L’anno nero dell’olio in Sicilia: stime in negativo nel palermitano, si salva la Nocellara del Belice

Pubblicato: giovedì, 27 settembre 2018
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Campagna olivicola 2018: stime con punte dell’80% in meno. Danni contenuti nel trapanese

PALERMO. Sarà un anno nero quello dell’olio siciliano.  Se la scorsa campagna olivicola si era chiusa con il segno più, quella nuova inizia con un meno diffuso in gran parte dell’Isola. Colpa ancora una volta delle condizioni meteoclimatiche di questo 2018 che hanno tra l’altro favorito l’attacco di mosca e tignola.

Lo dicono le stime dei produttori raccolte dalla Cia Sicilia Occidentale, numeri che mettono però a nudo un problema che ha radici profonde: l’assenza in molte zone vocate di nuove competenze e di una vera cultura produttiva al passo con i tempi. Accade così che in provincia di Caltanissetta e Palermo è previsto un calo produttivo che – ad esempio nel Cerdese – arriverà all’80%, mentre a Menfi o Castelvetrano, dove le tecniche colturali negli ultimi anni hanno fatto passi in avanti, le perdite sono state molto più contenute, con un massimo del 30%. In questo scenario resta l’incognita dei prezzi: quello delle olive sta partendo con un lieve rialzo rispetto allo scorso anno, quello dell’olio sfuso dipenderà anche da altri fattori ma dovrebbe oscillare tra i 6 e gli 8 euro a seconda dell’areale. Con un’annata quindi scarsa, l’alto rischio frode, olive siciliane mischiate a quelle provenienti da altri paesi o la miscelazione del nostro olio extravergine con altro prodotto estero, resta come ogni anno dietro l’angolo.

“Vedere supermercati che offrono olio extravergine di oliva a meno di 3 euro a bottiglia è un’offesa ma anche un colpo basso per i produttori siciliani: l’anno scorso l’olio sfuso più scarso è stato venduto a 4 euro, ci chiediamo che prodotto ci sia dentro quelle bottiglie. Per noi - commenta Antonino Cossentino, presidente della Cia Sicilia Occidentale - è un colpo basso anche l’importazione a dazio zero dalla Tunisia, una concorrenza sleale istituzionalizzata. Inoltre, questo forte calo della produzione olivicola si aggiunge in alcuni territori alla disastrosa annata dei vigneti, zone dove il settore sconta danni superiori al 30%: per questo la Cia chiede l’avvio delle procedure per il riconoscimento dello stato di calamità naturale”.

Le stime per il 2018 indicano la provincia palermitana la maglia nera. Le piogge di aprile e maggio, in periodo di prefioritura, poi il clima mite di giugno e quello quasi autunnale di agosto (durante le fasi di allegagione e di formazione e ingrossamento del frutto), hanno favorito il proliferare di tignola e mosca dell’ulivo, due insetti che possono condizionare pesantemente il raccolto così come sta avvenendo. Nel Partinicese e nella zona nord-orientale della provincia trapanese, il raccolto dovrebbe accusare un forte decremento che va dal 60 al 70 per cento. Nelle campagne di Cerda e Sciara, invece, le perdite previste andranno anche oltre l’80% così come nella zona di Montemaggiore e sulle Basse Madonie (60-70%), dove i danni sono stati più contenuti nelle coltivazioni intensive che sono state monitorate maggiormente. Un po’ più contenuti i numeri nelle zone interne, come Vicari, dove il raccolto sarà del 50% in meno rispetto alla media. “Il calo produttivo – spiega Gino Provenzano, produttore di Partinico e presidente regionale del Gruppo di interesse economico della Cia Sicilia – poteva essere più contenuto. Un buon 30% in meno è dovuto al fatto che l’ulivo viene coltivato così come avveniva duemila anni fa. È  cambiato magari qualcosa nella raccolta, fatta ora con mezzi meccanici, ma l’olivicoltura siciliana non è riuscita a seguire l’esempio della viticoltura, dove l’innovazione delle tecniche culturali ha permesso un gran balzo in avanti. Non si fa il giusto monitoraggio sugli attacchi degli insetti e non si fa prevenzione. L’olivicoltura dalle nostre parti sconta ancora una certa arretratezza”.

Non è il caso delle zone di Castelvetrano e Campobello, a Trapani, e di Menfi, Sciacca e Ribera, ad Agrigento, dove le tecniche di coltivazione, a cominciare da alberi più bassi e più facilmente gestibili in fase di prevenzione e raccolto, sono cambiate radicalmente. Nell’Agrigentino il calo produttivo dovrebbe attestarsi tra il 20 e il 30 per cento ma è scattata la corsa contro il tempo: le piogge estive, che non hanno comunque fatto danni particolari, hanno accelerato il processo di maturazione e il caldo delle ultime settimane ha favorito la caduta delle olive dagli alberi. La raccolta, che solitamente inizia dopo il 20 ottobre, è quindi già partita e i frantoi stanno anticipando l’apertura.

Interamente in salvo sembra invece la dop Nocellara del Belice, oliva da tavola tra le più conosciute e apprezzate a livello internazionale: se c’è qualche perdita a livello quantitativo, verrà mitigata da un frutto dalla taglia maggiorata dall’acqua abbondante.

Saranno dolori, invece, in provincia di Caltanissetta, che ha risentito del clima come quasi tutte le aree interne dell’isola. All’annata di scarico si è sommato l’attacco della tignola al peduncolo, causando la cascola, cioè la caduta precoce del frutto. Anche qui raccolta in anticipo, ma ci si aspetta un olio di buona qualità.

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