Aiutò a coprire la latitanza di Bernardo Provenzano, confiscati 15 milioni al cugino di Totò Riina

Pubblicato: giovedì, 27 febbraio 2014
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Sono stati confiscati dalla Guardia di Finanza di Palermo, 44 terreni e 4 fabbricati tra Corleone e Monreale, in provincia di Palermo, per un valore complessivo di poco meno di 15 milioni di euro. Il provvedimento è stato emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale del capoluogo siciliano.

Colpito dalla confisca è un settantacinquenne di Corleone (PA), Bernardo Riina, arrestato nel 2006 per associazione mafiosa e poi condannato a otto anni di reclusione con sentenza della Corte d’Appello di Palermo del 2008, divenuta definitiva nel novembre 2009.

Oltre ad essere partecipe delle attività illecite di “Cosa Nostra”, aveva rivestito un ruolo importante nel supporto alla latitanza del boss Bernardo Provenzano, sia sotto il profilo del sostegno logistico sia, soprattutto, nella circolazione dei cosiddetti “pizzini” tra i vari componenti del sodalizio mafioso ed il capo mafia ora detenuto, durante la sua permanenza presso la masseria in contrada Montagna dei Cavalli in Corleone, dove poi fu arrestato e dove il soggetto ora raggiunto dal provvedimento di confisca era stato più volte osservato recarsi per portare pacchi e buste, che poi lasciava sul posto.I suoi rapporti con Provenzano erano peraltro risalenti nel tempo, avendo egli reso una testimonianza a suo favore durante lo storico processo svoltosi a Catanzaro, alla fine degli anni sessanta, a carico di diversi esponenti mafiosi.

Dalle indagine condotta dai finanzieri è emerso con evidenza l’ingente sproporzione esistente tra i redditi dichiarati complessivamente dal suo nucleo familiare e le consistenti somme di denaro nel tempo investite, prevalentemente nell’acquisto di terreni agricoli nel corleonese e nella zona di Monreale.Infatti, a fronte di redditi ufficiali pressoché assenti o appena sufficienti al sostentamento della sua famiglia fino all’anno 2000, già a partire dalla fine degli anni ’70 il soggetto aveva avviato una intensa attività di acquisizione immobiliare, nella maggior parte dei casi senza fare ricorso a prestiti o mutui bancari. Conseguentemente, l’ingente patrimonio accumulato è stato ritenuto frutto del reimpiego di proventi derivanti dalla sua militanza nell’organizzazione mafiosa.

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