Tranchida: “Il tempo è galantuomo, a differenza di taluni personaggi, talvolta … “anonimi””

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“Siamo colpevoli di voler fare i Sindaci. É questa l’arma del delitto: una penna. Questa è l’arma con cui ogni giorno i Sindaci firmano centinaia di atti, consapevoli che ognuno di questi può trasformarsi in un avviso di garanzia. La vorremmo consegnare oggi simbolicamente ai rappresentanti del Governo e del Parlamento. Non ci spaventa il lavoro né le responsabilità, vogliamo solo il diritto di guardare negli occhi per strada i nostri concittadini senza sentire addosso il loro giudizio per colpe non nostre. Chiediamo rispetto. Da Sindaco e presidente della nostra associazione io vi prometto che non mi fermerò fino a che non avremo una risposta a queste nostre richieste. Fino a che non vedremo riconosciuti i nostri diritti. Voglio farlo e devo farlo per noi, per i nostri colleghi che hanno pagato ingiustamente, per le migliaia di Sindaci assolti a cui nessuno ha chiesto scusa. Voglio farlo e devo farlo perché tra tre anni, quando mi toglierò questa fascia e la consegnerò al futuro Sindaco di Bari, voglio guardarlo negli occhi è dirgli che fare il Sindaco è il mestiere più bello del mondo”
Il presidente di Anci e sindaco di Bari, fto Antonio Decaro.

Queste le parole di Antonio Decaro, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia, che oggi ha portato davanti al Parlamento centinaia di fasce tricolori per dire che così non va.

“Del discorso del mio  illustre collega Decaro – afferma Tranchida – condivido tutto con un “solo” piccolo distinguo: io non faccio il Sindaco, io sono Sindaco, con buona pace dei mie detrattori.

Parto da un contesto generale, su cui in seguito tornerò, per giungere alla vicenda locale che ha assunto clamore nazionale: la c.d. Operazione Aegades 2 che mi ha visto “protagonista”, mio malgrado.

Come è noto, dello scorso lunedì pomeriggio la decisione del GUP del Tribunale di Trapani, Giudice Nodari, che ha emesso sentenza di non luogo a procedere scagionandomi insieme all’ex Sindaco Pagoto ed altri, dall’accusa mossami  dalla Procura della Repubblica di Trapani, circa miei particolar e personali interessi nella procedura di stabilizzazione di personale ASU in servizio presso il Comune di Favignana e proveniente dal Comune di Erice.

Rispetto ai reiterati “processi di piazza”, meglio parlare di vere e proprie “piazzate” di talune testate giornalistiche, forte della mia coscienza, ho affrontato in questi lunghi mesi e con serenità l’atteso giudizio che conferma la mia innocenza rispetto alle infamanti accuse addebitatemi.
Accuse che hanno preso le mosse da esposti “anonimi” o pseudo tali, i cui autori sono tutt’altro che disinteressati alle vicende isolane.

Insieme ai miei avvocati Giuseppe Rando e Giuseppe Marabete, che torno a ringraziare, abbiamo dimostrato l’infondatezza giuridica e fattuale dell’accusa. Tutti i nulla osta concessi tanto da sindaco di Erice, quanto da sindaco di Valderice ed oggi di Trapani, erano e sono legittimi e dovuti. Nelle diverse decine di nulla osta concessi ai dipendenti ASU ed LSU, di gran lunga maggiori rispetto ai due che mi si contestavano in questa vicenda giudiziaria, che per molti versi ha del grottesco, non ho mai avuto alcun interesse personale. L’unico fine perseguito è stato sempre quello pubblico oltre che di rispetto dei diritti del lavoratore, anch’esso di pubblica valenza.

Come sindaco, come peraltro è stato fatto nel resto della Sicilia ed in tutta Italia, mi sono speso con determinazione, partecipando attivamente anche a manifestazioni politiche e sindacali con la fascia tricolore, per riconoscere il sacrosanto diritto spettante a decine di persone che è quello di uscire dal circuito del precariato. Tale loro diritto era ed è riconosciuto dalla legge, la stessa legge a cui ho sempre risposto. In questa specifica vicenda mi sono pertanto comportato esattamente come hanno fatto tutti gli amministratori locali e i mie colleghi sindaci siciliani (stante la peculiarità normativa di settore, non soggetta alla Legge Madia) in decine di comuni, nonostante la singolarità di essere stato dalla magistratura inquirente trapanese chiamato invece a processo.

