Il confino

I racconti di Nicola Quagliata

Il confino

Il mondo era entrato in guerra.

Le nazioni che avrebbero vinto la guerra sarebbero diventate  proprietarie di tutti i beni delle nazioni che la guerra perdevano, e potevano ridurre in schiavitù i vinti.

Questo si diceva.

Ma non la schiavitù come quella del passato, una nuova forma di schiavitù, in qualche modo sopportabile per chi la subiva, tanto che a lungo andare, come tutte le cose sopportabili, nessuno ci avrebbe più fatto caso.

Suo padre di ritorno dal confino di Favignana per la vendemmia, aveva detto che l’Italia e la Germania erano alleati e si preparavano a una guerra mondiale.

La Germania, che l’anno prima a settembre aveva invaso ed occupato la Polonia, a giugno aveva occupato, col proprio esercito, pure la Francia, dopo che l’Italia gli aveva dichiarato guerra, e Mussolini che era un gran furbo si era alleato col più forte, o almeno con quello che valutava come il più forte, Hitler e la Germania nazista.

In Italia tutti i giornali e le riviste facevano nella loro propaganda facevano credere che si trattava di una passeggiata, ma quella sarebbe stata una guerra più sanguinosa della prima guerra mondiale, con milioni di morti e città distrutte.Suo padre queste cose le apprendeva ascoltando i ragionamenti dei confinati politici tra Favignana, Lampedusa, Ustica e Pantelleria, dove scontava il suo confino per mafia, per un conflitto a fuoco coi carabinieri di B. vent’anni prima, dove era rimasto ferito alla spalla e due carabinieri uccisi. Lo presero e lo processarono, il suo avvocato riuscì a dimostrare che non lui aveva sparato i colpi mortali ma certi altri che erano riusciti a fuggire e che il suo assistito non conosceva perché erano di passaggio, gli diedero sette anni di carcere e poi il confino. Al confino poi riusciva sempre a farsi trasferire in un’altra isola e così le girava tutte e conosceva tutti i confinati politici da cui c’era da apprendere molto, perché erano tutti professori, carichi di letture e di libri, e le cose le capivano anche perché avevano contatti con tutto il mondo, e sapevano tutto quel che succedeva e che doveva succedere. Riuscivano a prevedere tutto quel che doveva succedere tra le nazioni, e prevedevano una seconda guerramondiale, peggiore della prima. I suoi rientri a casa erano sempre di contrabbando, riusciva ad allontanarsi dal confino con la complicità delle guardie e sempre vi rientrava come concordavano, lui manteneva sempre la parola data.

La rete di complicità e accondiscendenze, che permetteva a Vincenzo M. di allontanarsi dalle isole e dal luogo dove era tenuto al confino ogni qualvolta ne aveva necessità, gli consentiva di mantenere la gestione  delle sue masserie. I tre feudi che possedeva, oltre ad appezzamenti più piccoli di terreni, si trovavano in località diverse e tutte nelle pianure intorno ed a valle di Monte I. per decine e decine di ettari, con bagli, masserie, macaseni e stalle. In un feudo con baglio e ampie stalle aveva un allevamento di oltre duecento mucche più i vitelli che vendeva per la carne con   ettari di terreno a pascolo, nello stesso baglio si producevano i formaggi che venivano venduti all’ingrosso. Degli altri due feudi uno era a vigneto ed uno ad uliveti. I piccoli appezzamenti di terreno li dava in affitto a coloni e mezzadri o a gabella evitandone la gestione diretta perché troppo dispersiva, ma curando e controllando personalmente che il fittavolo rispettasse gli obblighi contrattuali, quando l’accordo prevedeva lavori di sistemazione e riparo delle terre, degli argini dei torrenti e dei ruscelli, delle terre scoscese, dei muri in pietra, dei macaseni, e controllando anche il rispetto degli obblighi di concimazione e la piantumazione di alberi da frutto; tutto questo gli consentiva di essere presente nella vita di decine di famiglie e di costruire il consenso sociale che riteneva dovesse accompagnare intimamente la proprietà. La proprietà senza consenso sociale non vale nulla, vieni da tutti maledetto e non vedi mai luce intorno a te. Per l’allevamento delle mucche – per il quale lo avevano soprannominato con disprezzo luvaccaru e la produzione di formaggi, aveva due distinti curatoli che pagava come annalori, e come annalori venivano pagati i guardiani dei pascoli e delle stalle, e così pure i casari. I curatoli erano uomini di assoluta fiducia, e tre di loro avevano fatto giuramento di sangue, ed erano entrati nella famiglia di Vincenzo M. come uomini d’onore, erano stati vattiati, ribattezzati, ed avevano giurato  fedeltà alla famiglia.

