La sirena

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I racconti di Nicola Quagliata

La sirena.

Pur credendo, anche se per gioco, al ritorno gioioso dei morti nella seconda notte di novembre, il mio paese non considera per nulla l’esistenza e la vita delle sirene, pur essendo un paese di mare, un paese immerso nel mare per metà e per metà addossato alla montagna, proprio come una sirena, metà nel mare e metà fuori dal mare; il mio paese ignora l’esistenza delle sirene;le sirene non esistono, non hanno nessuna praticità ed utilità e le si tiene confinate nelle invenzioni della mente.

Ma una di esse, liberatasi dalle catene della fantasia, aggrappatasi ad uno scoglio ricoperto di alghe e di patelle tra le acque del mare di Sicilia, ancora vive, tra Calarossa e Calabianca in certi periodi dell’anno.

Nei primi giorni si nutriva di patelle, che con la bocca risucchiava e staccava dallo scoglio, per poi con la ruvida lingua staccarne il corpo carnoso e masticarla, e di qualche riccio smeraldo, che avvicinatosi lentamente ne attirava l’attenzione, e lei come un’orata dai denti affilati schiacciava il guscio per gustarsi l’interno ricco di sacche di uova e alghe digerite, e degli sfortunati granchi che veloci ad inseguire le proprie prede finivano esse stesse preda tra le mani leste e dalle dita lunghedella sirena, e tra i suoi denti; I primi granchi li portava ancora vivi in bocca e dopo averli schiacciatitra le mandibole, li masticava e li ingoiava. Poi cominciò a portarli tra i denti a pezzi, staccandone prima le chele e le zampe, triturandone l’addome ed il carapace, silenziosa ed assorta guardando indifferente l’orizzonte.

Quando la sirena si fu rimessa ed ebbe recuperato del tutto le sue forze, allora iniziò a nutrirsi di polpi, che stanava con gli inganni della sua coda, di bianche seppie dei fondali sabbiosi, calamari teneri, e totani imprudenti di passaggio che dalle profondità degli abissi risalivano fino alla costa ed allo scoglio affiorante.

Magro come una resca di anciova, Rosario detto Sariddu, aveva la pelle del viso attaccata alle ossa e le guance talmente sottili da sembrare trasparenti al punto che quando mangiava si aveva l’impressione di potergli vedere il cibo che masticava, con una barbetta rada che sembrava una copertura di spine di fichi d’india, ed i baffi che si faceva crescere per non perdere tempo quando gli capitava di radersi, dal barbiere non andava di certo.

Suo figlio invece si pettinava continuamente i capelli ed ogni volta che insieme al pettine  portava  sulla barca ancheuno specchietto, sistematicamente lo perdeva, non riteneva di doverlo lasciare in barca.

•       Ma per chi ti pettini se siamo in mezzo al mare? Nessuno ti vede o può vederti, ti pettini per le sirene?

•       A te devo raccontare per chi mi pettino? Mi pettino e basta!

•       Per piacere tuo?

•       Per piacere mio!

•       Uncà pettinati, così i pesci che tiriamo con le reti, appena fora di l’acqua, virino lusuli, virino a tia e morinucuntenti. E poi non è detto che non incontreremo mai le sirene, speriamo di incontrare quella che io da giovane ho liberato dalle reti.

•       Se… se.. rispondeva il figlio, e sorrideva conoscendo la storia della sirena rimasta impigliata nelle reti e che il padre, sfidando l’ira dei suoi compagni di pesca, che volevano rinchiuderla in una nassa per trascinarla alla marina, si buttò in mare aggrappandosi alle reti che lo rotolavano nella sabbia, per liberarla.

I testimoni rendevano certa l’impresa, solo che data l’età avanzata dei pescatori che avevano assistito al fatto, quando lui cominciò a raccontarla non ce ne era nessuno più in vita a poter testimoniare o a raccontare ciò che aveva visto e la propria versione dei fatti.

Quando Saridduraccontava quegli avvenimenti, a secondo del vento che spirava, tramontana, maestrale o scirocco, a secondo delle nuvole in cielo e del colore del mare e del pescato, così i suoi compagni pescatori gli credevano, ed anzi gli facevano pure domande sul respiro della sirena, se avesse branchie come i pesci o polmoni come tutti noi per respirare l’aria e le brezze, o se addirittura fosse munita sia di branchie che di polmoni, e lui rispondeva che non poteva dirlo, non era in grado di dirlo perché tutto si era svolto in fretta, sopra il banco di sabbia intorno allo scoglio Scialandro, nello specchio d’acqua ai piedi di monte Cofano, dove l’acqua arriva al ginocchio, mentre le mìule in cielo lottavano per sottrarsi una lunga serpe nera che una delle due aveva catturato e portato in alto stringendola vicino la testa col suo becco uncinato.  Quando lasirena fu liberata dai lacci della rete, si immerse nelle profondità scure del mareoltre il fondale sabbioso, sul versante opposto dello scoglio, e senza il pensiero di un salutoscomparvetra la poseidoniache in quel punto supera i due metridi altezza e si estende in vasta prateria.

Se Saridduavesse dovuto dire di averla vista in viso non poteva neanche dirlo, né sfinito com’era poteva seguirla tra le alghe ed i pesci negli abissi. Non poteva dire come fosse in viso, bella come una sirena o brutta come una sirena.

