Anno Zero, il “sistema” del boss

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Messina Denaro, ecco come funziona Cosa nostra in mano al latitanteIl delitto di Marcianò, la scalata di Dario Messina. La notizia del boss morto commentata con le risate dai suoi complici

Ventidue ordini di fermo, ventuno eseguiti. Il 22° doveva essere Matteo Messina Denaro, il capo mafia della provincia di Trapani ricercato dal 1993. Lui non è stato preso ma a finire in cella sono i suoi sodali, a cominciare dai cognati, Gaspare Como e Rosario “Saro” Allegra. Loro tenevano le fila degli affari, da quelli tradizionali della mafia delle campagne, come sanare i dissidi tra i pastori, a quelli più attuali, il controllo delle casseforti attraverso attività apparentemente lecite, come la gestione di centri per le scommesse. Parlano di Matteo, parlano di “u sicco”, soprannome del boss, fanno riferimento anche in altro modo sempre al latitante. Parlano e svelano il sistema, che funziona senza avere per forza bisogno dell’ordine dei capo mafia, il sistema illecito va avanti da se, Matteo è il capo assoluto e lo è ancora di più per essere stato capace di creare un sistema a sua immagine e somiglianza. E così il sistema sovraintende alle riunioni, alle azioni violente da mettere in atto, per le estorsioni. E’ dal 2010 che questo quadro è emerso con le operazioni Golem della Squadra Mobile di Trapani, quando fu arrestato il parente più vicino al boss, Salvatore Messina Denaro, tornato in libertà da poco tempo, che con il cognato Vincenzo Panicola in quel periodo gestiva la cosca. Poi fu arrestata Patrizia Messina Denaro, la sorella di Matteo e Salvatore e la moglie di Vincenzo Panicola. Arrestati loro secondo l’odierna indagine a occuparsi della guida del clan i due cognati ora arrestati, Como e Allegra. Quindi Matteo Messina Denaro si fida strettamente dei suoi familiari, e la “famiglia” Messina Denaro non pensa di alzare bandiera bianca. Anzi. Tutt’altro. E trova dalla sua parte soggetti che parlano del latitante come di un santo da adorare, sporcano il nome di un vero Santo, padre Pio, dicendo che Matteo meriterebbe una statua come quella dedicata al Santo da Pietralcina. “Lo dobbiamo adorare come un dio”, dicevano i mafiosi intercettati nel 1998 nel corso della prima pesante indagine che colpì il mandamento mafioso di Castelvetrano, “Progetto Belice”, riverenza mistica che si continua a ripetere. Il boss Matteo Messina Denaro era e resta una carismatica figura, che veniva ulteriormente enfatizzata l’indomani della morte di Salvatore “Totò” Riina allorquando veniva indicato come suo erede naturale. Emblematica, in tal senso, è la solerzia dimostrata da Angelo Greco, uomo d’onore di Campobello di Mazara le indagini sul quale hanno evidenziato la stretta vicinanza al capo mafia latitante tanto da essere a conoscenza nel dicembre 2012 di una sua momentanea permanenza nella zona di Marsala, il quale si premurava di cancellare una scritta irriguardosa comparsa su un muro della cittadina campobellese nel gennaio 2013 nei confronti di Matteo Messina Denaro, attivandosi per ricercare il responsabile. Ma le intercettazioni svelano altro, come il parlare di un mafioso del suo capo, Matteo Messina Denaro: “ è potuto essere stragista… cosa minchia sia…a me… le cose giuste… mangia e fai mangiare… voi altri tanto mangiate… state… state facendo diventare un paese… l’Italia è uno stivale pieno di merda… uno stivale pieno di merda… le persone sono scontente… questo voi fate… e… glielo posso dire? Arrestami… che minchia vuoi? Eh… sino alla morte come diceva quello… andate a farvela ficcare in culo, cornuti e figli di pulla minchia… cose inutili… arrusi”. Intercettati sono stati ascoltati a ridere di quando sulla stmpa finì l’ipotesi della morte del boss: “ma perché non lo lasciano in santa pace… dicono che è morto… …(risata)… ma come….a barzelletta è andata a finire”. E così chiosava il cognato Gaspare Como: “non ti danno pace… stanno distruggendo…meno male che siamo sempre in piedi”.

Il blitz di mercoledì notte è stato condotto da Carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani, dalla Polizia di Stato – Squadre Mobili di Palermo e Trapani e Servizio Centrale Operativo – e dalla Dia di Trapani. Gli arrestati sono indagati per associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento, detenzione armi e intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalle modalità mafiose. Le indagini hanno documentato le dinamiche associative dei mandamenti mafiosi di Castelvetrano e Mazara del Vallo, accertando il ruolo di vertice degli esponenti della famiglia dei Messina Denaro e dei suoi principali sodali, le gerarchie e i componenti delle principali articolazioni mafiose, il capillare controllo del territorio ed il sistematico ricorso all’intimidazione per infiltrare il tessuto economico locale.

