Quella voce che sentiamo ancora ogni giorno

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Il nostro ricordo di Santo Della Volpe, a cinque anni dalla sua prematura scomparsa

Santo Della Volpe è – non era – un grande collega, un eccellente sindacalista e un vero amico del quale non si parla solo in questa triste giornata, ma se ne parla ogni giorno. Non si è dimenticato tanto che lo riteniamo ancora presente. Santo ti chiamava come giornalista, prima per chiedere consiglio, darti l’aiuto che ti occorreva e magari anche per anticiparti un suo lavoro che voleva condividere, ti chiamava da sindacalista lesto nel dare sostegno, ti chiamava come amico per parlarti di qualcosa che stava realizzando nella sua casa a Pantelleria, che sarebbe passato da Trapani, assieme a Teresa, e voleva prendere con l’amico un caffè, seduti al bar della marina, o anche per chiederti semplicemente come stavi, anche quando lui già sapeva di star male. Lui è’ ancora qui ogni giorno, grazie anche ai colleghi, agli amici e agli amici del sindacato che seguono la strada che Lui percorreva. Quanto mi è piaciuto il ricordo istantaneo che di Lui ha dato Vittorio Di Trapani in occasione di una edizione del concorso giornalistico riservato agli studenti che porta il nome di Santo Della Volpe, che con Articolo 21 e con Libera, dal 2016 abbiamo inserito nella rassegna “Non ti scordar di me” dedicata al ricordo delle vittime della strage mafiosa di Pizzolungo del 2 aprile 1985. Vittorio in un lampo di genio salutò tutti con le parole di Santo, “ricordati dei guaglò” (Vittorio si scrive così giusto?), non aveva più purtroppo il suo simpatico vocione, ma è rimasto simpatico e austero pur nella drammaticità del momento. A Vittorio disse ricordati cioè dei giovani giornalisti, di quelli che lavorano nelle periferie, di quelli che si vogliono avvicinare alla professione, che Santo accoglieva senza superbia alcuna, con la consapevolezza di essere un maestro della penna, ma sapendo anche che anche i maestri dagli allievi hanno sempre qualcosa da apprendere. Questo è Santo Della Volpe. Camminiamo avendolo ancora al nostro fianco, e ogni tanto ci sentiamo tirare, benevolmente, le orecchie, quando si sbaglia. Doveva essere a Trapani quel 9 luglio del 2015, voleva dire la sua in quella stagione, ancora non del tutto finita, di giornalisti d’assalto e senza scrupoli che stavano scavando la fossa al vero giornalismo, quello con la G maiuscola. E lo stavano facendo in una terra che oggi non è diversa rispetta a ieri, dove la mafia vive di inciuci e intrecci pericolosi, dove non spara ma usa altre armi per delegittimare chi fa il proprio dovere, e da qualsiasi postazione, dove la mafia inquina ovunque metta mano, decisa a fermare tutti coloro i quali sono capaci di far smuovere le corde dell’animo umano. La mafia vuole soggezione, odia chi pensa a far vivere, perché i mafiosi preferiscono far sopravvivere, privandoci delle libertà, anche quella della parola. L’Art. 21 della Costituzione è l’unica arma che raccontando per bene, come insegna Santo, possiamo usare per vincere questa guerra. Il giornalismo legato ai valori della Costituzione, questo impariamo sempre meglio ogni giorno da Lui. E come a Lui non piace anche noi oggi continuiamo a dire che il giornalismo a corrente alternata non è roba nostra, che i giornalisti che non tengono la schiena dritta sono roba da Cosa nostra. Il cammino è continuato e continua. Illuminiamo di più le periferie ci chiede di far Santo. E ogni giorno glielo sentiamo dire.

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