Ancilieddri, ancilieddri…..

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I racconti di Nicola Quagliata

Ancilieddri, ancilieddri. La voce arrivava melodiosa come quella di un muezzin che  da un minareto chiama i fedeli di Allah alla preghiera, ma questa era la voce del riattere, che il mare aveva di certo portato sulle coste del nord Africa dove aveva sentito il canto,  che in spalla o con un somaro col carrettino portava dal mare, ancora vivo, il pesce, scaricato dalle barche alla banchina e caricate nelle ceste di canne. In autunno, sul finire di settembre, un lampo improvviso dentro al golfo, ed un tuono, rivoltavano il cielo e lo oscuravano, ed il vento furioso sembrava volesse scavare le case basse del quartiere Petrazzi, arroccate sul pendio della montagna.

Le case basse come a non volersi staccare ed allontanare dalla terra venivano imbiancate, con la calce, dalle donne, che la scioglievano nell’acqua aggiungendovi i colori delicati del verdino, rosella, celestino o lasciando il bianco; ogni imbiancatura ricopriva la precedente e così si sommavano tutti gli strati di calce passata con i colori che ne segnavano la storia.

La zà Sara che abitava tre strade sotto la mia aveva partorito otto figli ed ancora era lei a imbiancare la casa, pur avendo il marito imbianchino. Poi ne partorirà altri cinque e tutti vispi che camminano e girano per le strade dell’Italia, nessuno di loro fa l’imbianchino.

Di quelle case il lampo ed il tuono d’autunno ogni anno sembrava velessero farne macerie, scaraventarle sulla strada con la furia improvvisa di un terremoto, ma non succedeva nulla, il lampo passava e pure il tuono.

Il segno della croce esorcizzava quella furia e confortava, insieme all’aria che intanto rinfrescava, e mutavano gli odori che ora sapevano di acqua e di cielo; le canalette si riempivano e lo scroscio dell’acqua che cadeva si confondeva con l’acqua che scorreva ed era il concerto d’autunno, ci si fermava immobili ad ascoltare. Quando il cielo aveva avuto la sua parte e non aveva più acqua da mandare in terra arrivava la voce del rigattiere per le vie, ancilieddri, ancilieddri. Sulle rotte dei tonni passati a maggio e finiti nelle reti di sangue delle tonnare, ora passavano, in banchi numerosi e ben coordinati, l’ancileddri, ed i pescatori  li aspettavano e puntualmente riempivano le loro reti e le barche al punto di dovere stare attenti a non tirarne troppi per il rischio di affondare

Passavano in ricchissimi banchi tra le poseidonie e l’orizzonte, lungo le coste del golfo.

I pescatori che avevano sfidato il temporale, riempivano le reti e le barche, ed al primo pomeriggio, dalla marina, i riatteri partivano coi loro carretti trainati da asini sardi, piccoli e mansueti, per le strade balatate, lungo i cardi e i decumani tracciati dagli antichi gesuiti al tempo delle nevere, qualche secolo prima, e tra  le case di tufo ricoperte dalla calce colorata, di legno, di gesso e canne.

I pescatori raccontavano che Arcangelo, – dagli occhi celesti e dai capelli lunghi e biondi, figlio dell’ultima guerra e dell’ultimo esercito passato nelle terre del golfo, – aveva perso le reti negli abissi del mare. Disancorate da chissà quale forza della natura, o da un nodo distratto che non aveva retto.

Stanco, assonnato, e di ritorno nel golfo dal mare aperto, contro vento e con l’albero piegato del galato sofferente, d’un tratto assordato dal fruscio denso del vento e dal percuotere sulla barca, si vide lo scafo ricoperto di ancileddri, portati in volo dal cielo, al punto che rischiava di affondare; senza reti aveva preso il miglior pescato, arrivando pure primo alla marina.

Dagli incroci delle vie risorgimentali il loro annuncio era un canto, nel silenzio delle vie, come da un minareto, lento, miagolante e mielato, attraverso gli usci percorreva ogni ambiente, sinuoso su per i pioli di scale di legno nei solai, e faceva affacciare le donne che lasciavano per questo ogni loro impegno, ogni faccenda, eccitate dalle promesse in arrivo con la voce.

Un cardo e un decumano, per quelle vie convivevano vite parallele che evitavano pure di guardarsi negli occhi, i mezzadri, con le mule ed i carretti, e le occupazioni delle terre e la riforma agraria, e l’esproprio delle terre incolte e dei feudi che gli agrari amministravano con la mafia; ed il semiproletariato bracciantile, che campava alla giornata ai margini della legalità , raccattando quanto poteva portare a casa dalla campagna e dalle montagne, attenti solo ai beni dei mafiosi; erano quelli che partivano nel tardo pomeriggio, dopo il terremoto nel Belice, a rovistare nella notte tra le case rovinate dalle scosse, ed i militari che presidiavano la zona, passando intere nottate e giornate acquattati tra quelle rovine, senza mangiare e senza bere, con il loro bottino ed il cuore nel petto, nell’attesa di un varco sicuro.

– Ancilieeeedriiii, Ancilieeeedriiii, fimmini curriti…

Per le donne era una festa, avevano pesce in abbondanza da cucinare per tutta la famiglia, gli uomini in campagna o tra le montagne pietrose a fari giummara sarebbero arrivati ed avrebbero trovato ancileddri arrustuti allardiadiati con origano ed aglio pestato e limone e mandorle pestate. Tra le case basse il fumo si spandeva con l’odore forte di origano ed aglio e olio sullecarbonella di viti. E quelle a punta di cantunera, tutte davanti le porte, sulla strada ancora di cuti, ad arrostire ancileddri; a poco a poco una nube, che odorava di origano ed olio, di aglio e pomodoro e di carbonella rovente, cresceva e ristagnava nella via intrappolata dalle case.

Le madri, le zie, le sorelle maggiori, le vicine di casa

Ed era bello giocare a li quattru cantuneri, con un occhio all’ancileddri ed al loro profumo sulle carbonella che diceva quando erano conte e pronte da mangiare.

 

 

 

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