Altri quattro curatoli erano impegnati nella vite e nella produzione del vino, negli uliveti e nel frantoio e nella produzione dell’olio. I curatoli che non erano entrati nella famiglia sapevano bene dove si trovavano e con chi avevanoa che fare, ma loro badavano al loro lavoro ottenendo il rispetto che si conquistavano con l’intimidazione.

Tutti i contadini e lavoranti che si muovevano dentro i feudi di Vincenzo M., e nelle sue masserie, sapevano cosa veniva loro richiesto prima di ogni altra cosa, che non era prevista in nessun contratto ma che agiva con una forza superiore a quelle previste negli accordi, agendo come un vero e proprio tabù.

Veniva richiesta la lingua tagliata, mozza, chiusa strettamente tra i denti, il silenzio su ogni cosa che vedevano, il silenzio prima di tutto; era sulla base di questa virtù che veniva selezionata la forza lavoro bracciantile, ed ogni altra qualifica, come i potatori e gli stessi vendemmiatori e raccoglitori di olive, così i fittavoli ed i piccoli gabelloti cui dare la terra da lavorare, silenzio ed omertà su ogni cosa.

Chiunque entrava nelle proprietà di Vincenzo M. poteva vedere cose che non doveva vedere, a cominciare dallo stesso Vincenzo M., che invece di stare al confino nelle isole, andava avanti e indietro nei suoi feudi e spesso in compagnia di altri latitanti.

O poteva vedere bestie che non dovevano stare i quei luoghi, perché in quelle terre si dava rifugio agli animali, buoi soprattutto, rubati in altri luoghi da amici, che venivano macellati e smerciati come carne fresca, oppure imbarcati per altre località del Mediterraneo.

Per questo nessuno doveva vedere, se qualcuno vedeva era un folle indicato come folle da tutti e non avrebbe più trovato lavoro, ed in casi estremi andava incontro alla morte perché anche una sola parola di troppo non doveva essere tollerata.

Silenzio ed omertà diventavano una rigida regola sociale, e nel caos delle gerarchie dei processi produttivi, dove la struttura aziendale era costituita da pochissime figure professionali, come i curatoli che stavano al vertice della organizzazione, e pochissimi boari stabili e casari,  tutto il resto della forza lavoro  veniva assunta a giornate lavorativa, comprese anche le qualifiche dei potatori.

Si aveva allora estrema precarietà del lavoro e massimo arbitrio nella assunzione.

I valori, le credenze, le gerarchie imposte dalla mafia agraria si proiettavano fino nell’angolo più remoto e buio delle abitazioni, così da diventare anche credenze, gerarchie e valori sociali .

La proprietà andava conquistata con la forza e andava difesa con la forza, oltre i confini di competenza dello stato, e per Vincenzo M. la forza era fondata per metà sulla proprietà stessa e per metà sul consenso sociale. Nelle sue masserie impegnava ben sei curatoli ed un sotto curatolo per il trattamento dei formaggi, quindi due curatoli ed un sotto curatolo per l’allevamento e la produzione e vendita della carne dei vitelli e dei formaggi, due curatoli per la coltivazione dei vigneti e la produzione e vendita del mosto e del vino,  due curatoli per la produzione e vendita dell’olio, compresa la gestione di un frantoio.

