Historia Alcami: Reperti archeologici. Piccole tracce della storia di Alcamo

Pubblicato: martedì, 1 luglio 2014
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Intervista ad Antonino Filippi, archeologo e storico del territorio. a cura di Lidia Milazzo e Pietro Pignatiello.

asciaCi può tracciare una panoramica sui reperti archeologici ritrovati nel territorio alcamese?

Il reperto più noto è di età preistorica, un’ascia del neolitico, conservata al museo Paolo Orsi di Siracusa. Questo oggetto non è esposto. Paolo Orsi grande archeologo trentino della fine dell’ottocento ritenne fosse un reperto molto più antico, invece studi successivi confermarono la sua appartenenza al neolitico. Altri sono conservati nei magazzini del Museo Archeologica Salinas di Palermo. Questi furono donati dallo storico alcamese degli inizi del ‘900 Pietro Maria Rocca. Sono alcuni frammenti provenienti da Calatubo, e alcune lucerne dalla zona di Bosco Falconeria, appartenente alla zona amministrativa del partinicese, ma che possiamo far rientrare, in ambito archeologico, nell’alcamese. Una in particolare è interessante perché riporta la raffigurazione di una scena di pastorizia, risalente all’epoca della Roma Imperiale.

Altri reperti sono di età classica ed ellenistica (V-III a.C.). Sono piccoli vasetti appartenenti a qualche tomba. Abbiamo anche alcuni frammenti di tegola con bollo. Queste sono interessanti perché, soprattutto per l’età ellenistica, ci dicono chi erano i proprietari dei fondi e quale fosse la suddivisione del territorio dopo la conquista romana. In questi timbri figura, infatti, il nome del proprietario o del magistrato che soprintendeva alla produzione. I nomi che si evidenziano sono conosciuti anche a Segesta, come per Onasus. Poiché non esistono fonti storiche antecedenti al medioevo che ci descrivono il territorio di Alcamo se non per il fatto che in questo territorio doveva esistere una località indicata come statio di Longaricum, della quale non sappiamo se fosse nella zona di Alcamo o Rapitalà. Al di là di questo nome non abbiamo alcuna informazione precedente. Questi bolli costituiscono quindi una informazione preziosa per la comprensione del territorio. Altri di questi bolli sono conservati presso la Biblioteca Comunale di Alcamo.onasus da segesta

L’ultimo gruppo di materiale è proveniente dagli scavi sul Monte Bonifato, e sono conservati presso il Baglio Anselmi di Marsala. Qui si trovano tutti i materiali rinvenuti tra gli anni 2007 e 2010. In pratica quasi tutto quello che è stato rinvenuto nel territorio alcamese, non è esposto al pubblico. Sarebbe il caso che questo materiale ritornasse ad Alcamo e trovasse una sede che possa accoglierlo ed esporre al pubblico.

Bisognerebbe munire la città di un museo…

Si è parlato tanto della creazione di un museo locale, anche con le passate amministrazioni. Sembrava sempre essere una cosa possibile, e sul punto di essere concretizzata, ma poi nulla.

Cosa si potrebbe fare?

Gli studiosi possono solo dare delle indicazioni. Innanzitutto, è necessario un locale, possibilmente nel centro storico, il quale possa ospitare questi materiali, che non sono tantissimi. Poi creare un percorso con l’aiuto di un architetto che si occupa di allestimenti museali, e, con un archeologo, dare le indicazioni sul reperto. Una sede certa quindi, e un’equipe che possa lavorare.

E’ una cosa possibile in un momento storico/economico come quello che stiamo attraversando?

Prizzi, Corleone, Marineo, sono tutti piccoli centri, molto più piccoli di Alcamo e magari con meno risorse, e tutti hanno la loro struttura museale che accoglie il materiale archeologico del loro territorio. Questo, forse, anche grazie alle nuove tendenze per cui non si accumulano più i materiali nei grandi poli museali, ma si fa in modo che questi rimangano sul luogo. In particolare in tutta la Sicilia occidentale, ma credo sia così per il resto dell’Italia, quasi ogni comune ha il suo piccolo museo punte-in-selcearcheologico. Potrei citare in oltre Salemi Partanna, e così via.

Qual è il quadro storico che è possibile ricostruire da questi ritrovamenti?

