Le schiave del privè storie di donne violate e affamate

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Oggi la Giornata contro la violenza sulle donne: la giudice illustra un caso di quindici anni fa

Di Daniela Troja*

Sul pullman che la portava in Italia Irina sognava una vita diversa. E migliore: obiettivo questo non difficile visto che lasciava povertà, miseria e macerie. Non sarebbe stato per sempre, solo per qualche tempo, per racimolare un po’ di soldi e poi tornare a casa. La sua amica che era già in Italia le aveva domandato se sapeva ballare. Avrebbe preferito che le avesse chiesto se sapeva cucire, o stirare, o cucinare, o stare con i bambini, ma non era stato così. Pazienza. Il viaggio era lungo e così, sapendo che appena arrivata ci sarebbe stato qualcuno ad attenderla e un alloggio promesso, si era assopita. Il sole era così forte che penetrando attraverso le tendine del pullman si era svegliata prima dell’arrivo. Il cielo azzurro e il fresco profumo di mare le confermarono che aveva fatto la scelta migliore. Era proprio questo il profumo che aveva sognato e che le avrebbe reso meno doloroso il distacco. Arrivata al parcheggio dei pullman, non le fu difficile individuare la coppia in sua attesa. Un uomo e una donna: così le avevano detto e così era stato. I loro volti tuttavia erano meno sorridenti di quelli che si augurava. «Sei tu Irina?». «Sì», rispose. «Allora andiamo, stasera dormirai con altre ragazze, poi ti daremo una sistemazione definitiva». Durante il viaggio nessuno le rivolse la parola. Irina aveva sentito l’uomo parlare al telefono e comunicare che “la bestia” era arrivata, che la “prova” sarebbe avvenuta la sera stessa. L’italiano della ragazza non era perfetto, anzi. Non si sforzò dunque di capire cosa avesse voluto dire quell’uomo. La casa in cui arrivò era come tante altre che lei aveva già visto ed era illuminata. Questo la rasserenò, pensò di non essere sola. L’uomo l’accompagnò dentro la sua stanza, piccola, ma non brutta. Non andò via, però. La prima violenza accadde proprio quella sera. Non riuscì a gridare, gli disse solo con un fil di voce: «non farlo, ti prego». Lui la prese con forza, ridendo, senza preoccuparsi dei suoi lamenti, senza impressionarsi delle sue lacrime. Non durò molto. Le lacrime lo avevano innervosito, lei doveva impegnarsi, perché così a lui non sarebbe servita a nulla…Rimase rannicchiata sul letto e pianse tutta la notte. «Questo lo tengo io», le disse prendendole il passaporto. Era rimasta sola, senza documenti, e provò la sensazione di aver perso anche l’identità. Non sapeva neppure dove si trovasse con esattezza, sola la constatazione che era arrivata in un paese distante circa un’ora dalla stazione degli autobus. L’odore di tabacco che lui le aveva lasciato addosso era forte, pungente. E sul braccio le aveva lasciato dei lividi. Non se ne curò, quelli sarebbero andati via. Ebbe però la certezza che quel momento non lo avrebbe mai dimenticato. E infatti era appena cominciato il suo calvario. Il giorno successivo venne accompagnata in un night club: era quello il suo posto di lavoro e anche la sua casa. Le vennero mostrate dei piccoli camerini chiamati “privé”, in realtà locali minuscoli come scatole dove lei avrebbe dovuto scherzare con gli uomini, togliersi il reggiseno, farsi toccare, ma evitare rapporti sessuali completi. Finito il turno, sarebbe rimasta lì la notte con le altre ragazze. A volte venivano dimenticate per giorni senza cibo. E nessuna di loro aveva il coraggio di scrivere un messaggio. Nessuna, tranne Elena. Contravvenendo alla regola di non chiamare mai, Elena aveva scritto un messaggio supplicandoli di portare qualcosa da mangiare. Gli sfruttatori si erano dimenticati di loro. Un “semplice” disguido: la persona incaricata di provvedere al cibo si era scordato di farlo. La vita andò avanti così, per lungo tempo. I sistemi di reclutamento delle donne vittime di traffico umano possono essere classificati in due grandi gruppi: una rete criminale che non nasconde in alcun modo la reale intenzione di sfruttamento e l’altra che invece la occulta. All’interno di questi due gruppi esistono diversi gradi di consapevolezza che variano in modo proporzionale alla capacità di celare i veri obiettivi degli sfruttatori. Normalmente chi accetta l’idea di prostituirsi considera quel periodo una parentesi della propria vita, un’opportunità di reddito che è stata negata nel proprio paese di origine e che in prospettiva consentirà quindi di tornare e vivere meglio. Le donne “trafficate” di questo tipo non hanno consapevolezza di quelle che saranno le loro reali condizioni di lavoro e delle violenze che dovranno subire. Ignorano che saranno trasformate in schiave, che prima saranno “provate” dai loro sfruttatori e poi toccate dai loro clienti; non sanno che saranno chiuse in un luogo da cui non potranno uscire e che mangeranno solo se qualcuno si ricorderà di portar loro del cibo. E tutto questo mentre a poca distanza, in un tranquillo paese soleggiato, le altre donne accompagnano i figli a scuola e tornano a casa a preparare il pranzo. La vicenda di Irina (nome di fantasia) trae spunto da una storia processuale accaduta circa quindici anni fa: nessuna delle ragazze ha denunciato le vessazioni, le violenze fisiche e verbali che aveva subito. La paura delle conseguenze del gesto aveva avuto il sopravvento sulla disperazione. Ma spesso accade così. La dignità calpestata provoca alienazione e paura. Sono state le intercettazioni a disvelare i fatti. A conferma che un fascicolo processuale che arriva sulla scrivania di un magistrato non è solo una raccolta di allegati e produzioni, ma è innanzitutto una storia umana che emerge, palpita, da quelle carte. Una storia che riaffiora dopo tempo in quel meccanismo meraviglioso e complesso che è la mente di una donna. E a queste donne trafficate, umiliate, sfruttate e offese, va oggi il mio pensiero di donna, di cittadina, di magistrato.

*fonte La Repubblica – l’autrice è presidente di sezione penale presso il Tribunale di Trapani

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