Il regalo dei morti. (Parte prima)

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I racconti di Nicola Quagliata

Il regalo dei morti.(Parte prima)

Sua madre, che aveva superato i novant’anni, si era fatta col tempo camurriusa. Aveva capricci e pretese quotidiane irragionevoli. Aveva nella testa la baraonda degli avvenimenti della sua vita, quegli avvenimenti inconclusi, rimasti appesi senza soluzione, quelli che avrebbero dato un diverso corso alla sua esistenza.

Per Maria quella baraonda nella testa della madre era identica ed insopportabile come quella delle classi degli alunni del suo istituto nell’ora di religione, o in quella della assenza dell’insegnante o della ricreazione a fine primavera.

Ora però sua madre, la professoressa Cinzia Romano,  stava superando ogni limite.

Maria aveva un appuntamento settimanale con la lei, il sabato. Quello era il giorno della settimana che trascorreva interamente con lei.

Un sabato mattina, la madre le chiese:

–       Maria, ma ancora assai ci vuole per i morti?

–       Mamma, stiamo ancora a metà ottobre, i morti sono il 2 novembre, fra 15 giorni è la festa dei morti, ancora ce ne sta di tempo…

–       Quindici giorni invece non sono tanti, devo cominciare a preparare…

–       Ma cosa devi preparare? Cosa vuoi preparare? Tu devi pensare a stare tranquilla, e non ti devi agitare, quest’anno poi che si presenta freddo e piovoso ti devi riguardare dentro casa.

–       E chi si agita? Io sto comodamente seduta, devo solo calcolare quante guantiere devo fare e quanti pupi di zucchero devo ordinare.

Quest’anno nella guantiera ci metto poche cose, i pupi ed un pugno di castagne, una mela, una pera, arance e manterini  di marturana, un frutto per ogni guantiera. In fondo sono i pupi di zucchero che fanno la guantiera e ornano tutta la festa dei morti. Si, i pupi e la martorana ornano i morti.

Ma non quelli fanno ora. Quelli che ho visto sunnu schifiarii, che fanno pure male alla vista. Ci voglio in ogni guantiera i pupi classici, quelli siciliani. Ci voglio Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Angelica, il terribile saraceno, lu saracinu innamorato della bella Angelica.

Mi ricordo che un anno misero in vendita un Orlando angustiato, ed il terribile saracino trionfante col petto in fuori. La bella Angelica, dalle labbra sottili come quelle della Madonna di Trapani, appena sorridente, con lo sguardo malizioso.

Non si è mai saputo se li avevano messi in vendita, con quell’aspetto, per caso o volutamente per fare teatro.

Di certo non ci voleva niente a modificare le teste dello stampo ed incollarvi quelle volute, sorridenti, tristi, adirati, impauriti, riflessivi, innamorati.

I due, Angelica dalle labbra sottili ed il saracino, era evidente che si sorridevano e che intercorreva tra di loro una intesa irritante.

Al punto che gli stessi Carlo Magno e l’eroico Rinaldo avevano, quello stesso anno, le facce sconcertate, come se protestassero e dicessero:

– ma dove ci avete messi, dove ci avete collocati?

Il pasticciere aveva voluto mettere in scena, stampandolo sulle facce dei pupi, il suo dramma personale: di essere stato tradito e lasciato dalla sua donna. Aveva trasferito sui pupi il suo teatro personale.

Tutti dissero che era uno scandalo, che i pupi di zucchero quell’anno dovevano restare dentro le vetrine delle pasticcerie. Nessuno doveva comprarli.

Si vedeva benissimo che Orlando soffriva ed era angustiato per amore. Si poteva regalare ad un bambino quella triste figura a cavallo? Che gli si doveva raccontare? Che il parente venuto dall’aldilà, nella notte dei morti, a portargli il regalo, era triste quell’anno, per chissà quali motivi, e perciò era triste l’eroe dei pupi di zucchero?

Come spiegare ad un bambino la tristezza del parente nell’aldilà?

Il parente poteva essere un fratellino morto tempo prima di tifo, o uno zio trascinato nei campi dall’acqua di una alluvione mentre attraversava un torrente perennemente asciutto, o un nonno morto di vecchiaia, o tutti assieme.

Il bambino doveva apprendere che non solo il fratello, il nonno o il padre era morto, ma che era anche triste nel mondo dei morti.

Dopo il ritrovamento del regalo, portato nella notte dai morti, e lasciato in un angolo remoto della casa, ma in bella vista, si andava al cimitero per la loro commemorazione.

Ai piedi della tomba, durante le preghiere, perchè questa andassero a buon fine e rinfrescassero l’anima dei morti, si restava assorti ed in silenzio.

Non era un silenzio di tristezza e sofferenza, era un silenzio di serietà.

Finite le preghiere ci si affrettava a girare per le tombe di conoscenti in vita ed altri parenti.

La fretta nel girare tra i viali alludeva agli appuntamenti della giornata tra vivi, ed alla ordinaria vita di un giorno di festa.

Il pensiero andava al pranzo, allo sfrigolio della salsiccia nell’olio della padella ed ai suoi odori. Agli odori dei semi di finocchietto e del pepe che condivano l’impasto della salsiccia, un odore invasivo che si univa all’odore del ragù, dove si era già messo a cucinare la carne grossa di vistiolo.

Era bene che il saracino fosse innamorato della bella Angelica, ma a patto che non ne fosse corrisposto.

I begli occhi di Angelica, ed il suo sguardo, dovevano essere visibilmente dedicati all’eroe dei paladini di Francia, ad Orlando.

Maria, sebbene scettica verso le usanze dei morti, diede ragione alla madre.

Era orribile vedere un vigile urbano, un pompiere o un carabiniere tra i pupi di zucchero della guantiera portata nella notte dai morti.

E pure raccapricciante era vedere i personaggi televisivi animati per bambini, riprodotti nei pupi,  sulla guantiera tra la martorana.

Ma forse era raccapricciante solo per quelli di una certa età, cresciuti coi pupi di zucchero della tradizione popolare dei paladini di Francia.

 Chi invece era cresciuto con l’immaginario televisivo, poteva aveva piacere a vederseli ricostruiti nella realtà dei pupi dei morti. (continua…)

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