Il ritorno dei pescatori mazaresi

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Mazara: per stamattina previsto l’arrivo in porto dei motopesca Antartide e Medinea, ma il caso resta aperto

I nostri pescatori di Mazara del Vallo, Karoui Mohamed, Daffe Bavieux, Ibrahim Mohamed, Pietro Marrone, Onofrio Giacalone, Mathlouthi Habib, Ben Haddada M’hamed, Jemmali Farhat, Ben Thameur Lysse, Ben Thameur Hedi, Moh Samsudin, Giovanni Bonomo, Michele Trinca, Barraco Vito, Salvo Bernardo, Fabio Giacalone, Giacomo Giacalone, Indra Gunawan, finalmente riabbracciano i loro familiari. Molto bene. Potranno tornare mettere piede nella loro terra e nelle loro case. Molto bene. Anche per loro i controlli anti Covid. Molto bene. Se avessero bisogno di aiuto c’è già un dispositivo pronto. Molto bene. Staranno a riposo mentre gli armatori faranno un po’ di conti per vedere se sarà possibile far tornare in mare i loro motopesca. Speriamo bene. Autorità di governo pare abbiano girato la voce tra gli armatori di Mazara, sconsigliando di tornare a pescare in quel mare di tutti e che però la Libia considera proprio. Molto male. Avranno parlato di questo il premier Conte e il ministro Di Maio con il generale Haftar durante la missione lampo a Bengasi? Non lo sappiamo ma se non l’hanno fatto diciamo molto male, e se il consiglio giunto agli armatori mazaresi è frutto di quell’incontro lampo, diciamo non molto male ma malissimo. Non sappiamo per adesso se la milizia di Haftar ha ottenuto quello che chiedeva, la liberazione di quattro libici condannati e in carcere in Italia per le atrocità fatte subire a un gruppo di migranti, durante una delle tante traversate del Mediterraneo, non sappiamo se la liberazione dei pescatori mazaresi sia stata scontata con altro, c’è di certo che il brigante Haftar ha ottenuto quel riconoscimento che aspettava dall’Italia e che l’Italia non aveva dato fino al giorno dell’inchino del premier Conte alla bandiera della cirenaica, appena sceso dall’aereo atterrato a Bengasi lo scorso 17 dicembre. Sui giornali abbiamo letto che è risultata decisiva la mediazione del presidente eletto Usa Biden, ciò significa che l’America torna ad avere influenza sul nord Africa e che l’Italia che ha ottenuto la liberazione dei propri pescatori dovrà rivedere la politica internazionale che una volta pendeva per Tripoli e per il presidente al Sarraj. Ma sono dinamiche di politica internazionale sulle quali ci viene difficile addentrarci. I Ros dei Carabinieri su delega della Procura di Roma sentiranno i 18 marittimi, forse avremmo più notizie dagli uffici giudiziari che dai Palazzi di Governo. E questo non va bene. Come non va bene che per oltre 100 giorni i 18 pescatori sono stati sballottati in quattro diversi carceri, divisi tra loro, obbligati a stare in celle anguste sotto terra, a mangiare non si sa cosa. Conte e Di Maio se dovevano fare proprio quella sfilata in arrivo e in partenza davanti alle telecamere libiche, avrebbero dovuto quantomeno essere meno suadenti. I 18 pescatori devono essere comunque devoti ad uno Stato che ha deciso quasi di umiliarsi per la loro sorte. Ma adesso questo Stato deve rialzare la testa. Ci sono in Parlamento interrogazioni che attendono le risposte del presidente del Consiglio Conte e del ministro degli Esteri Di Maio, ascolteremo cosa diranno. Ma il problema vero resta il poter consentire a tutti i pescatori di poter tornare a pescare in quelle acque. Dove calare le reti, senza protezioni e rivendicazioni internazionali, significa rischiare quello che è accaduto ai pescherecci Antartide e Medinea. Perché se non saranno le motovedette di Haftar, adesso potrebbero essere quelle di al Sarraj a puntare le mitraglie e a sequestrare altri pescherecci. Mandare la nostra vigilanza armata in quel mare è ciò che all’Adnkronos ha detto l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi: “Basta con la politica della passività dettata dalla paura – dice l’ex capo di Stato Maggiore della Marina Italiana dal 2013 al 2015 – E’ tempo che le nostre navi tornino a presidiare il Mediterraneo, in numero adeguato e con regole d’ingaggio che consentano loro di essere efficaci. La difesa della flotta mercantile e di quella peschereccia è uno dei compiti istituzionali della Marina militare. Proteggere i nostri cittadini è un dovere. Il rapimento degli equipaggi dei due motopescherecci – osserva – era la punizione di Haftar al ministro Di Maio e all’Italia, colpevoli di trascurarlo dopo la sua sconfitta per mano turca nell’assedio di Tripoli e la sua rotta disordinata in Cirenaica. L’Italia dopo aver abbandonato Al Serraji nel momento del bisogno aveva tentato di salire sul carro di Haftar quando questi sembrava vincente, per poi tentare di recuperare il rapporto con Al Serraji quando Haftar sembrava un cavallo azzoppato”. Per De Giorgi “questo pendolare inconcludente fra le due Libie ha continuato a demolire la credibilità e il pur minimo prestigio residuo del nostro Paese a livello internazionale, lasciandoci sostanzialmente alla deriva. Per ristabilire la nostra posizione a livello internazionale – conclude – servirebbero una strategia di ampio respiro e anni d’impegno in politica estera”. Insomma superata una crisi, se ne riapre un’altra, conosciuta da 50 anni dalla marineria mazarese. E questo mentre le barche dei paesi nord africani vengono fin sotto le coste di Lampedusa a pescare e l’Italia è sempre rimasta a guardare. Ed allora se il ritorno in Patria dei pescatori mazaresi non ha reso più incandescente, come immaginiamo, i centralini delle nostre Prefettura e Questura, dopo che la siesta pomeridiana dei familiari del ministro Bonafede è stata per alcuni giorni disturbata dalla protesta di altri familiari, donne e figlie dei pescatori che dall’1 settembre sono stati imprigionati a Bengasi, rendiamo incandescenti i centralini dei nostri ministeri per chiedere che davvero quello che è accaduto l’1 settembre a 40 miglia da Bengasi non possa accadere più a nessuno. A proposito di Bonafede, speriamo che il ministro domani non sia a Mazara riscoprendo la sua cittadinanza mazarese, lui sarà giustificato, tanto è stato eletto in Toscana, non qui in Sicilia.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.