Nicastri, pm chiedono condanna

Pubblicato: mercoledì, 24 aprile 2019
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Il “re” dell’eolico giudicato col rito abbreviato per l’operazione Pionica

Una borsa piena di soldi fatta arrivare al boss latitante Matteo Messina Denaro, mentre altre valigie piene di denaro sarebbero andate in giro per i palazzi della Politica di Palermo e Roma. Comune denominatore il mittente, l’imprenditore alcamese Vito Nicastri. I suoi rapporti col capo di Cosa nostra trapanese latitante dal 1993, sono stati “fotografati” nel 2014 dai carabinieri nell’ambito dell’operazione “Pionica”. Alsolito affari, facili, e piccioli, tanti, invischiati le famiglie mafiose di mezza provincia di Trapani. I soldi a Messina Denaro, Vito Nicastri li avrebbe consegnati al capo mafia di Salemi Michele Gucciardi, questi poi li avrebbe fatti avere al nipote prediletto del boss, Francesco Guttadauro, destinato anche lui come a Gucciardi, a finire in carcere in un’altra operazione. Nicastri intanto, di recente, grazie a una indagine della Dia di Trapani, è stato scoperto, sebbene si trovasse ai domiciliari e con un miliardo e 300 milioni di patrimonio confiscato, in rapporti stretti con gli uomini più vicini al leader leghista Matteo Salvini, dal sottosegretario Siri ai professori Francesco e Paolo Arata, nonché ai super burocrati della Regione, Alberto Tinnirello e Giacomo Causarano, assessorato all’Energia, guidato dall’assessore Pierobon. Indagine ancora tutta da svilupparsi nonostante i tentativi di insabbiamento da parte della Lega, partito di Governo che ha resistito alle richieste del partner penta stellato di dimissioni del sottosegretario Siri. Intanto per l’operazione “Pionica” i pm della Dda di Palermo, De Leo e Brandini, hanno chiesto al gup Lo Presti, una condanna a 12 anni per Vito Nicastri, Melchiorre Leone e Girolamo Scandariato , 10 anni sono stati chiesti per Roberto Nicastri, fratello di Vito, e per Giuseppe Bellitti. Tutti accusati di associazione mafiosa.
L’indagine fu avviata nel 2014 e fotografò l’attualità dell’organizzazione mafiosa trapanese, e in particolare quella dei centri agricoli di Vita e Salemi, capace di arrivare ancora fin dentro i più importanti salotti della provincia, e che aveva come fine il controllo di filiere agricole e commerciali. Sullo sfondo poi dell'inchiesta il favoreggiamento da continuare a garantire a Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, al quale sarebbero stati fatti arrivare ingenti quantitativi di denaro. Gli arrestati, servendosi anche di professionisti nell’ambito di consulenze agricole e immobiliari, sono riusciti, attraverso società di fatto riconducibili all’organizzazione mafiosa ma fittiziamente intestate a terzi, a realizzare notevoli investimenti in colture innovative per la produzione di legname nonché in attività di ristorazione. Le indagini, sostenute anche dalla collaborazione del defunto imprenditore di Castelvetrano, Lorenzo Cimarosa, cugino del capo mafia Messina Denaro, e dei nuovi pentiti Attilio Fogazza e Nicolò Nicolosi, permisero di scoprire come Cosa nostra trapanese, attraverso i fratelli Nicastri, era riuscita a mettere le mani sui possedimenti terrieri appartenuti alla famiglia degli esattori Salvo di Salemi, considerati da sempre uomini di peso della mafia trapanese e palermitana: come a dire che quei terreni di appartenenza mafiosa non dovevano sfuggire al controllo della mafia. L'erede dei Salvo, Giuseppe Salvo, si è costituita parte civile nel procedimento.
Gli affari monitorati nell'operazione "Pionica" sarebbero stati ordinati attraverso i “pizzini” giunti dal latitante Matteo Messina Denaro. Un’indagine che arrivo’ fino a Trapani, e che anticipo’ quello che di recente è avvenuto con il blitz “Scrigno”, col ritorno in manette di altri tre fedelissimi dei boss Matteo Messina Denaro, i fratelli Pietro e Francesco Virga ma sopratutto Franco Orlando, ex consigliere comunale del Psi negli anni ‘90, segretario particolare dell’on. Bartolo Pellegrino e custode delle latitanze dei mafiosi più importanti. A Trapani il clan avrebbe intavolato trattative per l’affitto di un’ampia estensione terriera di proprietà della famiglia D’Alì, e nel settembre 2014 proprio il senatore D’Alì è stato visto incontrarsi con i mafiosi adesso arrestati, tra i quali il calatafimese Girolamo Scandariato, per contrattare l’affitto dei suoi terreni destinati a ospitare un impianto di “paulownia”, alberi destinati alla produzione di pregiato legname.
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