“Il presidente era soggiogato”

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Mafia, operazione Ruina: il gip scarcera Barone, manda ai domiciliari Ingraldo e Chiapponello, tutti gli altri restano in carcere

Salvatore Barone, l’ex numero uno dell’azienda di trasporto pubblico di Trapani, Atm, e presidente della cantina sociale Kaggera di Calatafimi, è tornato libero. Fu arrestato dalla Polizia lo scorso 15 dicembre nell’ambito del blitz antimafia “Ruina”. I poliziotti dello Sco, Servizio Centrale Operativo, e delle Squadre Mobili di Trapani e Palermo, eseguirono tredici fermi su disposizione della Procura distrettuale antimafia di Palermo, a conclusione di una indagine che scompaginò la famiglia mafiosa di Calatafimi. Conclamati boss mafiosi, come Nicolò Pidone, che secondo i pm palermitani erano riusciti a intrecciarsi con politica e affari. Una indagine che ha travolto l’amministrazione comunale di Calatafimi. Tra gli indagati ci fu il sindaco Nino Accado, che qualche giorno dopo la notifica dell’avviso di garanzia e l’interrogatorio davanti ai magistrati – durante il quale però preferì avvalersi della facoltà di non rispondere – ha scelto la via delle dimissioni, seguito in questa decisione dall’intera Giunta e da tutto il Consiglio comunale. Accardo è coinvolto in episodi di corruzione elettorale. Campagna elettorale la sua, quella per le elezioni del 2019, che sarebbe stata segnata dall’acquisto del consenso elettorale. Vicenda nella quale è risultato anche coinvolto Barone, che però dei tredici arrestati è l’unico ad essere tornato completamente libero. Il gip del Tribunale di Palermo, giudice Lorenzo Jannelli, all’esito anche dell’interrogatorio reso da Barone dopo l’arresto, l’ex dirigente Atm è difeso dall’avv. Carlo Massimo Zaccarini, ha ridimensionato la sua posizione, escludendo gravi indizi di colpevolezza. Il gip ha escluso l’esistenza di elementi come prove dell’appartenenza di Barone al sodalizio mafioso, configurando quasi una sorta di soggiogazione, rispetto alla quale però sono assenti segnali di resistenza da parte dello stesso indagato, se non dopo l’arresto subito. Lo scenario è quello di un soggetto che ha ammesso di sapere dei precedenti penali per mafia del Pidone, e quindi, si desume, di non essersi sottratto per paura alle “convocazioni” e alle “richieste” arrivate da questi, e di essersi rapportato con un altro indagato, Giuseppe Gennaro, convinto della sua condotta corretta perché prosciolto da altre indagini per mafia. Comportamenti di “debolezza” li ha definiti il gip. Difficili da credersi per chi come Barone nel tempo ha acquisito una certa caratura professionale, prima come dirigente di un’azienda pubblica, l’Atm, e poi come ultra decennale presidente di una cantina sociale. Secondo il giudice, Barone dalla lettura anche delle trascrizioni di alcune intercettazioni – “noi acchiappiamo il presidente e lo portiamo dove vogliamo” – emerge come una persona usata come “oggetto” dal sodalizio mafioso piuttosto che come un soggetto partecipante alla cosca mafiosa capeggiata dal Pidone, “la cosca lo trattava come strumento nelle proprie mani…il gruppo mafioso non lo considerava quale componente dello stesso gruppo piuttosto una carica funzionale da sfruttare per il raggiungimento degli obiettivi illeciti”. Barone però non risulta essersi mai sottratto a quel trattamento, mai una denuncia delle pressioni subite soprattutto attorno alla gestione della cantina sociale. Barone rispondendo ai magistrati ha sostenuto di aver condotto la propria attività di presidente della Kaggera secondo comportamenti leciti, le assunzioni delle mogli di esponenti mafiosi ha detto di averle fatte senza conoscere di sottostanti disegni criminali e solo per far del bene. Il gip nella sua ordinanza ha comunque annotato che comunque il comportamento di Barone ha reso permeabile all’infiltrazione mafiosa la cantina sociale Kaggera: Barone, viene da dire, a sua insaputa ha permesso alla cosca mafiosa di Calatafimi di controllare l’attività dell’azienda vinicola. “Subordinazione, sostanziale imbarazzo, timore reverenziale, e costante mortificazione del proprio ruolo”, secondo il gip non possono essere prova dell’esistenza di una partecipazione del Barone al sodalizio mafioso, Barone semmai appare soggetto soggiogato dall’intimidazione mafiosa. Un “colletto bianco” in carriera che però non ha avuto la forza di sottrarsi all’imposizione mafiosa. Se devastante è apparso il quadro al momento dell’esecuzione degli arresti, non meno devastante è il quadro odierno: la riprova che Cosa nostra nel trapanese per imporsi non ha nemmeno bisogno di atti eclatanti di intimidazione, basta solo la semplice convocazione al cospetto del boss di turno. E se questo riesce a farlo con professionisti del calibro di Barone, immaginarsi come possa certamente farlo con soggetti di minore calibro professionale e culturale. Nelle 84 pagine dell’ordinanza del gip Jannelli si può ben leggere la capacità che l’organizzazione mafiosa trapanese continua a possedere nel sapere infiltrarsi in ogni parte della società. Il gip ha comunque confermato la detenzione in carcere per Nicolò Pidone, Giuseppe Aceste, Giuseppe Fanara, Giuseppe Gennaro, Gaetano Placenza, Domenico Simone, Tommaso e Stefano Leo. Arresti domiciliari per Andrea Ingraldo e Ludovico Chiapponello. Obbligo di dimore per l’enologo di Petrosino Leonardo Urso.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.