Le parole di un boss, il silenzio della città

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Operazione Cutrara: le regole di don Ciccio “Tempesta” ma Castellammare del Golfo pare essere distratta. Ieri pomeriggio seduta consiliare, l’emergenza…la situazione di Cala Marina

ndava a passeggiare in campagna quando c’era da discutere di cose riservate, ma don Ciccio Domingo detto Tempesta non sapeva che i Carabinieri di Trapani che lo pedinavano e lo intercettavano da quando nel 2015 era tornato libero, riuscivano lo stesso ad ascoltarlo. Nelle intercettazioni dell’operazione “Cutrara” c’è uno spaccato incredibile, rispetto ai tempi trascorsi e a quanto accaduto negli anni, della Cosa nostra che don Ciccio Tempesta aveva nella sua testa. Ritornare alle regole antiche, quelle che per decenni ne hanno garantito la sopravvivenza, il riuscire a imporre la presenza dei mafiosi nel territorio. E bisogna riconoscere che a don Ciccio la cosa gli è venuta parecchio facile da fare. Tante volte e senza aver bisogno di carte giudiziarie alla mano, anzi anticipandone i contenuti, abbiamo descritto il quieto vivere un po’ strano della città di Castellammare del Golfo. Quei “4 Canti” nel corso principale della cittadina sempre presidiati, e ad ogni angolo, dai mafiosi, spesso ossequiati e salutati, voscienza assabinidica, salutamo, non sappiamo se di tanto in tanto qualcuno dicesse pure il classico baciamo le mani, ma può darsi. E loro stavano sempre lì, a discutere del più e del meno, e intanto mandavano in giro i loro sguardi perché chi passava capisse che la storia andava al rovescio di come magari i giornalisti la raccontavano. Quando don Ciccio Tempesta tornò libero si fece un bel giro a piedi lungo il corso, entrava nei bar dove qualcuno prontamente andava ad offrirgli la consumazione, la sua lunga carcerazione lo aveva fatto diventare un mammasantissima, un perseguitato della giustizia, definizione che appartiene a tutti i mafiosi quando sopratutto diventano dei capi. E capi si diventa anche quando si resta anche per decenni in carcere, cella e silenzio. A Castellammare del Golfo di questi soggetti ce ne sono diversi, alcuni sono tornati in cella con l’operazione “Cutrara”, altri restano liberi, come per esempio l’odotecnico Mariano Asaro, un nome pesante dell’organizzazione mafiosa castellammarese, anche lui ha scontato la pena detentiva ed è in giro, ufficialmente non abita a Castellammare ma a Dattilo, e però spesso lo hanno visto partecipe a banchetti e incontri, ovviamente nulla di segreto e riservato, solo matrimoni, battesimi e comunioni. Castellammare del Golfo è un pezzo di quella Sicilia dove sembra che il tempo non sia mai trascorso, dove tutto resta fermo agli anni in cui il potere di paese era rappresentato dal mafioso ai cui piedi tutti si inchinavano. E chi si rifiutava veniva messo all’indice. Per il mafioso castellammarese è d’obbligo la passeggiata su e giù per il “Cassaro”, una fermata al solito bar e poi di nuovo daccapo. E così la passeggiata diventava l’occasione per parlare fitto fitto con qualcuno oppure mandare un sarcastico sorriso a chi incontrando il mafioso lo scansava. E’ passato tanto tempo ma a Castellammare del Golfo c’è ancora chi guarda ai mafiosi chiamandoli “galantuomini”, sembra essere dentro uno dei racconti di Leonardo Sciascia. E la cosa che più dispiace è quella che ci sono stati e ci sono politici, quelli che dovrebbero amministrare, garantire le giuste regole e incidere sul cambiamento della società, che perpetuano i comportamenti dell’onorata società, che ieri per parlare col mafioso cercavano un mediatore e che invece adesso i mafiosi vanno a cercarli e incontrarli alla luce del sole. Non sappiamo se questo sia il caso del sindaco Rizzo, ma così si è comportato l’ex vice presidente del Consiglio comunale Foderà che dopo aver subito un furto è andato a chiedere aiuto a don Ciccio consegnando a lui anche la sua idea di chi poteva essere stato a derubarlo del proprio trattore, cosa che ovviamente si era ben guardato dal fare andando a denunciare il furto ai carabinieri. Hanno sempre esposto la loro tranquillità certi politici, sono spesso