La Disa (ampelodesmos)

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I racconti di Nicola Quagliata

La Disa (ampelodesmos)

Tre scaloni dalla mia casa scendevano immediatamente sulla strada, li tri scaluna scinnianu menzu la strada, tre blocchi di pietra larghi quanto l’uscio della porta di legno di pino a due ante col portello quadrato sulla parte fissa, ed alti tutti e tre quanto il salto di una capra; prima che vi tornasse ad abitare la mia famiglia  la casa ospitava proprio delle capre con il pastore, una ventina di capre: in pieno fascismo i miei genitori coi figli si erano ritirati in campagna e nella casa vuota si era messo Antria con le sue capre, la mattina uscivano per la vendita del latte che mungeva direttamente nelle ciotole e per il pascolo e la sera si ritiravano. Ogni giorno così per tutti gli anni del fascismo.

A differenza di tutte le altre case la mia aveva due vani, due porte di ingresso con scaloni di pietra, sei blocchi di pietra in tutto, in uno di essi il Antria non faceva mai entrare le capre.

La mia famiglia ci tornò ad abitare in piena seconda guerra mondiale, verso la fine di settembre del 1943, con il passaggio degli americani e la fine del fascismo.

Un nero tra i soldati americani, alto quanto una colonna del tempio di Segesta, che con le braccia poteva appendersi alla trabeazione e pendolarvisi come da un canestro del campo di basket, dopo alcuni palleggi davanti allo spazio libero dell’Arena delle Rose, di fianco al municipio, attirò decine di ragazzi incuriositi e subito interessati a quel gioco ed a quella palla. I pochi giorni che rimase in paese bastarono a Jonni per formare due squadre di basket che rimasero a lungo a sfidarsi: il gioco basket attecchì e si radicò più del calcio, ed il paese ebbe sempre la sua squadra per i campionati regionali.

Scesi in paese dalla campagna con la fine del fascismo mio padre cacciò il pastore dalla casa e cacciò le capre; chiamò i muratori e mise il pavimento di mattoni nei due vani, e nei due camerini addossati al terreno, freschi in estate e caldi in inverno, con le rocce che ancora vi sporgevano dentro, senza porte.

Gli scaloni erano a tutti gli effetti di pertinenza della casa e starci seduti era come stare seduti nella proprietà della casa; ed io ci stavo seduto per ore, o coricato e disteso a guardare la via ed uno scorcio di montagna in fondo alla strada, ed a respirare boccate d’aria che arrivava dal mare e che sapeva di alghe, di disa e di montagna.

Si diceva che la disa era arrivata con gli arabi, prima dell’anno mille, insieme al Cirineco, o arrivarono entrambi con i fenici grandi conoscitori di uomini, mercanti e navigatori, mille e mille anni prima della morte di Cristo, di certo con gli arabi arrivarono le tonnare che avevano bisogno del cordame di disa.

Il Cirneco si trovava spesso raffigurato nelle monete che il disaloro rinveniva intorno a Segesta, a Pilato,    così che quelle piccole monete rancide, piccoli ed inutili manufatti del passato, ci rendevano  familiari il tempio con le sue colonne e la storia;  ma il Cirneco, ho visto andando a scuola,  ci guarda e ci parla anche dai geroglifici affrescati nella tomba di Nefertari e di Teti Primo in Egitto.

Al Cirineco io ho visto fare salti da un lato all’altro della giumenta di lu zù Palicchio, e l’ho visto prendere a volo, con agilità ed eleganza che mi facevano venire in mente il volo delle farfalle, pezzi di pane dalle mani del carrettiere, che glieli offriva divertito e con aria di sfida, mentre stava in piedi sul carretto, con una mano impegnata a tenere le redini; quando la giumenta scartava, il carretto traballava, lu zu’ Palicchio vacillava ma bassino com’era restava in piedi e dava un colpo di zotta vicino alle orecchie della povera bestia facendola schioccare,bestemmiandola peggio dei santi, il cane si agguattava e girandosi di corsa si allontanava dalle ruote del carretto e dalla zotta.

Lu zu Palicchiu era carrettiere, qualche volta, di domenica,  l’ho visto seduto su una sdraio di tela mentre leggeva un giornale, era l’unico in tutto il quartiere che leggesse il giornale, sul carretto era feroce, e dormiva nella stalla con la giumenta, ed era comunista.

Quasi ogni famiglia nella strada lavorava la disa,, io ero bravo nel fare la corda, ero svelto e mi veniva pulita pulita, dovevo solo stare attento a non farla troppo sottile; la corda si vendeva a mazzetti di dodici e diciotto fili con prezzi diversi, si arrotolava dodici o diciotto volte tra la mano ed il gomito e quella era l’unità di misura, due volte l’avambraccio, ma si intende di un adulto.

Io passai dal pennino alla penna a sfera barattandola con un mazzetto di corda da dodici che io stesso avevo fatto e che Terina, la figlia della mia vicina, aveva composto intorno al suo gomito, col seno che si muoveva col braccio che ondulava, e la bocca che rideva, Terina era grande.

La zà Pavulina la putiara, io la chiamavo la za’ Pavulina, i miei genitori la chiamavano la Cacciatura,  con la putia  nella strada sopra la mia, mi chiamò mentre spostavo i mazzi di corda stesi ad asciugare. Io le andai incontro e mi fece vedere le penne a sfera Bic che teneva nella tasca del grembiule e che le erano arrivate da poco. mi disse che poteva anche scambiarne una con tre mazzi di corda; lei comprava anche tutta la corda che si produceva nelle due strade, poi venivano coi mezzi a ritirarla, ed in cambio della corda dava anche alimentari.

La andai a trovare quel pomeriggio stesso, con tre mazzi di corda presi di nascosto da quelli che rigiravo ad asciugare.

Misi i mazzi di corda sopra il bancone, vicino alla buatta grande di tonno sotto sale con sopra una copertura in legno ed una pietra sopra, lei contò i fili di corda per ogni mazzo e mentre contava storceva la bocca e faceva smorfie disgusto; io facevo finta di non vederla, lei mi faceva capire che la corda non era granché; alla fine della conta fece un sospiro spazientito, gettò i tre mazzi sotto al bancone dal suo lato e mi mise bruscamente la penna davanti.

– tieni la penna, vatinni.

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