A proposito di antimafia e antimafiosi

Pubblicato: sabato, 7 marzo 2015
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matteo-messina-denaroIl caso di Giuseppe Cimarosa finisce in tv...ma solo per polemizzare con Faraone e “faraona”. I simboli dell'antimafia sono altri...ma restano dimenticati

Alla fine il giovane Giuseppe Cimarosa ha avuto il suo momento di gloria. Prima alla tribuna della “Leopolda siciliana”, la “Sicilia 2.0” come il sottosegretario Davide Faraone ha voluto chiamarla (la faraona per altri) e poi in tv, dagli schermi di Servizio Pubblico. Giuseppe Cimarosa è un giovane di Castelvetrano, un artista e un giovane che ha trovato nell'equitazione un suo spazio a Castelvetrano. E' figlio di Lorenzo, un imprenditore che più volte è stato indagato, arrestato e condannato per il sostegno dato al boss Matteo Messina Denaro che, parentela a parte viene da capire, lo ha utilizzato garantendo lavoro per le sue imprese. Non ci si sofferma sul fatto che Lorenzo Cimarosa dichiari in Tribunale di essere collaboratore di giustizia e che però è stato condannato senza le attenuanti dovute per legge ad un collaboratore, non cambia la sostanza dei fatti. Giuseppe Cimarosa ha finalmente trovato la forza di gridare il suo “no” alla mafia e a Matteo Messina Denaro, ma non ci piace che venga presentato come simbolo quasi più unico che raro dell'antimafia sociale, per il suo “no” a Messina Denaro prima e al parente Messina Denaro dopo. Non ci piace non per partito preso, per pregiudizi che pure potrebbero esserci – viene da chiedersi come si sia sentito davanti al sindaco della sua città, l'avv. Felice Errante, quando questi per solidarietà andò a trovarlo “in pompa magna”, perchè è lo stesso sindaco che sin dal suo insediamento ha voluto dire a chiare lettere che “Matteo Messina Denaro non è il primo dei problemi”, pensiero del tutto contrario al suo - , non ci piace perchè in questa rincorsa a cercare “il personaggio” per dare testimonianza di antimafiosità, si sono perduti per strada altri simboli. Parliamo non a Giuseppe Cimarosa, parliamo ai politici, a quelli del Pd intanto, anche al sottosegretario Faraone. Trent'anni fa una bomba esplodeva sulla strada di Pizzolungo. Era un'autobomba, erano gli anni in cui si diceva, a ragion veduta, che la mafia aveva trasformato le strade siciliane, e poi toccherà anche ad altre strade, a Roma, Milano e Fiurenze, in strade simili a Beirut. Vittime dovevano essere il giudice, pm a Trapani, Carlo Palermo e la sua scorta. Straziati dal tritolo furono invece una donna con i suoi figlioletti, Barbara Rizzo, con Giuseppe e Salvatore Asta. Lei aveva poco più di 30 anni, Giuseppe e Salvatore erano gemelli ed avevano 6 anni. Carlo Palermo e la sua scorta non uscirono del tutto indenni, sono dei sopravvissuti ma a parlare con loro, cosa che in pochi in questi anni hanno fatto, si capisce che le loro ferite non sono guarite. Carlo Palermo nel giro di pochi anni fu “spinto” a lasciare la magistratura. In archivio finirono le sue indagini sui traffici di armi e droga, sui soldi riciclati nelle banche, sui politici di Governo che coprivano questi affari sporchi. Nel settembre del 1992 un super commando di mafiosi, Messina Denaro, Bagarella e Graviano, cercarono di uccidere a Mazara del Vallo il vice questore Rino Germanà. In un battibaleno Germanà, sopravvissuto a quell'agguato, fu portato lontano dalla Sicilia e dalle indagini antimafia. Oggi è questore a Piacenza, dopo esserlo stato a Forlì e dopo aver fatto anche il dirigente del posto di Polizia all'aeroporto di Bologna, prossimo alla pensione. Nel luglio del 2003 in un battibaleno, seguendo le procedure toccate a Germanà, fu portato via da Trapani un prefetto, Fulvio Sodano, al quale ogni giorno dovrebbe essere reso merito al fatto di essere stato il prefetto che accese la macchina amministrativa, fino ad allora rimasta spenta, sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. Sodano è morto un anno addietro. Libera si rivolse al sindaco di Castelvetrano, Errante, per concedere al prefetto Sodano quando era ancora in vita, anzi quando era ancora tenuto in vita da un polmone artificiale, la cittadinanza onoraria. La risposta fu negativa perchè, disse Errante, perpetuando il pensiero che era stato di un altro sindaco, quello di Trapani, Girolamo Fazio, e che cioè c'era una parte politica che strumentalizzava la proposta. Palermo e Germanà però ci sono ancora e ci auguriamo che lo siano per altri cent'anni. E però “ce li siamo persi per strada”, anzi “ce li hanno fatti perdere per strada”.