Non tutti i suoi curatoli erano uomini d’onore della famiglia e quelli che non lo erano apportavano un contributo in più di consenso, perché gestivano un enorme potere ed avevano nelle loro mani il destino e la vita di decine di famiglie,quindi un enorme potere sociale. In tutto questo il potere economico e sociale di Vincenzo M. era enorme e riconosciuto al punto che nonostante avesse avuto un provvedimento di polizia, come il confino, se ne poteva allontanare indisturbato quando voleva, ma nullo era il suo potere e riconoscimento politico.

Quando partì per il confino Vincenzo M. subì l’umiliazione della fotografia e giurò che in vita sua non si sarebbe mai più fatto fotografare, non di sua volontà; i carabinieri che lo andarono a prendere nella sua casa a Passo Sataro, per accompagnarlo a Favignana, passarono prima dalla caserma di Trapani, nei cui uffici circolavano gerarchi fascisti, curiosi e strafottenti, e dove uno di loro, tutto serio e con una voce pure seria seria ed a tono, come se parlasse dentro a un bummulu, presenziava ogni procedura e disbrigo delle carte del confinato,  e leggeva con curiosità tutti i suoi dati anagrafici, ma quando prese tra le mani un vecchio verbale che pure riguardava il mafioso da confinare, il capitano glielo tolse gentilmente dalle mani, mettendolo chiuso sulla scrivania, glielo tolse dalla visione. Guardandolo bene Vincenzo M. capì di quale vecchio fascicolo si trattava. Poi il capitano gli fece firmare delle carte e lo affidò a due carabinieri che lo accompagnarono in una stanza senza finestre che dava su un breve corridoio, con alla parete di fronte alla porta un lenzuolo bianco . lo adagiarono con le spalle al lenzuolo ed il fotografo che arrivò dal corridoio armato di macchina fotografica gli scattò un foto frontale, una foto per il profilo destro ed una foto per il profilo sinistro; il gruppetto di gerarchi si era accalcato nella penombra dietro al fotografo e si davano gomitate di intesa e si scambiavano sorrisi di soddisfazione. Quando qualche tempo dopo gli mostrarono quelle foto, Vincenzo M.  si vide sembrare un morto, col viso da cui era fuggita l’anima dagli occhi spirdati.

Ma quando sua moglie, Ninfa M. P., gli disse che nella casa, in tutta la casa, non esisteva una sua foto, né una foto di famiglia, che le caserme avevano il suo ritratto e la sua casa no, che in paese le famiglie di sua conoscenza addirittura andavano a Palermo con tutti i figli ed anche i nonni per avere il ritratto di famiglia, Vincenzo M. cambiò idea e decise che si sarebbe recato a Palermo, dal migliore dei fotografi, per farsi un ritratto e fare una sorpresa, dal fotografo più caro di Palermo, per poi ritornarci con la moglie.

Da mafiosi di Palermo che condividevano con lui il confino aveva appreso dello stabilimento fotografico “Improta”, il più antico della città, addirittura dell’800, perché quando Garibaldi passò da Palermo proprio il fotografo Improta gli fece il ritratto, ed il ritratto fecero anche ad Umberto I e proprio questo stabilimento ora faceva foto non più in bianco e nero ma colorate, con certe lastre fotografiche che gli arrivavano dalla Germania, Vincenzo M. voleva  il ritratto a colori.

Seppe che lo stabilimento Improta si trovava in Via Rosolino Pilo e un bel mattino invece di farsi accompagnare in una cala dello Zingaro o a Guidaloca, si fece accompagnare nella cala del porto di Palermo, sotto la Kalsa e sceso dal peschereccio risalì verso la città senza entrare nelle vie della Kalsa, ma nella direzione opposta alle spalle del teatro Massimo avrebbe trovato la sua via ed il suo stabilimento fotografico.  Non voleva perdere tempo a Palermo, in giornata voleva tornarsene ad Ustica, e così fece aspettare il peschereccio dentro la cala, ad un controllo avrebbero detto che avevano problemi col motore .

