Verso una nuova psicologia politica e del voto

Pubblicato: domenica, 3 aprile 2016
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psicologia e politicaL’atmosfera di questi mesi che precedono le elezioni amministrative induce a riflettere in maniera più attenta, per questa rubrica che si occupa di salute e benessere, al voto e alla psicologia politica in cui il benessere è in qualche modo contenuto nella misura in cui si vive un luogo dove si possono scegliere anche sistemi di welfare e di gestione delle socialità attraverso la scelta che si compie.

Ma lungi dal voler suggerire strategie e tecniche questo vuole essere un pensiero di più ampio respiro sul modo di intedere il voto e l’appartenza politica, se ancora si può parlare di un termine come quello di appartenenza che spesso si usa per introdurre relazioni familiari o amicali e sempre meno spesso per parlare di pensiero sociale e condivido in base ad un ideologia comune.

Il voto negli anni si è trasformato da una scelta di fiducia nei confronti di qualcosa (un ideale, un progetto condiviso) per divenire sempre più fiducia nei confronti di qualcuno. Ormai ogni politico cura la propria immagine mediatica e a cascata molte persone che votano e ascoltano i programmi e le interviste si affidano molto più a fattori supposti di personalità del candidato piuttosto che a reali e attestabili caratteristiche affidabili dello stesso. D’altra parte gli stessi attori sociali intervistati si preoccupano molto della loro immagine e della visione che ne hanno gli altri.

Ciò che caratterizza il voto sono per lo più delle scorciatoie di pensiero, dette euristiche, cui la mente si affida per arginare l’eccessivo flusso di informazioni e mentre la partecipazione modera questo lavoro automatico della mente bisogna anche ammettere che l’esame critico dei contenuti che si sentono passa per una buona fetta di persone in secondo piano.  Chi partecipa più o meno attivamente ai processi decisionali, alla vita sociale e politica, è più coinvolto e riflette e critica, chi resta marginale non fa questo “sforzo” e tende a risparmiare energie in tal senso.

Già ai tempi di Freud non mancavano gli studi sulle folle e sui fenomeni sociali, e benchè siano cambiati contesto e situazioni, nonchè mezzi di propaganda sembra che qualcosa della caratterizzazione psicoanalitica sia rimasto tale e quale. Probabilmente è cambiato il concetto stesso di leader, e il suo stesso modo di porsi come pura immagine piuttosto che portatore di valori, ma sembra rimanere immutato il bisogno e l’esigenza da parte dei più di identificarsi in una sorta di padre che da un lato appare onnipotente, in grado di risolvere qualsiasi situazione, e dall’altro pur nella sua incredibile (o poco credibile) magnificenza comunque protegge. Ci vuole una certa personalità anche ad assumersi il ruolo di leader sicuramente.

Anche l’astensione è segno di qualcosa a livello psicologico, implica una tale sfiducia nella politica e nei suoi meccanismi che si preferisce non esprimere in alcun modo la propria preferenza.

 

 

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