È l’ora delle persone perbene

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L’editoriale: pubblica amministrazione violentata dagli affaristi. Lasciamo il ricordo di Borsellino ai veri onesti
Annuns horribilis. Per la pandemia? No, il virus si combatte, è la corruzione pubblica invece che dilaga e con essa gli atti politici prepotenti, arroganti, spocchiosi. Le ultime indagini in provincia di Trapani, la terra che resta zoccolo duro della Cosa nostra di Matteo Messina Denaro, ci raccontano di politici che incontrano i boss, che si dannano per scavalcare i dirigenti e imporre le proprie decisioni, di quei politici che dinanzi a dirigenti incapaci invece di cacciarli via pensano che sostituendosi ad essi i problemi si risolvono e invece si aggravano, quelli che organizzano vendette contro gli avversari e che si fanno ricchi speculando sui bisogni della collettività. In questo scenario terribile poi c’è la criminalità, quella mafiosa quanto quella comune, che diventa istituzione, gestisce assunzioni e licenziamenti, decide se un terreno può essere lavorato o meno, pensa di risolvere le controversie familiari, anche dopo una separazione, bruciando o danneggiando vigneti. C’è la mafia che si preoccupa se una casa di riposo rischia di chiudere, o il boss che decide se un terreno vada venduto a tizio o a caio. E’ la criminalità che non occupa ciò che l’amministrazione pubblica non controlla, la questione è diversa, le ultime indagini ci dicono che talvolta amministrazione pubblica e criminalità si mettono d’accordo, e la mafia diventa la longa manus del politico spregiudicato e connivente. C’è una canzone che mi ha sempre affascinato, colonna sonora di un noto film dei bravi Aldo, Giovanni e Giacomo. La canzone è di Samuele Bersani, Giudizi Universali il titolo, è la “teoria del piano inclinato”, una pallina che di colpo si comincia a muovere e a correre su un piano che via via diventa sempre più inclinato. Ecco mi sembra quello che sta accadendo alle nostre pubbliche amministrazioni, dove alla fine la corda che teneva unite una serie di cose si sta via via spezzando, e al solito quello che la politica non ha saputo fare nella scelta dei rappresentanti nelle istituzioni, emerge con forza dalle indagini della magistratura di Palermo e Trapani. Bastano quattro sindaci su ventiquattro a dimostrare che è ora di cambiare registro? Bastano, anche perché poi chi per lavoro, per seguire la cronaca giudiziaria, gira per Procure e Tribunali, ha la netta sensazione che probabilmente l’elenco è destinato ad allungarsi. E che tutto questo sta succedendo alla vigilia del 28° anniversario della strage mafiosa di via D’Amelio forse non è un caso. Le parole del procuratore Paolo Borsellino domani dovremmo forse farle ascoltare con gli altoparlanti, lui che in quel 1988 parlava di politici da scegliere con molta attenzione, di votarli non per le promesse che fanno ma per le correttezze etiche e morali possedute e noi invece abbiamo continuato a votare forse sempre i peggiori. Oggi ci troviamo nei guai perché anche in questo campo la società civile ha tradito quello che il procuratore Borsellino andava dicendo, e anche per questo è morto. Il passo indietro oggi non lo devono fare i sindaci indagati, ma lo devono fare in tanti. Bisogna uscire fuori dagli equivoci, i sindaci che vogliono essere davvero onesti rompano oggi accordi e alleanze scomode se ne hanno la capacità, e il tempo, riprendano i contatti con la società degli onesti, se non sanno farlo non attendano l’avviso di garanzia o la misura cautelare per togliere il disturbo. Così la stessa cosa facciano i burocrati e i tecnocrati, che sanno tutto sulle leggi, ma che poi in cambio di benefit e indennità chiudono gli occhi e aprono le mani e i loro portafogli. Un ruolo devono anche riconquistare i sindacati. La gestione delle stabilizzazioni del personale presentate come successi, si scopre poi che nascondevano intese che hanno trasformato il mondo delle assunzioni in veri e propri mercati, uomini e donne gestiti come se fossero animali portati al mercato. Riprenda il suo ruolo l’informazione, i giornalisti non devono essere tifosi di nulla, ma tornare ad essere il cane da guardia in queste nostre realtà, e non sottomettersi ad editori che li mettono a tacere solo perché con le pubbliche amministrazioni c’è sempre qualcosa da guadagnare. Le cose non vanno bene se poi proprio in queste ore c’è chi (stra)parla contro la magistratura, sostenendo che sta minando il territorio. Non è la magistratura il pericolo, il pericolo restano è vero anche certi magistrati, come quelli che nel 1990 dissero che il padrino del Belice, don Francesco Messina Denaro, il patriarca della mafia di Castelvetrano, non era un soggetto che meritava la sorveglianza speciale, mettendo ciò nero su bianco in una sentenza, mentre proprio in quel 1990 don Ciccio assicurava la sua eredità di padrino a suo figlio, Matteo, il latitante ricercato dal 1993. E poi l’altro pericolo sono i politici. Quelli che non più tardi di 14 anni addietro andavano dicendo che Trapani risorgeva grazie alla Coppa America, quelli che si vantavano dei 2 milioni di passeggeri che passavano per l’aeroporto, quelli che in nome dei collegamenti con le isole aprivano le casse pubbliche stra sovvenzionando armatori che come in un facile gioco ottenevano presto, subito e tanto, tanto denaro pubblico. Il pericolo restano i politici che non hanno mai rispettato la distanza di sicurezza dai mafiosi e dai delinquenti. Ma nonostante condanne, sorveglianze speciali e tanto altro, sono i politici che direttamente o da dietro le quinte continuano a gestire il territorio e a far passare il messaggio che la magistratura sta rovinando questa terra. Basta con politici e sindaci che siedono al tavolo con i mafiosi, che con loro festeggiano le elezioni, che partecipano ai matrimoni dei figli e che magari domani, con indosso la fascia tricolore andranno a scoprire la targa che ricorda qualche vittima della mafia, che così viene uccisa un’altra volta. Fateci la prima carità, domani non parlateci di Paolo Borsellino. Lasciate che a farlo siano solo le persone perbene, E’ questo il loro momento, anche quello di farsi avanti per una nuova gestione della cosa pubblica. Ecco che torna la canzone di Bersani, basta un gesto, un’occhiata una frase qualsiasi per fermare il corso delle cose. Basta non essere più pupazzi.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.