A carlo palermo addirittura proposero di andarsene per sempre dall'Italia, di assumere un'altra identità, di andare ad abitare in Canada. Rino Germanà fu tenuto nei posti più lontani dal fronte della lotta alla mafia e divenne questore quando la collega Sandra Amurri sulle pagine dell'Unità gli dedicò un servizio: il Governo dell'epoca corse ai ripari e lo mandò a fare il questore non in Sicilia ma a Forlì. Un salto indietro, al 1983. Il 25 gennaio di quell'anno i mafiosi uccisero il pm Gian Giacomo Ciaccio Montalto perchè inseguiva la pista della droga e dei soldi che la mafia guadagnava e reinvestiva nella lontana Toscana. Gian Giacomo Ciaccio Montalto era prossimo al trasferimento a Firenze, alla procura di Firenze, i killer arrivarono giusto in tempo a eliminare per sempre quel loro avversario. La vedova e le tre figlie di Ciaccio Montalto furono costrette a lasciare Trapani perchè le minacce contro di loro non si fermarono anche dopo l'assassinio del loro marito e del loro genitore. Anche loro si sono perse nelle memorie dei tanti che dicono di volere contrastare la mafia. Gli esempi non sono finiti. C'è un dirigente superiore di Polizia, Giuseppe Linares che dopo avere inseguito e catturato tutti i latitanti della mafia trapanese, quando si concentrò sulla cattura di Messina Denaro è stato portato a fare altro: oggi combatte e contrasta, con la sua solita capacità di investigatore, la camorra, è direttore della Dia a Napoli, perchè per l'attuale Governo e per il ministro Alfano, l'emergenza non è la mafia ma la camorra. Anche Linares la antimafia “parolaia” se lo è perso per strada...ce lo ha fatto perdere. E' vero a combattere la mafia restano in prima linea altri magistrati e altri investigatori, fino a quando sarà loro permesso di potere continuare a lavorare. Un Governo che pensa prima a fare la legge sulla responsabilità civile dei giudici e a lasciare nel limbo delle decisioni parlamentari le leggi sulla corruzione, le leggi sulla modifica delle prescrizioni, un Governo che bontà sua non vuole mandare in carcere i giornalisti ma non li aiuta a difendersi dalle querele temerarie – e le querele oggi le fanno anche i mafiosi chissà ancora qualcuno non se ne è accorto – ecco un Governo che dimentica di fare le cose davvero urgenti per contrastare mafie e colletti bianchi , non ci convince. Non ci convince quando pensa di non porre ostacoli all'uscita per pensionamento dai propri gangli un questore come Germanà, non ci convince quando perpetua ciò che altri Governi hanno fatto e cioè di lasciare al proprio destino un uomo come Carlo Palermo.

