Mammà II

I racconti di Nicola Quagliata

Mammà II

Al vescovo non passava inosservato lo stato di usura degli edifici religiosi e dell’arte sacra della sua diocesi, e non passava inosservato lo stato di disagio, sofferenza interiore ed irrequietezza dello spirito dei frati e dei parroci che vedevano sotto ai loro occhi il degradarsi dei beni religiosi, custodi del sacro,fonti di ispirazione divina, così come non passava inosservato il via vai dei prelati presso lo studio/assessorato dell’avvocato Gallucci in Piazza Carlo Pisacane. Al vescovo non sfuggiva, dietro l’apparente ascolto, mostrato da Gallucci, ed interessamento per le cose della chiesa, la effettiva noncuranza; Gallucci dava a vedere serietà per futuri impegni senza dare seguito alle promesse, e dietro quella noncuranza il vescovo intuì un secondo fine. Troppo plateale era il suo inganno, troppo platealmente prometteva questo o quel finanziamento senza dar corso agli iter amministrativi, senza avviare le pratiche, neppure la presa in carico delle domande, tutto avveniva tra una chiacchiera e l’altra nel suo assessorato/studio. Il vescovo aveva chiaro che il politico, da quelli locali ai regionali e nazionali, è un uomo di potere, che ha la facoltà di decidere, prendere decisioni, e che quelle decisioni hanno effetti su altri uomini, si riverberano sulla vita di altri esseri umani, dalle più piccole decisioni alle più grandi; il politico ha il dovere di salvaguardare quel potere e di nutrirlo della sua ambizione, compatibilmente con le sue capacità fisiche e psichiche. Il vescovo che ben comprendeva come l’ambizione fosse insita alla attività del politico e con essa l’orgoglio per i successi. Un politico cristiano non può però caricarsi di superbia con la chiesa, ed in Gallucci la superbia aveva prevaricato l’orgoglio e l’ambizione era diventata avidità di potere; in realtà era vero che la superbia in generale deve chinare il capo e mai stare a latere della ambizione, per qualsiasi politico questo, nei despoti la superbia corre più veloce assai della ambizione. Ed il vescovo aveva intuito che Gallucci si era lasciato prevaricare dalla superbia, e che adesso aspettava che il pastore della diocesi si recasse presso il suo assessorato/studio quale ghiotto pasto per il suo io oltre che per mostrare al mondo il potere raggiunto e aumentarlo. Era evidente al vescovo che se Gallucci aveva bisogno di dar prova del suo potere mostrando il pellegrinaggio di un vescovo, allora aveva raggiunto il suo limite.

Gallucci cercava di mettersi in mostra e mostrare la sua autorità, voleva signoreggiare, al vescovo vennero in mente le parole di Marco l’evangelista “guardatevi dagli scribi che desiderano andare in giro in lunghe vesti e desiderano i saluti nei luoghi di mercato”, Gallucci voleva fare del vescovo la sua lunga veste,

Ebbene sarò la sua lunga veste, mi sottoporrò a questo pellegrinaggio.
Il vescovo aveva considerato che il suo pellegrinaggio nello studio di piazza Pisacane sarebbe stato si il trionfo di Gallucci, ma nello stesso tempo la sua rovina politica, le correnti interne al partito avrebbero alzato la testa, stigmatizzato quel suo comportamento come insensibilità e negligenza verso la chiesa al punto da indurre il vescovo alla insolita visita invece di recarsi egli stesso presso il vescovado. La segreteria provinciale si riunì a Salerno, la sera stessa del pellegrinaggio, per deliberare un comunicato interno al partito di condanna dell’operato di Gallucci, disapprovandone il comportamento politico trascurato verso i beni culturali e le istituzioni religiose. Il comunicato fu consegnato la sera stessa a Gallucci. In nottata ricevette la chiamata del rappresentante regionale della sua corrente Cirino Pomicino.

Pomicino lo chiamò a telefono ed erano passate le undici, non era agitato ma serio, discorsivo e problematico, non assertivo, ma non lasciava spazio, nel tono, ad una sottovalutazione della chiamata e dell’argomento, era la telefonata ad un componente della sua corrente e lui gli dedicava tutte le attenzioni e la comprensione, ed il tono era “devi fare come tu senti di fare “ e non “devi fare come ti dico io di fare”:

Antonio come stai?
Bene Cirino, e tu?
Lasciamo stare i convenevoli, sai perché ti chiamo, ho letto il comunicato del direttivo provinciale…
Si Cirino, per la verità io non gli do molto peso, stanno enfatizzando un fatto che non sarebbe neppure da prendersi in considerazione, non capisco proprio questo opportunismo dei nostri amici del partito.
Antòstamm’ ‘a sentire, stamm’ parlann’ ‘e nu vescovo, forse non valuti questa cosa, stiamo mettendo un vescovo al centro dei nostri scontri di partito, non la ritengo una cosa da poco, ed il fatto stesso che stiamo esprimendo valutazioni opposte io e tu, adesso, è anche questo segno  che è una cosa da non sottovalutare, vedi Antò, tu hai detto che siamo davanti ad un fatto che neppure andrebbe preso in considerazione, e fai una valutazione politica, io dico che invece è un fatto da non sottovalutare ed anche la mia, più che una opinione, è una valutazione politica diversa dalla tua, e se noi dovessimo sottoporre questo ad una assemblea politica della nostra stessa corrente, non dico del partito che già si è diviso, creerebbe una spaccatura nella nostra stessa corrente… almeno su questo siamo d’accordo?

Gallucci non comprendeva la natura sottilmente politica che il suo capocorrente regionale gli poneva, ragionava ancora da avvocato che sottopone alla rigida logica tecnica la ricerca della verità, e gli sfuggono goffamente rapporti di forza, interessi e dinamiche dei soggetti che si contendono e si muovono per l’egemonia nel partito e nella società, Gallucci si muove goffamente dentro l’autonomia della logica, e nel suo caso, la logica della giurisprudenza, difendeva a telefono se stesso e le sue ragioni come avrebbe fatto un avvocato:

Cirino loro mettono in mezzo il vescovo in modo assai demagogico, …
Si Antò, loro lo mettono in mezzo ma tu lo hai per prima evocato… ma adesso il problema ora è politico ed è un altro, il vescovo non c’entra Antò, veramente crediamo ancora che gli achei bruciarono Troia per la bella faccia di Elena?  non si tratta più della tua scortesia al vescovo o della tua sensibilità per la politica sui beni culturali della curia…

Anche su questo Cirì, si tratta di demagogia, nel mio assessorato siamo impegnati in diverse opere di recupero e di restauro, te ne voglio citare solo alcune, ascolta, tengo davanti a me tutte le opere,  comune per comune, Comune di Trentinara, Recupero e valorizzazione dell’area del Santuario della Madonna di Loreto, e questo è alla approvazione, Comune di Campagna, lavori di risanamento e ristrutturazione
dell’ex convento dei cappuccini, anche questo in approvazione, sempre a Campagna, lavori di realizzazione del ponte di collegamento S.Bartolomeo con S. Agostino, Comune si Sant’Aarsenio, Lavori di riqualificazione aree urbane, e Lavori di riqualificazione aree extra urbane, Comunità Montana Monti Picentini, Progetto Osservatorio Nazionale del Nocciolo, Comune di Giffoni Sei Casali, Progetto di sviluppo turistico sostenibile “ Sieti paese albergo itinerario tra saperi e sapori”, Capaccio Paestum, Restauro e valorizzazione del castello medievale di Capaccio.

Antonio tutti sanno che fai un buon lavoro, ma ti ripeto che c’è un problema politico. Per quanto riguarda il vescovo ritengo che ci sia stato un difetto di comunicazione con la curia, il vescovado non mi risulta che sia schierato politicamente, bastava che tu facessi una visita al vescovo e vi chiarivate prima. Ma è pure chiaro che cercano di tirare dalla loro parte il clero, per noi ora si tratta di recuperare.  Fai una iniziativa pubblica con un cardinale amico del tuo vescovo su un tema civile come la famiglia, l’aborto, l’eutanasia, vedi tu, non ti mancano gli argomenti, se vuoi pensiamo noi a invitare il cardinale.

Dopo meno di un mese da questi fatti venne arrestato l’Assessore Regionale Antonio Gallucci.

