Pizzolungo, trattative dietro a quel tritolo

Pubblicato: domenica, 2 aprile 2017
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32 anni dopo la strage nella quale morirono Barbara Rizzo e i figlioletti Salvatore e Giuseppe Asta, ci sono però la memoria e l’impegno che ci hanno fatto cominciare a vincere contro la barbarie

"Non ti scordar di me” è da 10 anni l’appuntamento che organizzato dal Comune di Erice e da Libera, assieme alle scuole del territorio, ha ridato significato al ricordo delle vittime della strage mafiosa di Pizzolungo del 2 aprile 1985, sottraendolo alla retorica e alle passerelle. Dieci anni di caparbio e testardo impegno che hanno condotto a momenti eccezionali. Pensiamo al boss Ciccio Pace, capo mafia di Trapani in carcere da una decina di anni. Nel 1985 c’era anche lui nell’inchiesta giudiziaria condotta dal pm Carlo Palermo, destinatario dell’autobomba di Pizzolungo, e che arrivava seguendo un filone di banche e false fatture, sino ai famigerati cavalieri del lavoro di Catania, Renzo, Graci e Costanzo. C’era anche lui quando Vincenzo Virga, il capo mafia di Trapani, decideva la spartizione degli appalti e fu lui che nel 2001, arrestato Virga, stabilì che era finita l’era dei “coccodrilli”, così erano soprannominati i Virga, perché aggredivano tutto e tutti, e che era l’ora della sommersione come aveva stabilito il capo dei capi trapanese Matteo Messina Denaro. Pace era quel boss che intercettato fu sentito dai poliziotti della Mobile mentre anticipava che il prefetto dell’epoca Fulvio Sodano, sarebbe stato presto trasferito. Cosa che puntualmente avvenne per decisione del Consiglio dei ministri, presidente Berlusconi, sottosegretario all’Interno era il senatore trapanese Tonino D’Alì. Da qualche giorno una casa che fu di Ciccio Pace è diventata sede di un centro di documentazione nel nome di Giuseppe e Salvatore Asta ma anche nel nome di Fulvio Sodano, a don Ciccio è stata data proprio una bella pedata e la società civile l’ha cacciato via da quel posto. A 32 anni da quella strage per fortuna ci sono tanti che non si voltano più dall’altra parte, nonostante sia quotidiano il bombardamento di chi vuol far credere che la mafia non c’è e che sia semmai l’antimafia il nemico da combattere. A Trapani c’è una foresta di professionisti del discredito. Per fortuna che ci sono i giovani, gli studenti che non è vero che siano disattenti o insensibili, messi alla prova e sollecitati dimostrano di avere capito meglio dei loro genitori. In occasione del “Non ti scordar di me” li abbiamo visti all’opera, in teatro, con occasioni letterarie, pronti a far domande. Quando un paio di giorni addietro abbiamo incontrato con loro il bravo Pier Francesco Diliberto, in arte Pif, diventato cittadino onorario di Erice, abbiamo conosciuto un fanciullo, Domenico, che è uno dei componenti del Coro della scuola di Trentapiedi. E’ stato Domenico a fare a Pif la domanda più forte: ma perché questi mafiosi devono passare sempre per eroi? Come dire agli adulti, prendete, incartate e portate a casa. Così per dire alcune cose che non è vero che tutto quello che è stato fatto è cosa inutile. Cose inutili sarete voi professionisti delle peggiore cose, i mafiosi, i massoni che come tanti corvi stanno sul trespolo, ma li faremo volare via anche da lì. Infine. E’ vero che su Pizzolungo non si è fatta completamente luce, ma nelle ombre se si ha voglia e capacità molte cose si colgono. Mafia e non solo mafia, sentiamo dire spesso. Noi sosteniamo mafia e basta, perché non è stata meno mafiosa l’azione di chi all’esterno di Cosa nostra ha dato una grande mano per organizzare l’attentato e fare arrivare a Trapani il tritolo più potente che ci fosse, per depistare, per fare assolvere