Non ci convince un Governo che morot e sepolto il prefetto Sodano non pensa di dare la parola alla sua vedova che per fortuna trova ancora tribuna per poter parlare, senza urlare, ma con parole precise, pungenti, all'interno delle manifestazioni di Libera. Credetemi gli esempi potrebbero continuare. Potremmo parlare delle misure di prevenzione che colpiscono gli imprenditori che hanno collaborato, che non sono dentro un programma di protezione per loro scelta, perchè anche loro, ancora prima di Cimarosa, hanno deciso di restare nella loro terra a combattere dalla parte giusta, affianco allo Stato. Il nome dell'imprenditore Giuseppe Amodeo ai più non dice nulla, ma credeteci dovrebbe dire tanto. Giuseppe Cimarosa ha fatto una scelta di vita, ha pronunciato quelle parole contro Messina Denaro che al boss non fanno paura ma tanto dicono alla società. Un imprenditore come Amodeo non solo ha detto no alla mafia e a Messina Denaro, ma aveva scelto di tornare ad investire nel territorio sfidando la mafia...lo Stato invece di ringraziarlo lo ha quasi bloccato sequestrandogli i beni ed affidandoli ad un amministratore giudiziario che fece la scelta che poi era quella che i mafiosi desideravano, cioè non permettere ad Amodeo di costruire a Castelvetrano un centro commerciale. L'amministratore giudiziario si è dimesso e fino ad oggi non c'è niente che possa far dire che quella scelta, di affittare come verde agricolo il terreno dove Amodeo voleva costruire il centro commerciale, fosse stata dettata da “entità esterne”. In Sicilia accade che per caso certe strade finiscano per incrociarsi. Anche nel trasferimento di Sodano da Trapani: i mafiosi intercettati dicevano che quel prefetto da Trapani doveva andare via, sarebbe andato via, “casualmente” nel luglio 2003 il Governo Berlusconi decise quel trafserimento. I mafiosi “per culo” indovinarono quello che sarebbe avvenuto”! Esempi finiti? Niente affatto. Stando sempre dalle parti di Castelvetrano viene da pensare al lavoro che sta svolgendo Nicola Clemenza, un maestro elementare, imprenditore olivicolo, al quale i mafiosi bruciarono auto e portone di casa, mettendo a repentaglio la sua vita, solo perchè aveva pensato di costituire una cooperativa di produttori oleari; oppure Pasquale Calamia, che il Pd dovrebbe pure conoscere bene, è consigliere comunale a Castelvetrano, per essersi pubblicamente augurato la cattura del boss latitante parlando in pieno Consiglio comunale , i mafiosi gli andarono a bruciare la casa; oppure Elena Ferraro che mandò a quel paese il cugino del boss che andò a trovarla chiedendogli il pizzo, mandò a quel paese nel senso che si alzò dalla sua sedia e andò a denunciare il mafioso parente del boss, facendolo pure condannare. Palermo, Germanà, Sodano, Linares, Clemenza, Ferrara, sono esempi concreti di come si può dire di no alla mafia dall'interno delle istituzioni, dall'interno delle imprese, e però le loro storie non si conoscono, non si vogliono far conmoscere. I familiari di Ciaccio Montalto, Margherita Asta sono le storie belle della lotta alla mafia. Per non parlare di Chicca Roveri e Maddalena Rostagno, compagna e figlia di Mauro, il giornalista ammazzato a Trapani nel 1988 “perchè era diventato una camurria” nel comune sentire mafioso. Mauro Rostagno ha dovuto subire con i suoi familiari i peggiori degli oltraggi, anche da parte di quel giornalismo che porta in tv Giuseppe Cimarosa.