Ma quando il vento e le brezze, e le nuvole in cielo, ed il pescato, non erano del colore giusto, allora nessuno gli credeva, facevano delle grandi risate di scherno che anche i pesci vicini la riva potevano sentire, e si sparpagliavano riluttanti, pensierosi con la fronte corrugata e gli occhi aggrottati, incurvati e a capo chino, con le mani nelle tasche vuote si allontanavano invece di starlo ancora ad ascoltare.Si allontanavano e si sparpagliavano con l’amaro in bocca come davanti ad un magro pescato.

Suo figlio Vanni da bambino lo stava sempre ad ascoltare, non mettendo minimamente in dubbio la realtà dei fatti narrati; ora che era un ragazzo maturo, attento all’opinione delle ragazze,  che potessero ritenerlo figlio di un eccentrico pescatore, non sempre era disposto ad ascoltarlo e sempre gli rispondeva  di non essere certo di credergli, ed era vero perché tra sé e sé aveva momenti di rifiuto di quella storia e momenti in cui gli sembrava tanto vera che poteva vedersi emergere dall’acqua la sirena ed il suo canto, insomma non sapeva se crederci per quanto volesse credergli e non credergli.

Rosario dopo un primo momento di rassegnazione ai commenti degli altri pescatori, che avevano archiviato quella avventura tra le stranezze del mare e delle sue profondità, che con fatalismo avevano accettato la sirena impigliata nelle reti al posto di una cernia, e che si erano indispettiti per non averla chiusa in una nassa e trascinata alla marina per renderne comune la vista, della cui esistenza nessuno aveva dubbi,  cominciò a svegliarsi in piena notte col pensiero fisso della sirena, sentendosene attratto come cosa  dolce, come zuccareddu. La sua mostruosa avventura gli si presentava come incontro con lo zucchero, come un bagno nel miele, ed il pensiero non lo lasciava, almeno di notte. Decise di andarla a cercare, tra le onde e gli scogli, nelle fosse dove il sale si era cristallizzato e splendeva diamantino sotto al sole, nelle fosse profonde, circondate e ricoperte di verde poseidonia, popolate di mille pesci colorati e dalla terribile murena, lungo la costa a settentrione senza ritorno prima di averla rivista.

Attese ancora una giornata prima di partire.

Occorre guardare e conoscere la montagna per capire le barche in mare, la loro resistenza agli sbattimenti delle onde, alla azione lenta e corrosiva della salsedine che solca il viso dei marinai, ed a quella tagliente dei raggi del sole sotto al cui calore il legno tende a ritrarsi per lasciare ampi varchi all’ingresso dell’acqua; la montagna severa, che coi suoi legni sembra sfidare l’acqua salsa che la circonda e l’assedia. La montagna e le sue piante, i suoi possenti alberi, il Gelso, l’Olmo, il Leccio, il Sorbo, il Pino, il Cipresso, per le vertebre, l’ossatura e la carne che solcheranno il mare,il legno per la ghiglia, per la madera, per la nchia, per la pasteca, per l’orro, per il carcagnozzo, lestaminali, il fasciame. Il mastro d’ascia, che ha già in mente l’idea finita della barca ed i compiti e le funzioni in mare a cui sarà adibita, e tiene sulla carta il progetto, lavora e modella ogni pezzo in successione, sceglie il legno e lo adatta e lo incastra con precisione millimetrica alle altre componenti del natante, fino al suo completamento, alla calafatura ed al varo. I numerosi pezzi e componenti che si dipartono dalla ghiglia fino alle staminali, alla rota di prua ed alla dritta di poppa ed al fasciame con maestria modellato alla linea ed alle curvature richieste dalla stazza, idealmente presi singolarmente ed ammassati potrebbero poi, conoscendone le funzioni di ogni singola parte, essere assemblati per avere la barca finita, ma solo idealmente, nella realtà ogni pezzo andava lavorato per essere subito incastrato nelle parti precedenti, il legno è materia viva e non mantiene a lungo la forma stabilita, la forma datagli. Quel che è possibile idealmente nella realtà può generare orrore negli uomini, l’incomprensione stessa delle proprie idee e di quanto si era ideato, nella realtà può apparire disumano, mostruoso.

Per questo se idealmente si concepisce la possibilità di disincastrare e smontare in ogni singolo pezzo una barca, lascia senza parole vedere la barca con cui si è solcata la costa a ponente ed a levante ridotta in brandelli.

Così Sariddu al risveglio trovò la sua barca a pezzi sparsi tra gli scogli, come se corvi inquieti e poiane l’avessero smembrata e sparsa sulla costa e vide la dritta di poppa e la rota di prua sulla rena dell’anfiteatro ai piedi di monte Cofano intorno allo scoglio Scialandro, su cui non ricordava di essersi addormentato, e su cui pure si era svegliato. Un dio imperfetto aveva posto la punta di un compasso sghimbescio su quel puntino di roccia che affiora dal mare, dalla sabbia e dalle alghe, e lo aveva fatto mal roteare ottenendone quel semicerchio di costa sbattuto dai marosi che si allungano dal Tirreno e dal Mediterraneo.