entrati e usciti illibati dalle cronache giudiziarie, nessuna responsabilità penale ma è rimasta infranta la loro moralità. Solo che in città nessuno ci fa caso, anzi pochi ci hanno fatto caso. E’ questa l’atmosfera del paese buono e tranquillo, eppure da qui sono partiti i mafiosi che in America andarono a fondare la Cosa nostra americana, i mafiosi hanno gestito traffici di droga, impiantato raffinerie, investito i soldi nell’edilizia, hanno ordinato omicidi, colpito uomini onesti come il capitano Paolo Ficalora, riempito di tritolo e sentex l’auto usata per fare strage a Pizzolungo. Ma il paese ha sempre mantenuto una certa tranquillità. Rimanendo distante da chi in questi anni è andato casa per casa, scuola per scuola, a raccontare come invece stanno davvero le cose, anzi c’è chi a questi giovani, per lo più, ha risposto dicendo che “il mondo non può essere diverso”, ma ad un pezzo di società castellammarese non piace la libertà, perché è sempre comodo che ci sia qualcuno che prenda le decisioni. Ed è una fotografia che proprio ieri pomeriggio ci ha consegnato la seduta del Consiglio comunale che in un battibaleno ha liquidato la cronaca della giornata, come se nulla fosse accaduto. Scena già vista in altre occasioni. Il sindaco Rizzo ha parlato, ha letto la sua dichiarazione, ha messo in avanti la propria determinazione, pare abbia detto che se non riuscirà a chiarire la sua posizione si dimetterà (stamattina sarà a Palermo in Procura per l’interrogatorio), maggioranza e opposizione hanno detto la loro, ma potevano anche fare un documento comune, gli arresti, gli avvisi di garanzia sono stati come l’acqua che scorre addosso, bagnati e subito asciugati. L’aula consiliare ha discusso senza scossoni le delibere all’ordine del giorno, e quando abbiamo sentito parlare di emergenza…la questione è risultata relativa a Cala Marina. L’operazione “Cutrara” ha messo in evidenza la capacità di un singolo, don Ciccio Tempesta, di tenere sotto scacco il paese, è di questo che si dovrebbe discutere perché non accada più. Quasi 15 anni addietro il Consiglio comunale e la Giunta sono stati sciolti per inquinamento mafioso proprio per quanto emergeva dall’indagine condotta su don Ciccio Domingo dalla Squadra Mobile, oggi pare di essere protagonisti di scene già viste, don Ciccio è stato colto a gestire il paese e l’amministrazione con il Consiglio comunale nuovamente traballano, ma nessuno ne vuol prendere atto. Sappiamo che i castellammaresi onesti non se la prenderanno per quello che scriviamo perché per fortuna c’è una parte di Castellammare del Golfo che ha ben chiara la realtà. Noi di Alqamah lo abbiamo già scritto e lo ripetiamo: lanciamo una sfida, non vogliamo confrontarci con chi la pensa come noi, vogliamo confrontarci con chi ritiene che stiamo dando una descrizione sbagliata di Castellammare del Golfo. Abbiamo iniziato dicendo delle intercettazioni. Eccole, le trascrizioni ci consegnano un don Ciccio Domingo che a modo suo tiene al paese e se la piglia con chi l’ha consegnato agli estranei. Parla delle dinamiche mafiose, se la prende con i mafiosi locali che si sono piegati ai corleonesi, ma è del controllo del paese, della cittadina che parla. “…noi dove andavamo andavamo si potevano levare tutti il cappello! Loro hanno preso il paese e gliel’hanno dato agli estranei! E non glielo ridanno più al paesano!”. E poi il ricordo delle regole: “… uno che si abbraccia ad uno deve cercare di essere vero … Michele stai attento parlare poco e ascoltare e tutto il discorso non lo dire mai ad un altro … mezzo discorso … e vedi cosa ti viene a dire! Non ti sbilanciare mai a dire tutte le cose sane ai cristiani! (persone mafiose ndr)…mai…e se vi appanzate (accordate segretamente) due tre dovete essere sempre gli stessi! E cosa succede succede!”. Regole antiche, anche per quanto riguarda le faccende di casa. E così per un matrimonio finito, un suocero parecchio incazzato per il fatto che il proprio figlio era stato lasciato e in preda al disonore delle corna, ha dato mandato ai propri scagnozzi a distruggere il vigneto del consuocero.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.