Aiutavano il boss, ma ne parlavano anche molto male

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Retroscena del blitz “Mafiabet”: gli arrestati ascoltati a parlare infastiditi del capo mafia latitante, dandogli del deficiente e cane di macogna

Sono da leggere con attenzione le 200 pagine del provvedimento di fermo firmato dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Paolo Guido, e dai sostituti procuratori Gianluca De Leo e Francesca Dessì. E questo perché grazie al lavoro di intelligence condotto dai Carabinieri del comando provinciale di Trapani e dai militari del Ros, si può cogliere la fotografia più recente dell’organizzazione mafiosa trapanese, con i suoi agganci con la rete criminale della provincia, le sue attività di estorsione, i contatti con la politica, e soprattutto ci sono i politici che contattavano alcuni degli arrestati ufficialmente a loro insaputa, non sapevano cioè di stare a parlare con dei mafiosi. E poi gli affari, quelli nuovi, i giochi on line, le scommesse attraverso circuiti internazionali. E ancora una volta spunta l’isola di Malta, il paradiso fiscale dei mafiosi, luogo sicuro dove portare i soldi. Lillo Jonn Luppino era una persona sicura per i mafiosi tanto da diventarlo egli stesso senza tanti riti di affiliazione. Si occupa di Cinuzzo Urso, di Franco Luppino, è da quest’ultimo che per i pm prese l’ordine di sostenere alle elezioni regionali del 2017 l’avv. Stefano Pellegrino e non Toni Scilla, l’altro concorrente quotato nella stessa lista, quella di Forza Italia. Pellegrino ebbe anche i voti di Rosario Allegra, cognato del boss latitante Messina Denaro, ma in una intercettazione il sostegno di Allegra viene definito “amichevole”, fuori dalla rete elettorale gestita da Cosa nostra. Durante le indagini poi i carabinieri si sono ritrovati a fare una irruzione in un casolare, decisa in pochi attimi, all’esito dell’ascolto da una ambientale collocata sull’auto di uno degli indagati, Francesco Catalanotto: “il 24 marzo 2016 il Catalanotto era stato monitorato mentre si recava presso un caseggiato rurale in Contrada Fontanelle a Campobello di Mazara. Dai dispositivi di intercettazione collocati nell’autovettura in uso al Catalanotto si era registrato il rumore di un portone metallico che si apriva e, successivamente, il predetto Catalanotto pronunciare le parole “Matteo susiti”, parole dopo le quali il Catalanotto si era poi allontanato subito, da solo. Sottoposto a perquisizione il casolare sulla base del sospetto che, all’interno di esso, potesse nascondersi il latitante Matteo Messina Denaro, questa aveva dato esito negativo. Quel casolare apparteneva a Calogero Jonn Luppino”. Ma se da una parte il clan finanziava la latitanza di Matteo Messina Denaro, da un’altra parte lo stesso clan non celava nemmeno il fatto di non sopportare oltre la presenza del latitante, causa , per loro, di tanti guai. Una insofferenza parecchio pesante tanto che parlando del capo mafia lo stesso viene indicato come un deficiente: Jonn Luppino è stato sentito dirlo chiaramente: “fino a quando non prendono a “questo” siamo tutti consumati … perché ti legano tutti a questo deficiente”. Giorgi: “finché non prendono questo cane di macogna, eh, in questo territorio faranno terra bruciata”. Definizioni che possono anche essere appropriate per il soggetto mafioso in questione, che è anche e soprattutto un sanguinario assassino, condannato all’ergastolo per stragi e omicidi, e quindi meriterebbe ben altri giudizi, ma queste parole in bocca a soggetti vicini a Cosa nostra sono di quelle che potrebbero portare anche ad una “guerra”.

Intanto Lillo Luppino dal carcere di Pagliarelli dove si trova ha nominato il proprio legale di fiducia. Ha incaricato della difesa l’’avv. Antonio Ingroia, l’ex pm antimafia.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.