La lettura del territorio è una questione vasta e complessa, che non può essere estrapolata dal circondario. Il Bonifato, per esempio emerge al centro di una zona pericostiera, che va verso il golfo di Castellammare, e le due valli, quella del fiume Freddo, che poi diventa Caldo, ad occidente, e la valle del torrente Finocchio e Calatubo ad oriente. La zona va quindi letta all’interno di un contesto più ampio. Le dinamiche insediative vanno lette nella sua interezza. L’emergenza di Monte Bonifato è certamente la più eclatante, non dimentichiamo però che nel territorio di Alcamo esiste un sito che è egualmente importante, quello di Calatubo. Al di là del castello, l’area circostante, è un’area archeologica di primo piano, in quanto, dai reperti che si conoscono, vi è una continuità abitativa che parte dalla preistoria e arriva ai nostri giorni. Calatubo è rimasta una testimonianza continuativa del percorso storico del luogo, come ci testimoniano i ritrovamenti di superficie. Diversamente il Bonifato è stato un posto abitato nei periodi nei quali non era sicuro per una popolazione lo stare a valle.

Quali sono queste fasi abitative?

Principalmente queste sono l’età arcaica (VII-VI secolo a.C.), periodo che possiamo definire protostorico, per ridiscendere in torno al V a.C.; e il periodo a cavallo tra l’alto e il basso medioevo (X-XI secolo d.C.), ci si arrocca nuovamente in montagna con l’arrivo degli Arabi, per poi tornare a valle con i Normanni. Questa è una situazione comune a tutta la Sicilia. Non è quindi un fatto anomalo quello di Monte Bonifato. Abbiamo dei periodi, la cui documentazione è carente, questi sono i secoli dell’alto medioevo, anche questo è un elemento comune a tutta la Sicilia occidentale, fatta eccezione per Palermo.

SECONDA PARTE

Come potremmo descrivere, quindi, un percorso storico che riguardi Alcamo?

Se dovessimo percorrere il filo del tempo, partendo dalle epoche più antiche, abbiamo dei dati incerti per quanto riguarda la preistoria. Io stesso ho fatto delle ricerche sull’argomento. Noi ci troviamo ad aver a che fare quasi sempre con industria litica, ovvero dei manufatti in pietra, la cui cronologia è molto difficile da valutare. Conosco un solo sito che ci ha offerto una discreta mole di materiali, che, separati per tipologia e confrontati con delle tabelle, ci offrono la possibilità di poter effettuare un’indagine scientifica e statistica sui materiali. Questo sito è quello di contrada Mulinello, quasi alla foce del fiume San Bartolomeo. Qui probabilmente abbiamo a che fare con un sito del Mesolitico, grossomodo tra il 9000 e il 6000 a.C., qui, in oltre, compaiono anche dei reperti più antichi, appartenenti probabilmente al Paleolitico inferiore. Il problema per il territorio di Alcamo è che sono stati trovati pochissimi resti ceramici, e quando ritrovati, questi sono poco “leggibili”, questo a causa della massiccia antropizzazione del territorio, in quanto la ceramica preistorica, nei terreni sottoposti a fresatura, viene totalmente distrutta. Abbiamo degli indizi sparsi qua e là, sui quali però non possiamo costruire un quadro esaustivo. L’unico luogo, come dicevo prima, è il castello di Calatubo.

Quando arriva la fase in cui possiamo meglio conoscere informazioni dai reperti ritrovati?

Più certe sono le testimonianze che riguardano l’età del ferro avanzata e quella arcaica. Qui sia con Calatubo sia con gli scavi sul Bonifato, si incontrano centri arroccati che, a partire dal VII a.C., ma anche credo, dal secolo precedente, testimoniano una concentrazione di popolazione della quale però nulla sappiamo su dove si trovasse prima. A un certo punto compaiono diversi centri, come anche a Segesta o Erice, ma dei secoli immediatamente precedenti, non abbiamo notizia. C’è questo vuoto, ma che non ci fossero abitanti in tutta la Sicilia occidentale è abbastanza curioso, oltre che strano. Se si volesse fare un’ipotesi, questo vuoto potrebbe essere dovuto alla particolare economia delle genti che abitavano i nostri territori. Dedite soprattutto alla pastorizia, non stanziali, probabilmente seminomadi, popolazioni che quindi non utilizzavano massicciamente materiali ceramici, ma più probabilmente manufatti in legno, pelli o altri materiali deperibili. Può anche darsi che utilizzassero una ceramica acroma, che non riusciamo a comprendere.

Quando venne abbandonato per la prima volta il Bonifato?