Gaspare Como, cognato del latitante, per i pm della Procura antimafia di Palermo è il reggente del mandamento di Castelvetrano, a partire dai primi mesi del 2016. Gaspare Como, durante tale periodo, ha esercitato la sua leadership attraverso un ristretto circuito di sodali di provata affidabilità composto da Antonino Triolo titolare di una agenzia pratiche auto in Castelvetrano; Vincenzo La Cascia, uomo d’onore della famiglia di Campobello di Mazara; Calogero Guarino gestore di una frutteria in Castelvetrano; Vittorio Signorello, dipendente civile dell’aeroporto Trapani Birgi. Particolarmente significativi sono stati gli esiti delle intercettazioni ambientali all’interno dell’agenzia pratiche auto di Antonino Triolo, luogo deputato a mascherare i riservati incontri tra quest’ultimo e il Como, funzionali alla veicolazione delle comunicazioni con Nicola Accardo, capo della famiglia di Partanna, che si occupa a smistare i “pizzini” e il Triolo che si è rivelato essere il principale braccio destro. In tale quadro, le intercettazioni in questione hanno rivelato l’esistenza di accese interlocuzioni in seno al mandamento di Castelvetrano tra esponenti della famiglia di Campobello e Castelvetrano sulla spartizione di proventi illeciti, per dirimere le quali si rendeva necessaria la forte presa di posizione del Como forte dell’investitura ricevuta dal cognato Matteo Messina Denaro per la risoluzione di ogni controversia sul territorio. Tale scenario ha fatto da sfondo all’omicidio di Giuseppe Marcianò, avvenuto a Campobello di Mazara il 6 luglio 2017, uno dei protagonisti delle criticità interne all’organizzazione, imparentato con i Burzotta di Mazara del Vallo, soggetti coinvolti dalla metà degli anni ’80 in indagini antimafia. Marcianò pare che avesse deciso di tirarsi fuori addirittura andando a svelare ai carabinieri molte delle cose delle quali era a conoscenza.

Più in generale, le indagini hanno documentato uno spaccato genuino delle dinamiche associative del mandamento di Castelvetrano, comprendente anche le famiglie di Partanna e Campobello di Mazara, evidenziando la vitalità dell’organizzazione nel controllo del territorio e la sua pericolosità testimoniata da condotte estorsive in danno di imprenditori economici dell’area, dalla consumazione di una serie di danneggiamenti su beni e proprietà allo scopo di punire atteggiamenti irrispettosi di soggetti riottosi all’autorità mafiosa, e dalla ampia disponibilità di armi e munizionamento. Particolarmente attivi in tale ambito sono stati gli indagati Tilotta Giuseppe, Bongiorno Giuseppe e Milazzo Leonardo i quali procedevano alle attività intimidatorie su disposizione del capo mandamento Gaspare Como.

Un ruolo di primo piano ha rivestito Nicola Accardo, figlio del defunto “Ciccio”, al vertice della famiglia mafiosa di Partanna, nelle cui mani e nella cui abitazione rilevanti intercettazioni ambientali hanno documentato la lettura di riservatissima corrispondenza, attraverso il sistema dei “pizzini”, originata dal latitante e diretta sia al suo ambito familiare, sia ai vertici di alcune “famiglie mafiose”. Ancora una volta, infatti, è emerso l’uso dei “pizzini” per dirimere controversie, dare disposizioni ai sodali ed investire delle massime cariche mafiose in seno alle rispettive famiglie le nuove leve, tra cui il neo reggente del mandamento di Mazara del Vallo, Dario Messina. Nipote di Pasquale Messina, dal nonno ha ereditato la caratura di mafioso ancora di più dopo essere finito in cella per un omicidio per il quale ebbe una condanna a 10 anni (una vicenda che finì considerata come un delitto d’impeto). Con i fratelli Antonio e Gaspare fu condannato per la morte di un balordo, Francesco Bianco, ucciso il 3 gennaio 2007. All’epoca gestivano a Mazara un locale, il “Cap. St. Martin”, Bianco spesso dava fastidio, e fu ucciso. Tornato libero Dario Messina risulta aver stretto rapporti con Vito Gondola, l’erede di don Mariano Agate alla guida del mandamento di Mazara. Morto anche Gondola, Dario Messina risulta aver assunto la guida della cosca, aiutato da Bruno Giacalone e Marco Buffa “capo decina” di Petrosino Strasatti.

Le intercettazioni hanno, inoltre, consentito di accertare che che taluni indagati, attraverso soggetti insospettabili, sono intervenuti in aste giudiziarie al fine di riappropriarsi anche di beni sequestrati in precedenti operazioni antimafia e si è documentato nuovamente l’interesse della criminalità organizzata per il settore delle scommesse, attraverso la gestione di numerosi “punti gioco”, oltre alle attività tipicamente mafiose quali estorsioni e danneggiamenti.

Le indagini, infine, hanno consentito di contestare a Carlo Cattaneo, imprenditore nel settore dei giochi e scommesse on line, il reato di concorso esterno all’organizzazione mafiosa, per aver posto una serie di condotte volte a favorire l’acquisizione e la gestione da parte dell’associazione di tali rilevanti attività economiche, provvedendo, tra l’altro, al sostentamento economico del circuito familiare del latitante Messina Denaro.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.