipano alle iniziative

Un’immagine ingiusta dipinta più volte — da ultimo nel commento del giornalista Piero Melati pubblicato su Repubblica Palermo — che disturba perché non corrisponde al vero. E che mostra come dietro la critica, ormai quasi un riflesso pavloviano che scatta a ogni anniversario di omicidi e stragi mafiose, ci sia l’assoluta ignoranza di una realtà che è frutto del lavoro di anni. Le tanto criticate manifestazioni descritte come vuote liturgie sono la conclusione di percorsi complessi condotti insieme ai giovani, dello studio della storia recente del nostro Paese, delle tragedie che sono state vissute e dei risultati, tanti e importanti, conseguiti dallo Stato. Educazione alla legalità vuol dire trasmettere la memoria dei fatti e la consapevolezza dei diritti e dei doveri del cittadino, vuol dire raccontare, spiegare, dare gli strumenti per crescere, per capire quel che è stato e scegliere da quale parte andare. Insomma, per diventare cittadini consapevoli. Il viaggio con la Nave della Legalità, deriso e criticato da chi non l’ha mai fatto e forse non

C’è chi sostiene che coltivare la memoria è inutile. Rattrista che non si riconosca ciò che tante associazioni hanno fatto

curando le coscienze dei giovani

insegnanti, che dopo la pausa imposta dalla pandemia continuano a chiederci se l’anno prossimo si farà, ha cambiato la vita di molti. Riceviamo decine di messaggi di ex studenti che in quell’esperienza hanno maturato la decisione di diventare magistrati o di mettere le proprie conoscenze e il proprio impegno a disposizione di chi vive ai margini per cambiarne le sorti. Forse perché i ragazzi sanno guardare alle cose senza pregiudizi, forse perché il disincanto ostentato da tanti adulti non ha ancora offuscato la loro visione del mondo. «Cortei inutili di bambini inconsapevoli e passerelle»: il ritornello è sempre lo stesso. E vuole i sedicenti vestali della vera e unica antimafia da una parte e, dall’altra, l’antimafia di facciata che strizza l’occhio al potere e blandisce le istituzioni, termine che per troppi ha ormai assunto un’accezione negativa. Ecco, questa visione è anni luce lontana dal pensiero di mio fratello Giovanni che ha sempre avuto un rispetto sacro dello Stato, anche quando in qualche modo ne è stato vittima, e che per questo nostro Stato è morto. I politici, i magistrati, i poliziotti, i carabinieri che, spesso lasciati soli da una società sorda e indifferente, sono morti in questi anni erano lo Stato. E la presenza dei rappresentanti delle istituzioni nel giorno in cui ricordiamo i nostri caduti è per noi fondamentale perché consacra l’assunzione dell’impegno a non tornare ai tempi in cui la lotta alla mafia era affare di pochi uomini coraggiosi.

Curiamo la memoria, con passione, con costanza, per far prevalere sempre la verità dei fatti sulle critiche sterili e sui luoghi comuni. Indubbiamente è più impegnativo, ma decisamente più utile.

* fonte La Repubblica

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