Dopo il VI a.C., a mio parere perché in quel periodo il Bonifato rientra nel territorio d’influenza di Segesta, la quale assume il predominio su quest’area, così come succede alle altre zone intorno. La popolazionecastello monte bonifato quindi confluisce nei grossi centri principali, oppure nelle campagne dove abbiamo numerose fattorie sparse. Di contro iniziano a sorgere piccoli centri in luoghi al confine, uno, per il nostro territorio, è Calatubo, dove dal V a.C. secolo arriva ceramica attica d’importazione, una ceramica di pregio che al Bonifato non è mai arrivato. Questo testimonia che Calatubo, pur essendo un piccolo centro, entra a far parte di un circuito più vasto, collegato ad un grande centro, che non può che essere Segesta. Calatubo quindi è un “castello” di confine del territorio d’influenza segestana. Il ritrovamento delle statuette del prof. Messana, pure risalenti al V secolo a.C., è un altro dato interessante. Infatti non avrebbe senso un deposito votivo sul monte Ferricino se non inquadrato nell’ottica del confine sacro. Questo sito, come pure Calatubo, si trovano sull’asse del torrente Finocchio, che costituiva probabilmente il confine del territorio di Segesta.

Ricapitolando abbiamo diverse fasi: in una più antica abbiamo diversi centri, tra i quali il Bonifato con un suo territorio; successivamente l’espansione di Segesta accentrerebbe a se il territorio, come pure le popolazioni, facendo si, però, che si rafforzassero le zone di confine.

Si, nella fase di espansione elima si crea un limite che noi possiamo leggere nel territorio in quanto va a costruire una geografia molto precisa, che segue i fiumi e i rilievi montuosi.

Elimi quindi con Segesta; e nella nostra fase pre-elima?

Io vedo in Monte Bonifato un centro sicano, abbiamo poi, alla fine del VI a.C. un’espansione segestana, che gli storici greci indicano come Elimi, ma non possiamo con certezza dire se esistessero o chi fosserfornace alcamoo gli Elimi.

Dopo questa fase non ci sono più grandi stravolgimenti fino all’arrivo dei Romani?

No, più precisamente questa situazione si mantiene fino alla fine del V a.C., dall’arrivo dei Cartaginesi alla distruzione di Selinunte nel 409 a.C., dove abbiamo questo regno segestano, che comprendeva tutto il territorio di Alcamo, come pure altri territori che non stiamo esaminando. Dopo il 409 a.C., i Cartaginesi, alleati dei Segestani creano un’eparchia punica, dove la Sicilia occidentale è sotto il controllo dei Cartaginesi, e quella orientale sotto il dominio siracusano. Questa situazione si manterrà fino all’arrivo dei romani, con la costituzione della Sicilia quale prima provincia romana. Siamo alla metà del III secolo a.C.

Che cosa comporta tutto questo a livello territoriale?

vasi_puniciCon l’eparchia punica, la documentazione archeologia inizia a mostrare tanti piccoli insediamenti agricoli, lungo la valle del fiume Freddo, Sirignano, Calatubo. Prima piccole fattorie, anche singole case, che i Cartaginesi favorirono. Dopo la prima guerra punica, in età romana, il sistema di fattorie inizia ad evolversi e diventare più complesso, via via, fino all’età imperiale, dove si crea un sistema ben definito di distribuzione delle fattorie, dove per esempio, lungo il corso del Fiume Freddo, le fattorie sono tutte alla distanza di un chilometro e mezzo, o due, una sorta di centuriazione, e corrispondono sempre a modelli precisi. Lungo il corso di un fiume e non lontane da una “regia trazzera”. Queste vie di collegamento di età borbonica infatti ricalcano le antiche strade romane.

Dopo questa, allora, arriva la fase meglio conosciuta dell’Alcamo medievale?

Dopo questa abbiamo un’altra fase di vuoto, almeno fino alla tarda fase araba, con forti difficoltà a capire come si sviluppasse il territorio. Si riprende un po’ quello che era successo prima della colonizzazione greca. A partire dal XI secolo, con l’arrivo dei Normanni, vediamo la presenza di un sistema misto. Luoghi di altura, quali il Bonifato o Calatubo, e casali nelle campagne. Con l’età di Federico II abbiamo un solo importante centro, quello del Bonifato che resiste fino agli inizi del XIV secolo, poi abbandonato e distrutto. Da questo momento inizia la storia di Alcamo come noi la conosciamo.

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