Pizzolungo, e quella strage della quale non si parla

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Una sottolineatura con la matita rossa: a farla il neo procuratore di Trapani Gabriele Paci durante il discorso di insediamento

Quando nel 1992 arrivò a Trapani, trovò l’auto blindata, o almeno le lamiere contorte, che il 2 aprile 1985 venne usata per portare il pm Carlo Palermo da Bonagia al Palazzo di Giustizia di Trapani, posta all’ingresso della porta allora usata per l’ingresso delle auto in Tribunale. Quasi fosse un ammonimento. Era lì da sette anni, e nessuno l’aveva mai fatta togliere. Una sensazione di avvertimento che fu avvertita dai due magistrati, Luca Pistorelli e Gabriele Paci, giovanissimi, appena arrivati e che si erano tuffati nelle indagini su delitti e guerre di mafia, sulla massoneria segreta, sui traffici di droga e le raffinerie di eroina, ma anche sulle prime indagini su corruzione, e su malefatte della pubblica amministrazione e di certi politici che venivano mossi come burattini sulla scena, da pupari che vestivano l’abito dei potenti e dicevano di essere uomini di Stato. Per non parlare poi delle indagini sulla Gladio. Ecco quell’auto accartocciata, con la fiancata ritratta sul lato raggiunto dall’esplosione, il tetto sollevato e deformato, lasciata lì all’ingresso stava a dire che la cosa avrebbe potuto ripetersi. La decisione presa in Procura in quell’anno fu netta, quella blindata va tolta da dove si trova. E la cosa fu fatta. Oggi è tra i rottami raccolti in un angolo dell’autoparco comunale. A qualcuno è venuta l’idea di recuperare quei rottami, per farne un monumento, come fu per le auto di Falcone, Borsellino, per le loro scorte. Ma ieri il neo procuratore di Trapani Gabriele Paci ha rimproverato un po’ tutti. A parte i momenti celebrativi, poi alla fine della strage di Pizzolungo non si parla mai.

Da pm a Caltanissetta Gabriele Paci ha istruito il “Pizzolungo Quater” quello che si è concluso con la condanna a 30 anni del capo mafia palermitano Vincenzo Galatolo. In precedenza sempre a Caltanissetta in processi diversi furono condannati Totò Riina e Vincenzo Virga e poi Nino Madonia e Balduccio Di Maggio. Gli esecutori di quella strage erano i componenti del clan mafioso dei Milazzo-Melodia di Alcamo. ma condannati in primo grado a distanza di poco tempo dall’attentato, in appello e in Cassazione furono assolti. Nella sentenza che ha condannato nei primi anni del 2000 Riina e Virga è scritto chiaramente che gli esecutori erano proprio quelli oramai assolti in via definitiva, agevolati da giudici togati e popolari che non lessero bene (sic) le carte.

“E’ una strage – ha sottolineato Paci ieri a Palazzo di Giustizia – della quale non si parla e invece bisognerebbe parlarne perché segnò l’inizio di quella strategia stragista che portò poi ai fatti del 92, del 93 e degli anni a venire. Un attentato di grande efferatezza e che ebbe risvolti ancora più drammatici, la morte di una mamma e dei suoi gemellini, Barbara Rizzo e Salvatore e Giuseppe Asta…la strage di Pizzolungo è un nodo centrale della nostra storia  se noi facessimo dei passi avanti per capire cosa è successo in quel 1985, avremmo molte chiavi di lettura di quello che succede nel 1989, nel 1992 e nel 1993”. Unico condannato per avere partecipato all’agguato fu il lattoniere di Castellammare del Golfo Gino Calabrò: nell’ambito del processo per la raffineria di eroina scoperta nelle campagne di Alcamo il 30 aprile 1985, Paci e Pistorelli riuscirono ad ottenere la condanna di Calabrò per ricettazione, fu provato e oramai in via definitiva che l’auto usata per l’attentato di Pizzolungo una volta rubata finì nella sua officina. Calabrò sarà in seguito condannato per avere affiancato l’attuale latitante Matteo Messina Denaro nelle stragi del 1993 di Roma, Milano e Firenze. Anche lì vittime cittadini, donne, bambini, uomini, che non potevano difendersi in alcun modo da quella follia mafiosa per fermare la quale invece che a fare arresti ci fu chi pensò di avviare con quei mafiosi delle “trattative”.

