Matteo e il sogno della Sicilia indipendente

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Il boss mafioso, latitante dal 1993, voleva che gli Usa assecondassero nel 1993 questa sua idea. Il racconto del pentito Saruzzo Naimo
Matteo Messina Denaro e Leoluca Bagarella nel 1993 pensavano davvero che era possibile riprendere, con l’aiuto degli Usa, la strada indipendentista per la Sicilia. Utilizzando il nuovo veicolo politico che stavano organizzando, ossia il movimento Sicilia Libera. Aspetto non nuovo, venuto fuori nell’ambito delle indagini attorno al ruolo del boss Messina Denaro, ma mai dettagliato nei particolari. Adesso ne ha parlato in un’aula di Tribunale colui il quale avrebbe dovuto portare negli Usa il desiderio dei mafiosi siciliani di rendere indipendente dall’Italia la Sicilia e cioè  l’ex boss palermitano di Tommaso Natale, il narcotrafficante Rosario “Saruzzo” Naimo, 73 anni. E’ stato sentito dalla Corte di Appello di Caltanissetta, presieduta da Roberta Serio, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Gabriele Paci ha ricostruito queste tentazioni mafiose, testimoniando nel processo dove il boss trapanese Messina Denaro, ricercato dal 1993, è imputato per la strage di via D’Amelio, quella dove il 19 luglio del 1992 furono massacrati, straziati dal tritolo, il procuratore Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Già il pentito di Mazara Enzo Sinacori sentito dall’autorità giudiziaria aveva fatto riferimento alla richiesta rivolta da Messina Denaro a Naimo, adesso il diretto interessato l’ha ammessa, con una sottolineatura, che lui ha espresso ai giudici della Corte, ma che all’epoca, ha spiegato, si tenne per se: “questi sono dei pazzi”. Naimo, mafioso dagli anni ’60, ha ricordato che quell’incontro avvenne a Mazara del Vallo in un periodo successivo all’arresto di Totò Riina. “Messina Denaro mi era stato presentato proprio da Riina, ci incontrammo in un vigneto a Mazara, mi disse che io e Matteo dovevamo diventare intimi”. Tempo dopo Matteo Messina Denaro lo mandò a chiamare. “Mi portò i saluti di Luchino (Leoluca Bagarella ndr), si mostrò dispiaciuto per l’arresto di Riina, dicendomi che ci avevano tolto un padre, un povero cristianeddu e poi esordì con la sua proposta, chiedendo il mio aiuto“. Cosa avrebbe dovuto fare? Presto detto: contattare i servizi segreti americani per avere l’approvazione del progetto politico e una spinta. Naimo era infatti riconosciuto essere dalla cupola siciliana un buon uomo di collegamento con Cosa nostra americana e veniva dato come vicino all’intelligence statunitense, per le sue frequentazioni negli Usa, dove per decenni a cominciare dalla fine degli anni ’60, si occupava dal New Jersey di maxi traffici di cocaina dal Sud America verso la Sicilia. “Riina – ha detto Naimo sentito in video conferenza dalla Corte di Assise a Caltanissetta – mi voleva bene, io lo conobbi nel 1973 a Catania, diceva che io ero uno di cui fidarsi ciecamente, non voleva che nessuno mi toccasse, spesso diceva di tanti ai quali voleva bene e poi magari li faceva ammazzare, con me era tutt’altra cosa”. E però Naimo ai giudici ha smentito le sue entrature con i servizi segreti Usa. “Mai avuto contatti con servizi segreti, la voce era dovuta al fatto che quando volevano espellermi dagli Usa, il mio avvocato americano si diceva che fosse stato nei servizi segreti e la voce arrivò in Sicilia, e ad avvalorare la cosa fu il fatto che le carte del processo sparirono, io non fui espulso così dagli Usa, le carte andarono perse e le trovarono anni dopo a Philadelfia”. Messina Denaro quindi parlò con Naimo confidando in queste sue frequentazioni. “Mi disse che avevano per le mani qualcosa di grosso, mi parlò di politica che stavano organizzando un partito”. Sicilia Libera, ha chiesto il pm Paci. Naimo non è stato preciso nella risposta e però il suo racconto porta proprio a quel partito che la mafia voleva organizzare per le allora imminenti elezioni nazionali del 1994, e per il quale la cupola mafiosa aveva anche trovato candidati in giro per la Sicilia, salvo poi decidere di sostenere il neo partito berlusconiano di Forza Italia come hanno ripetuto nel tempo diversi pentiti. “Mentre Messina Denaro mi diceva di questi loro propositi io tenevo per me lo stupore, ho provato anche a farlo ragionare dicendogli che non poteva essere più il tempo di cose simili, era caduto il muro di Berlino, Reagan e Gorbaciov si incontravano e si baciavano, però gli dissi che me ne sarei occupato, Saruzzo fammi sapere mi disse Matteo mentre si accommiatava da me, voleva la benedizione degli americani ma io già sapevo che non avrei fatto niente. Loro sapevano che stavo per tornare in America ed invece io stavo organizzando la mia fuga dalla mafia, avevo già pensato di lasciare Cosa nostra. Signor giudice – ha proseguito – per quello che avevano fatto (le stragi del 1992 ndr) avevo già confidato a Giovan Battista Ferrante (altro boss palermitano poi pentito ndr) che erano dei pazzi, dissi io stesso a Ferrante che mi aiutò nella fuga verso la Corsica, che lui stesso doveva tirarsi fuori. La proposta di Messina Denaro mi sembrava venire fuori da dei disperati”. Disperati che però nel 1993 continuarono a mettere le bombe in giro per l’Italia. Rosario Naimo era importante per la mafia siciliana. Per anni da libero cittadino residente negli Usa, prima di rompere il patto con Cosa nostra, fece arrivare chili e chili di cocaina in Sicilia dove tornò nel 1988 per organizzare l’arrivo a Castellammare del Golfo del mercantile cileno Big John con circa 600 chili di cocaina. Poi a tradirlo fu il pentito Joe Cuffaro, e non potendo tornare negli Usa dove l’Fbi lo cercava per arrestarlo, restò in Sicilia. I suoi covi tra Palermo, Capaci e Mazara del Vallo, “protetto su ordine di Riina, tanti picciotti mi hanno aiutato”. “Ero a Capaci nascosto poco prima della strage del 1992, mi dissero che dovevo andare via perché sarebbe successo qualcosa di grosso, me ne andai così a Mazara, pensai che volevano uccidere il questore Arnaldo La Barbera” e qui Naimo ha aperto un mezzo scenario che ha ovviamente incuriosito il pm Paci. “Era successo – ha ricordato Naimo – che durante uno spostamento in auto mi dissero di non farmi vedere, di non voltarmi, perchè dietro di noi c’era La Barbera, e però di questo poliziotto avevo sentito parlare male ma anche bene”. Non ha però saputo dire chi ne parlava bene dei mafiosi che frequentava, ha concluso la deposizione dicendo al pm che se il ricordo riaffiorasse lui subito lo metterà a verbale. “Le stragi – ha ancora chiosato il pentito – mi colpirono, io ero cresciuto dentro Cosa nostra con altri comportamenti, avevano fatto delle schifezze, dal 1993 al 2010 non ho avuto più contatti con Cosa nostra, dalla Corsica raggiunsi la Spagna, poi ho deciso di consegnarmi.
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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.