E' più comodo far parlare Giuseppe Cimarosa perchè secondo alcuni la mafia la si combatte bene rinnegandola e rinnegando il parente in questo caso. Ma non è così. Non è così perchè per combattere la mafia bisogna puntare l'indice non solo contro Matteo Messina Denaro, ma contro quei soggetti che, liberi, vanno in giro a seminare la nuova pianta mafiosa. Lo hanno fatto da fronti diversi due imprenditori, uno si chiama Nino Birrittella che fu componente della cupola mafiosa trapanese e che decise di pentirsi per salvare i figli. Ha raccontato tutto quello che c'era da raccontare sulla mafia e sui rapporti con la politica e l'impresa. Ha raccontato più di quello che i magistrati già avevanio intuito, a Trapani lui è rimasto a lavorare, ogni tanto sfiorato dai “lupi” della cosca di Messina Denaro pronti ogni tanto a far vedere i propri denti, ma per i più a Trapani è passato per un untore...già mai toccare i potenti è la regola non scritta che c'è da queste parti; l'altro è Gregory Bongiorno, un imprenditore che ha rifiutato il pizzo che gli voleva imporre uno che si chiama Mariano Asaro che non è certo un “quisuqe de populo”. La nuova pianta mafiosa non fa vedere i suoi germogli ma si allarga bene nel sottosuolo allungando le sue radici. La mafia sommersa , questo il nome di questa pianta. Ogni tanto c'è chi scava e fa vedere queste radici, ma viene zittito, o almeno resta privo di riflettori. Lo scorso 28 febbraio a Trapani si è ricordato il prefetto Fulvio Sodano con una serie infinita di pugni nello stomaco dei mafiosi, dei politici loro complici e conniventi, dei complici e degni ignavi...cercate il resoconto di quella serata sui giornali...non lo troverete. Perchè a Trapani “la miglior parola è quella che non si dice”, mentre invece, come ha ricordato quella sera don Luigi Ciotti, la verità su ciò che ha subito Sodano, ma anche su ciò che hanno subito tanti altri, gira per le strade della città, ma tanti ancora girano il volto, non ne vogliono sentire parlare. Si perchè oramai tanti sono convinti che Matteo Messina Denaro non è il primo dei problemi, sono convinti che la mafia è stata sconfitta, che la mafia non esiste come diceva uno sciagurato sindaco davanti alle vittime straziate di Pizzolungo. Non abbiamo nulla contro Giuseppe Cimarosa, anzi...non ci piacciono le piazzate antimafia mentre si permette alla memoria di spegnersi. E' questo quello che non ci piace! Noi non vogliamo solo dire che la mafia è una montagna di merda vogliamo dire che ogni singolo mafioso, morto o vivo che sia, ogni complice della mafia, politico, imprenditore, professionista, è un pezzo di merda. Noi vogliamo poter dire questo, ma questo non ce lo vogliono far dire...lo ripetiamo sperando che finalmente qualcuno scopra questa triste realtà, a cominciare dal sottosegretario Davide Faraone.

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  1. Maurizio Lo Presti, noto avvocato di Alcamo, è stato condannato per tentata estorsione dal Tribunale di Trapani. La vicenda giudiziaria nasce dalla denuncia di due suoi ex clienti, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo. Si tratta di due dei condannati per la strage di Alcamo Marina, poi assolti, dopo 30 anni, grazie ad un processo di revisione, da tutte le accuse. Avevano denunciato di avere subito pressioni dal loro difensore affinché sottoscrivessero un contratto che prevedeva una quota della misura del 30% della somma che sarebbe stata liquidata all’esito della sentenza e il pagamento di un milione di euro in caso di recesso. Per gli inquirenti il legale avrebbe minacciato di non presentarsi in aula, nell’udienza finale, con gravi ripercussioni per i suoi assistiti che da oltre 30 anni attendevano la revisione. Ferrantelli e Santangelo non avrebbero ceduto alle pressioni decidendo di affidarsi alla fine all’avv. Baldassare Lauria, che aveva già assistito un loro coimputato, Giuseppe Gulotta. Lo Presti, dal canto suo, ha sempre sostenuto di avere affrontato tutte le spese nel corso del lungo percorso processuale per arrivare a ottenere la revisione del processo, resa possibile dalle rivelazioni di un brigadiere dei carabinieri, Renato Olino, il quale fece riaprire le indagini sugli imputati della strage della casermetta, che si addossarono tutte le colpe a seguito di gravissime torture.

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