“Dobbiamo riscoprire l’importanza di leggere le sentenze” ha detto ancora ieri il procuratore Gabriele Paci, e probabilmente il suo desiderio, che condividiamo, è di leggere pubblicamente la sentenza che ha condannato Galatolo. Perché è la prima sentenza che delinea i contorni di uno scenario nel quale non ci sono solo dei mafiosi. Galatolo, il boss potente dell’Acquasanta di Palermo, che aveva la sua base operativa a casa sua, in fondo a vicolo Pipitone di Palermo, era il capo mafia che lì incontrava emissari anche dei nostri servizi segreti, era lui ad alzare la saracinesca del suo garage per fare uscire sulle moto o sulle auto i killer che andavano ad eseguire le sentenze di morte, contro Carlo Alberto Dalla Chiesa, Pio La Torre, Giuseppe Insalaco, Michele Reina, Rocco Chinnici. In quella casa di vicolo Pipitone sono state trovate le prove che anche lì fu deciso l’attentato al giudice Carlo Palermo, grazie al lavoro investigativo coordinato dal pm Paci. Anche tracce di incontri importanti come quello col mafioso e pare anche massone Pippo Calò, il cassiere della mafia siciliana.

Carlo Palermo era indicato come “il nuovo arrivato, uno che si immischiava molto e dava fastidio…quando lo vedevano in tv a cominciare da mio padre lo insultavano”. Sono le parole consegnate nei verbali dalla figlia di Galatolo, Giovanna: “In effetti quando ce l’hanno con qualcuno si inizia sempre così e poi finisce come finisce”. Secondo il racconto della Galatolo ad azionare il telecomando della strage fu Nino Madonia, e a Pizzolungo erano presenti anche i suoi zii Raffaele e Pino Galatolo. I due fratelli Galatolo e Nino Madonia “avevano dapprima pensato di uccidere Palermo appostandosi in un casa vicina a quella dove abitava il magistrato, parlavano di un vialetto”. Lo scenario descritto coincide con quello dove l’allora pm trapanese abitava, nella frazione Bonagia di Valderice, occupava una delle villette del cosiddetto “Villaggio Solare”. “Ma l’ipotesi – ha ancora raccontato Giovanna Galatolo ai magistrati di Caltanissetta – venne scartata perché la via di fuga non era del tutto sicura. C’era già pronto il commando, nove persone in tutto, Nino Madonia, mio padre, mio zio Pino, forse anche i fratelli Graviano (i due fedelissimi del latitante Matteo Messina Denaro ndr). Coinvolti Francesco Madonia, Stefano Fontana,Gaetano Carollo oltre anche a Raffaele Ganci”. La Galatolo ha rammentato la reazione delle “donne” della famiglia mafiosa alla notizia delle vittime della strage: “i bambini non si toccano…mia madre affrontò in malo modo mio padre…anche i bambini e ora che c’entrano i bambini…chi ha fatto questa cosa è un cornuto…queste cose dovete vederle tra uomini…mio padre reagì prendendola a schiaffi e minacciando di dar fuoco alla casa se avesse ripreso il discorso”.
Ma l’ultimo processo per la strage di Pizzolungo, il cosiddetto “Pizzolungo quater” ha aperto altri squarci sull’attentato. Uno di questi proposto da un altro collaboratore di giustizia, Francesco Onorato, killer di fiducia dell’imputato Galatolo. Onorato ha detto di avere appreso dallo stesso Galatolo della partecipazione alla strage, ma ha anche svelato le confidenze ricevute in carcere da Nino Madonia che si lamentò perché “altri” vollero utilizzare l’autobomba per attentare al pm Palermo e mettere da parte il suo progetto di agguato nei pressi dell’abitazione del magistrato. E’ saltato così fuori il nome di Mariano Agate, il potente ma oramai defunto capo mafia di Mazara del Vallo.E che nella strage c’entra la cosca mazarese lo conferma anche la circostanza di un incontro tra il mazarese Calcedonio Bruno e il capo mandamento San Lorenzo di Palermo, Pippo Gambino. Il collaboratore di giustizia Giovan Battista Ferrante, ha detto che qualche giorno dopo la strage fu testimone dell’incontro: «Gambino lo accolse facendogli un gesto, del genere per chiedergli “che cosa avete fatto”, Calcedonio aprì le braccia per dire “è successo”, per quella donna e quei bimbi morti. Oggi Calcedonio Bruno è libero, nonostante un ergastolo ha riacquistato la libertà, tiene per se alcuni segreti sulla potente cosca di Mazara del Vallo, strage di Pizzolungo compresa. A Mazara all’epoca della strage si nascondevano i peggiori mafiosi latitanti, da Riina ai Madonia. Dietro il botto del 2 aprile 1985 si vede benissimo che c’è la mafia potente, quella che sopravvive con gli intrecci storici e le alleanze con pezzi dello Stato, i servizi e la massoneria deviati, le banche e i banchieri spregiudicati, i traffici di droga e di armi, le rotte internazionali del crimine. E’ la mafia che lega le organizzazioni criminali italiane con quelle turche per esempio, o ancora la mafia che gestisce le «casseforti» del riciclaggio, dei denari di Cosa Nostra e una serie di investimenti illeciti.