in maniera definitiva gli esecutori della strage, per dare un senso a quella strage, andando a trattare con pezzi dello Stato, come è avvenuto. La sentenza che ha condannato all’ergastolo i boss Totò Riina e Vincenzo Virga non è vero che non dica nulla di interessante e che sancisca l’assenza di un movente. I giudici non hanno potuto scrivere a chiare lettere il movente della strage ma hanno saputo descrivere lo scenario, e con la voce dei mafiosi. Gli anni ’80 furono gli anni della scalata criminale di Riina e dei corleonesi, a Trapani trovarono tanti alleati, Messina Denaro, Agate, Virga, ma anche boss diffidenti, c’erano alcuni mafiosi di Paceco che non erano convinti degli omicidi che Riina andava facendo tra Palermo e Trapani, degli attentati a magistrati, giudici, poliziotti e carabinieri. Era Mommo u nanu, al secolo Girolamo Marino, che andava dicendo, mai aggredire lo Stato, perché se quello si rivolta contro di noi, per noi è finita. I suoi compari l’hanno ammazzato, Girolamo Marino è morto ma prima di morire gli era stato detto che aveva torto, lo Stato assalito non ha risposto aggredendo la mafia. E c’è il passaggio di un racconto, lo sfogo soddisfatto di un mafioso dopo la strage di Pizzolungo. E’ vero l’obiettivo rimase vivo, il pm Carlo Palermo, ma ugualmente i mafiosi soddisfatti commentarono che a quel punto toccava all’onorevole Craxi, all’epoca presidente del Consiglio, tirarli fuori dalle reti. In un battibaleno Carlo Palermo da Trapani si ritrovò portato fuori dal mondo giudiziaria per tutta una serie di accadimenti presentati come normali. Per non parlare di quella sentenza di assoluzione di chi organizzò la strage. Ci sono stati giudici che hanno scritto malamente di altri giudici , hanno scritto di giudizi anomali. Riina mandò a dire al boss di Caltanissetta, città dove si celebrava il processo, che doveva occuparsi di quel dibattimento, e il risultato fa pensare che Piddu Madonia di quel processo se ne sarebbe per davvero occupato. Poi la ciliegina sulla torta è rappresentata dal giudizio definitivo della Cassazione pronunciato da Corrado Carnevale e dal consigliere Paolino Dell’Anno. Se diciamo che i loro nomi per tempo hanno continuato a entrare e uscire da indagini su mafia, massoneria, processi venduti e comprati non pensiamo di raccontare fregnacce. Ecco Pizzolungo e quella strage sta tutta qui dentro, la strage fu uno dei momenti che Cosa nostra usò per portare pezzi dello Stato a compiere una delle tante trattative, il botto poi doveva stordire la società, renderla addomesticabile e sottomessa. C’è la firma degli specialisti delle trattative in questa strage, oltre quella di Riina anche quella dei Messina Denaro, il patriarca Francesco, morto nel 1998, e il nuovo boss, Matteo, latitante dal 1993. Lo hanno raccontato i pentiti che l’ordine della strage arrivò anche da loro. Matteo Messina Denaro è l’autore delle stragi del 1993, sotto processo è adesso per le stragi del 1992. Suo fedele alleato fu proprio in questa recente stagione di stragi il carrozziere di Castellammare del Golfo, Gino Calabrò, il meccanico nella cui officina fu imbottita di tritolo la golf usata per la strage. Guarda casa il nome di Calabrò figura tra le carte della loggia massonica segreta Iside 2. Insomma siamo proprio sicuri che il movente della strage di Pizzolungo sia sconosciuto o forse non se ne vuole dettagliatamente parlare per evitare di arrivare a ciò che sta accadendo oggi in questa parte di Sicilia dove tutto non avviene per caso e dove c’è una mafia che sa sparare bene quando è ora di sparare e che sa soprattutto votare bene quando è ora di votare. E in questi giorni ci si sta preparando a votare.

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