Il peschereccio faceva parte della flotta della marina di Castelvedere e ne aveva finanziato lui la costruzione, intestandone poi la proprietà ad un pescatore del paese, che però gli pagava un nolo a prezzo scontato, perché ogni qualvolta serviva per i suoi affari, anche se doveva rigettare a mare il pescato o abbandonare le reti sui fondali, doveva lasciargli libera  l’imbarcazione e rendergliela disponibile; per questo il peschereccio, spesso, anziché puzzare di pesce, puzzava di pecora o di vacca, a seconda che avesse trasportato pecore o vitelli nella notte; il peschereccio era in grado di arrivare sulle coste tunisine senza difficoltà.A commercianti tunisini veniva consegnato tutto il bestiame, che poi avrebbero macellato secondo le loro usanze; anche se questi non si facevano scrupolo ad acquistare il bestiame già macellato secondo le usanze occidentali, e lo rivendevano come religiosamente macellato secondo le regole musulmane.

A Ustica aveva avuto l’autorizzazione a vivere in una casa privata, e ne aveva preso una in affitto, con piano terra e primo piano, molto comoda, per 400 lire al mese, che pagava in parte con le 4 lire al giorno previste dallo Stato per i coatti comuni e per i mafiosi, che in questo trattamento erano accomunati, ed il resto di tasca sua, nella somma di 400 lire mensili era compresa la biancheria per il letto, coperte , lenzuola, federe dei cuscini,  tovaglie da tavola, ed asciugamani, le stoviglie per la cucina e se richiedeva il pranzo e la cena andavano pagati a parte.  Due cose Vincenzo M. non sopportava e gli pesavano più che ogni altra cosa nella sua condizione di confinato, l’essere accumunato ai criminali comuni ed il disprezzo con cui la maggioranza dei politici trattavano i confinati mafiosi, compreso lui.

Ad Ustica arrivavano col vaporetto, con le catene ai polsi, dal carcere di Palermo dove la sosta avveniva in un reparto separato dai detenuti comuni e dai politici,  era un reparto proprio perper i detenuti mafiosi.Da Ustica si allontanava anche col suo peschereccio.

Le regole del confino stabilivano che non ci si poteva allontanare dal piccolo centro abitato se non con permesso e con l’obbligo di rientrare entro le 5 pomeridiane, il rientro nel luogo di dimora era invece per le 8 di sera e l’uscita non prima dell’alba, Vincenzo M. non usciva quasi mai durante la giornata mantenendosi confinato modello, e non si allontanava dal centro abitato e non chiedeva nessun permesso, stava attento a non fare comparire il suo nome tra le carte scritte della caserma. Quando doveva allontanarsi per gli affari suoi lo faceva di notte, quando nessuno lo vedeva, e con la certezza che nessuno lo avrebbe cercato né durante la notte né il giorno seguente, né i giorni successivi fino al suo rientro, ad onta di severissimi prefetti, nei gangli intermedi delle gerarchie di stato riusciva sempre ad avere fidate coperture. Al suo rientro, puntuale, il controllo e la perquisizione della sua abitazione, con stesura finale di un verbale per il perfetto comportamento del confinato, e contemporaneamente perquisizioni e controlli ai criminali comuni con abbondante uso di repressione sulle lame di coltello ritrovate ed altre infrazioni minori, le gerarchie di polizia e carabinieri sapevano sapientemente rendere larga la propria rete di controllo per l’agrario al confino di mafia e cattivo il controllo sui delinquenti minori.

Per l’andata a Palermo il peschereccio raggiunse Ustica subito dopo la mezzanotte ed alle due con Vincenzo M. a bordo fece rotta per la sua destinazione verso la Cala di Palermo.

Fine…

Nicola Quagliata

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