In quel loro incontro in carcere all’Ucciardone Nino Madonia con Onorato si dispiacque per la morte dei bambini e della loro mamma e si lamentò che così era rimasto vivo “quel crasto” di magistrato, nei cui confronti restava in piedi “la sentenza di morte” decisa da Cosa nostra. “Una volta tornato libero (e questo avvenne nel 1987 ndr) parlai con Salvatore Biondino (boss fidato di Totò Riina ndr) e concordammo che non appena era possibile avremmo ucciso il dott. Palermo”. Onorato ha poi indicato come partecipe all’attentato, l’alcamese Nino Melodia, “lo seppi da lui stesso”. Perché uccidere quel magistrato? “Per dare un chiaro segnale alla magistratura e fermare indagini in corso”. “Se fossi stato libero anche io avrei partecipato all’attentato” ha ammesso Onorato che dal 1984 fino a tre anni dopo invece era in carcere “dove i summit mafiosi si svolgevano liberamente”.
Un passo avanti per il movente lo si può leggere nelle motivazioni della sentenza contro Galatolo adesso depositata. Il gup del Tribunale di Caltanissetta Valentina Balbo (Galatolo è stato processato col rito abbreviato e così non è arrivato dinanzi alla Corte di Assise) approfondisce il tema delle potenti collusioni di Cosa nostra con settori dello Stato, omicidi e stragi “per lucrare con certi politici una sostanziale impunità”. Scambi cruenti di favori per costringere lo Stato, o meglio una parte di esso, a stringere patti con Cosa nostra. Pizzolungo si inserisce dentro una “trattativa”: “con l’uccisione di Carlo Palermo – scrive il giudice – Cosa nostra pensava di rendere un favore non solo a se stessa”. Ma c’è di più. Ed è questo il passaggio sul quale ieri ha insistito il procuratore Gabriele paci. Per il giudice Balbo la strage di Pizzolungo non è stata altro che l’anteprima della stagione terroristica mafiosa, “un messaggio rivolto ai giudici Caponnetto, Falcone e Borsellino che a Palermo erano nell’ufficio istruzione i protagonisti più attivi contro i mafiosi e le loro connivenze…l’attentato al giudice Palermo non è da collegarsi a quella raffineria di eroina scoperta ad Alcamo a fine aprile 1985, il movente della strage non si è evoluto in poco tempo (Carlo Palermo era pm a Trapani da appena 40 giorni ndr) la ragione è molto più complessa e impossibile relegare al contrasto contro un unico filone di indagini…Carlo Palermo la ragione di quell’attentato non poteva conoscerla nel 1985 quando gli fu chiesto il motivo”.
La condanna di Vincenzo Galatolo a 30 anni, ha inserito la strage di Pizzolungo in quella strategia di Cosa nostra di attacco allo Stato. Galatolo avrebbe tenuto con settori deviati dello Stato. Quegli scenari che sono presenti perfettamente all’interno del processo cosiddetto sulla “trattativa” Stato/Mafia.
Ed allora leggiamo questa sentenza e ricordiamo di più di Pizzolungo e di quella strage dove morirono Barbara, Salvatore e Giuseppe, e dove la mafia dimostrò di essere capace di entrare nelle nostre case con azioni esplosive e dirompenti.
La mafia è ancora quella, e a Trapani poi resta quella fatta da borghesi e persone che si presentano come persone per bene. L’ultimo dei capi mafia snidati dalla Polizia nel 2001, Vincenzo Virga, e che il Paci con il pm Massimo Russo fecero condannare al termine del maxi processo Omega, fino a poche ore prima del blitz che doveva vederlo finire in manette (operazione Petrov dei Carabinieri, marzo 1994), era uno che girava per palazzi e salotti bene della città, riuscì in latitanza a tutelare le sue aziende, attorno a lui una fantastica rete di protezione, politici, imprenditori, massoneria, qualche uomo messo al posto giusto per spiare. Quando lo arrestarono, Trapani non reagì e attese in buon ordine che Cosa nostra incoronasse il successore del padrino Vincenzo, don Ciccio Pace. Anche a lui fino al 2005 furono aperte le porte dei salotti. In questi salotti dobbiamo riuscire a leggere la sentenza di Pizzolungo perché qualcuno apprenda e possa conoscere, e qualcun altro possa vergognarsi.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.