La nottata dell’ arresto fu, per la signora Nunzia, madre di Cosimo, una notte di veglia e di preghiere per San Michele Arcangelo che non nega mai aiuto, di recita della Coroncina della Divina Misericordia e per le Sante Piaghe di Cristo, le cinque piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo, una coroncina per ogni piaga e sofferenza, tutto per la libertà dell’Assessore regionale avvocato Antonio Gallucci protettore in terra del figlio Cosimo,   mentre suo figlio sveglio come mai era stato in vita sua,  si agita intorno al telefono, chiama e discorre coi colleghi arrossandosi in volto in difesa del politico arrestato. Anche se non la pensa come lui, per correttezza non poteva parlarne male e quell’arresto era una ingiustizia , questo diceva con quei colleghi, a telefono,  i cui nomi figurano dell’elenco del provvedimento di re-inquadramento e di promozioni del personale di terzo livello, di quarto livello, di quinto livello, di sesto e settimo livello, con l’aggiunta di 7 nuovi dirigenti, tutti quanti fedelissimi elettori e soggetti del provvedimento che la riunione di Giunta regionale avrebbe l’indomani dovuto approvare. Nel giro di telefonate si commossero anche e proprio Cosimo fece una proposta che accolta da tutti; considerato che non potevano avere informazioni dalla famiglia né dall’avvocato chiamato a seguire il caso, potevano attivare una fonte diretta con la Casa Circondariale, almeno per avere notizie sullo stato di salute dell’assessore e se fosse stato possibile provvedere a qualche suo bisogno, sigarette, dentifricio, sapone da barba, rasoio, ed altro che poteva servire in quella tragica situazione, ed avere informazioni sullo stato dell’arresto e sulla prevedibile durata, se in nottata poteva essere rilasciato.  Cosimo conosceva Mimì.

Mimì era Guardia penitenziaria della Casa Circondariale di Fuorni a Salerno, e l’assessore Gallucci lo aveva aiutato a superare il concorso qualche anno prima e non mancava mai alle iniziative pubbliche in cui era presente anche l’assessore Gallucci ed in forma assolutamente discreta gli faceva anche, sotto sotto, la campagna elettorale; insomma Mimì aveva mantenuto il rapporto di gratitudine con Gallucci, tanto più che il primo giorno di servizio lo svolse a Salerno, vicino al suo paese.

Mimì era bassino e grassoccello, con un perenne sorrisino sulle labbra e sugli occhietti porcini, tondi e chiari, dai capelli castano chiari corti sulla fronte, pure le mani aveva grassoccelle e porcine per via di certi peli chiari sulle dita  che sembravano setole, in complesso aveva un’aria paciosa ed affidabile al punto che trattava tranquillamente i detenuti cutoliani della Nuova Camorra Organizzata e i loro rivali e nemici mortali della Nuova Famiglia, collegata con Riina e la mafia siciliana, in tempi in cui uscivano dalle celle in orari diversi per l’ora d’aria, in modo da mai incontrarsi nei corridoi per evitare che si uccidessero, l’odio tra i clan era denso e sapeva di morte.

Mimì parlava con gli uni e gli altri, rispettato dagli uni e dagli altri senza che mai nessuno lo mettesse in qualche imbarazzo o gli desse ambasciate per i nemici, e Mimì si sentiva rispettato, come un pacifico domatore di leoni in mezzo alle sue belve, avvertiva in sé tutta la loro forza.

Quando rispose a telefono e sentì la voce di Cosimo subito capì perché era stato chiamato.

Mimì quindi tu già lo sapevi dell’arresto?
Mimì a telefono minimizzò dicendo che lo aveva saputo dalle notizie di una TV locale, e se ne era dispiaciuto, e che l’indomani in servizio sarebbe andato a trovarlo per vedere se gli mancasse qualcosa, per il resto era tutto nelle mani del magistrato.

È possibile sapere se in nottata lo liberano?
Cosimo, se lo hanno portato nella Casa Circondariale stai sicuro che non è imminente la sua scarcerazione, chissà se in settimana il magistrato lo andrà a sentire, e se prima non lo sente il magistrato con l’interrogatorio come vuoi che esca?
Mentre Cosimo parlava con Mimì, la sua attenzione era rivolta alla madre in preghiere, e mentre ascoltava le notizie che gli venivano date, che di fatto allontanavano anche la sola speranza che l’assessore venisse scarcerato in tempo per recarsi l’indomani a Santa Lucia per presiedere alla riunione della Giunta e presentare il suo avanzamento di carriera, gli si allentavano le gambe e gli veniva il freddo della veglia adosso, nauseato della sua cattiva sorte.

E mentre ascoltava Mimì che demoliva ogni ulteriore sua illusione, egli dimenticava tutto, l’assessore, i colleghi che insieme a lui facevano la veglia della libertà, Mimì che parlava, parlava, l’ufficio regionale, un senso di freddo ed estraneazione gli saliva dalle viscere. Gli restava sua madre, nella stanza di fronte, davanti alla statua di padre Pio ornata di corone di fiori di plastica che pregava si per la libertà dell’assessore, ma per suo figlio.

Come posso, soprattutto adesso, portare una estranea in casa? No! Mai porterò una donna estranea in casa.

Nicola Quagliata.

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