Questa vicenda, che personalmente mi ha comunque segnato, non mi ha portato ad arretrare di un millimetro nelle decise azioni di sindaco a tutela degli interessi dei trapanesi – che in tanti, insieme ad alcuni affettuosi amici, ringrazio per i messaggi di sincero compiacimento per la positiva evoluzione della vicenda.

In questi anni ho tutelato i diritti anche del personale ex ASU, oggi dipendente al comune di Trapani taluni, peraltro, ancora da stabilizzare.

Questa vicenda è stata l’occasione, inoltre, per farmi riflettere circa la  mia generosità in termini di supporto e collaborazione disinteressata nei confronti di altri amministratori locali, solo apparentemente dimostratisi. Sappiano tali neo funamboli che non troveranno più alcuna sponda amministrativa o politica nel sottoscritto.

Ma come ho sempre detto, le sentenze non si commentano, si rispettano e quando non si condividono si impugnano.
E però, non posso che ribadire quanto sin dalla prima ora ebbi a dichiarare: la vicenda giudiziaria che mi ha visto incolpevole protagonista e’ stata di fatto costruita su un esposto “anonimo” sul quale si è aperta un’inchiesta rivelatesi priva di ogni fondamentale giuridico e fattuale. I miei avversari  politici e i giornalisti di parte hanno fatto il resto soffiando sul fuoco e innescando una vergognosa gogna mediatica.
Nel tempo si è sentito parlare di gestione del potere da parte del sottoscritto, di “sistema TRANCHIDA”, di nebbie ericine, di indebite ingerenze da parte del sottoscritto e chi più ne ha più ne metta. Indagini che troppo spesso non hanno neppure avuto una consistenza tale da farle accedere alla fase dibattimentale. Indagini talvolta costruite su accuse false propalate da soggetti poco credibili, indagini fondate su anonime quanto infondate accuse, indagini fondate su errati presupposti giuridici. Tali indagini, però, hanno avuto ampia cassa di risonanza mediatica che ha portato la nostra provincia, periferica e spesso isolata, alla ribalta della cronaca nazionale, financo sbattendo il sottoscritto nelle pagine di un notissimo periodico nazionale. Non è certo una bella pubblicità per il nostro territorio.
Di contro e rispetto a tanto, con spalle larghe e fronte alta, rispondiamo con il quotidiano impegno delle formiche.

Ciò su cui, invece, deve più in generale porsi l’attenzione, così come oggi hanno fatto i Sindaci d’Italia, per primi sul fronte sociale anche della pandemia Covid 19, sono il sempre delicato rapporto tra politica, magistratura ed organi di informazione.

A livello più generale, e lo abbiamo anche come Anci ribadito, registriamo, purtroppo, che parte della magistratura inquirente ha contributo con le proprie interviste ad ingenerare un clima che non giova ai rapporti con la politica. Sovente si commentano indagini o ordinanze di applicazione di misure cautelari come se ci si trovasse davanti ad una sentenza definitiva di condanna.
Di contro le sentenze di assoluzione, di proscioglimento o di archiviazione non hanno mai lo stesso clamore mediatico.
Proprio per questo a più riprese il CSM ha invitato, con linee guida, raccomandazioni etc., ad una  rigorosa comunicazione da parte degli organi inquirenti e della Polizia Giudiziaria, informazione che deve essere improntata al rispetto della persona indagata e del principio di innocenza costituzionalmente garantito. Siamo sicuri che queste indicazioni, anche nel recente passato, siano state sempre rispettate?!?

Analoghe considerazioni valgono per certa stampa, troppo spesso appiattita su posizioni  poco rispettose del pluralismo, dei diritti degli indagati e priva di imparzialità.
I processi si fanno nelle aule dei tribunali, non in televisione o sulle pagine dei giornali.
Nulla di nuovo, anzi si tratta di ovvietà che, però, in questo momento storico debbono con forza essere ribadire. Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale, così recita la nostra Costituzione, salvo errori non risulta che sussista un analogo obbligo di ricerca del colpevole a tutti i costi quando manca finanche il reato.

Sono maturi i tempi per una  riforma della magistratura che sta attraversando una profonda crisi, riforma che deve passare dalla revisione dei rapporti tra magistratura inquirente, polizia giudiziaria e magistratura giudicante. Tale riforma, auspicata a più riprese ed anche in maniera vibrata dal ministro Cartabia, non è più procrastinabile. Come si dice, se son rose…”.

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