Giuseppe e quel tritolo mafioso

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Il 23 Dicembre segnato dalla guerra della mafia contro lo Stato e i cittadini liberi e onesti

Poche righe, ma per non dimenticare. Non dimenticare il 23 dicembre del 1984 quando attorno alle 19 il treno rapido 904 che era partito da Napoli, binario 11, per arrivare a Milano, viene sventrato da una esplosione all’interno della Galleria degli Appennini, a San Benedetto Val di Sambro, ci furono 16 morti e 267 feriti. A 36 anni di distanza si cerca ancora verità e giustizia. Una strage che per noi che stiamo in questa terra ci tocca tanto. Intanto come cittadini che vivono in uno Stato che ha fatto della libertà e della democrazia la propria bandiera, e che ci continua a piacere nonostante, talvolta, pezzi di questo Stato hanno abbassato la bandiera dinanzi a poteri criminali e occulti. E poi quella strage del treno rapido 904 ha un legame “esplosivo” con la strage che quattro mesi dopo fu compiuta a Pizzolungo: il 2 aprile 1985 Cosa nostra fece esplodere un’auto imbottita di tritolo su una curva di Pizzolungo, obiettivo il magistrato Carlo Palermo, che restò incolume, a morire furono una donna, Barbara Rizzo di 30 anni che stava portando a scuola i suoi gemellini, Salvatore e Giuseppe asta di sei anni. Anche qui tre morti che attendono verità e giustizia, nonostante un impegno della magistratura incessante, dopo gli esordi iniziali segnati dalle clamorose assoluzioni dei componenti del commando che azionò il telecomando per la deflagrazione. Treno Rapido 904 e Pizzolungo, uniti dal tritolo. Le perizie hanno infatti provato che il tritolo usato per far strage su quel treno e a Pizzolungo, era lo stesso, stessa composizione. Per l’attentato al Rapido 904 è stato condannato il cassiere della mafia, don Pippo Calò, il capo mafia che abitava a Roma da dove gestiva gli affari mafiosi tra politica e massoneria. Per Pizzolungo ci sono le condanne per altri mafiosi, pure potenti, Totò Riina, Vincenzo Virga, Nino Madonia, Balduccio Di maggio e da ultimo Vincenzo Galatolo, il capo mafia palermitano che è a capo degli omicidi politici ed eccellenti della mafia siciliana. Lo stesso tritolo che fece la sua comparsa il 21 giugno 1989 sulla scogliera dell’Addaura a Palermo, davanti la casa del giudice Giovanni Falcone e ancora il 19 luglio del 1992 in via D’Amelio a Palermo, per la strage che uccise Paolo Borsellino e i suoi cinque poliziotti di scorta. Il fallito attentato all’Addaura che Falcone indicò come essere frutto di menti raffinatissime. Ma la storia del Treno Rapido 904 per coincidenza di date si collega ad un altro crimine mafioso commesso a Trapani. Antivigilie di Natale insanguinate. Il 23 dicembre del 1995, 25 anni addietro, a tarda sera, il killer mafioso Vito Mazzara, uccideva in contrada Palma, frazione di Trapani, un poliziotto della penitenziaria, Giuseppe Montalto. Colpito a morte mentre sedeva alla guida della sua auto, con la moglie seduta di fianco, e la figlia di pochi mesi dietro. Si apprestava a riprendere la marcia, dopo essersi fermato davanti casa di suoi familiari. Quell’omicidio, spiegarono i pentiti anni dopo, era il regalo di Natale che i capi mafia in libertà facevano ai boss detenuti al 41 bis, quelli con i quali Giuseppe Montalto aveva a che fare in nome del servizio che aveva scelto di fare. Venticinque anni dopo il sacrificio di Giuseppe Montalto non è per tutti un esempio. In questi giorni stiamo leggendo di sostegni che la mafia continua a ricevere, del boss Vito Mazzara che continua a vantare amicizie e legami importanti, che sa indurre un sacerdote a veicolare all’esterno del carcere dove si trova recluso, messaggi per i propri sodali, della moglie del boss che continua a garantire le dinamiche mafiose preordinate dal marito, indagini raccontano di boss mafiosi intercettati che discutono di garantire ogni giorno sostegno economico al fidato killer. Ma abbiamo letto anche di un agente della penitenziaria che come se nulla fosse andava a rapporto da un capo mafia. Allora la storia di Giuseppe Montalto per queste ragioni va raccontata ogni giorno e sempre di più, non possiamo arrenderci dinanzi a questi scenari di gravi commistione e compromissione, non possiamo dire che inutile ricordare il sacrificio delle vittime innocenti delle mafie, perché tanto nulla cambia. Non è vero, è già cambiato tanto  e tanto potrà ancora cambiare, basta non abbassare la testa, come ha fatto Giuseppe Montalto che nemmeno davanti al killer chinò il suo capo.

 

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.