Trattativa Stato- mafia, il pentito Giuffrè: “Dell’Utri mediatore tra la mafia e Berlusconi”

Pubblicato: venerdì, 22 novembre 2013
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PALERMO. Continua la deposizione del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè all’udienza sulla trattativa, Stato-mafia (trattativa già accertata) presso l’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. Dopo le dichiarazioni sugli anni delle stragi e su quelli successivi che si concentra. Giuffè ripercorre il periodo della “riconversione” di Provenzano da potente stragista a uomo calmo e preoccupato. “C’era il sospetto in Cosa nostra che Provenzano avesse contatto con le istituzioni, cioè con gli sbirri. Non avevo notizie ufficiali ma erano voci che giravano. Anche all’inizio degli anni ottanti i vecchi di Cosa nostra dicevano di stare attento a Provenzano e alle sue “tragedie”.”

“Queste stesse voci – continua - giungevano negli anni novanta da ambienti mafiosi di Catania e in più si diceva che pure la moglie di Provenzano fosse vicina agli sbirri, che Provenzano facesse arrivare informazioni agli sbirri attraverso sua moglie”. Poi racconta un episodio: “Provenzano un giorno mi chiese: ma tu credi che io sia sbirro? Io non potevo contraddirlo e gli dissi: lungi da me”. Dopo l’arresto di Riina il gruppo mafioso più vicino a Provenzano (Giuffre’, Aglieri, Spera) pensò che lo avevano venduto perché era molto strano che dopo l’arresto di un latitante le forze dell’ordine non facessero irruzione immediata nel suo covo per perquisirlo. Totò Riina era considerato un purosangue, un malandrino al cento per cento”, che non dava informazioni ma a volte riceveva informazioni.” Secondo Giuffrè la cattura di Riina sarebbe stata oggetto di una trattativa avviata tra il boss Bernardo Provenzano e una parte dello Stato. Quindi Riina sarebbe stato venduto ad una parte dello Stato.

Successivamente si concentra sulle vicende politiche di quegli anni. “In Cosa nostra tutti ci siamo adoperati per votare Forza Italia, la forza politica che allora stava nascendo e Marcello Dell’Utri era il tramite tra la mafia e Berlusconi, in contatto con i Graviano di Brancaccio”. Poi racconta che Provenzano riferendosi a Dell’Utri gli disse: “Siamo in buone mani.”

Queste le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè detto “manuzza”.

Intanto dal carcere duro Totò Riina minaccia di morte il pm Di Matteo e tutti i pm della trattativa. Il clima a Palermo è molto teso. L’allarme è di allerta due. Proprio ieri sono giunte in forma anonima altre minacce al pm Gozzo che coordina il pool di magistrati che a Caltanissetta ha riaperto le indagini sulla strage di via D’Amelio. Lo stesso succede sul fronte trapanese. Al palazzo di giustizia non si respira un clima sereno dopo le numerose minacce ai pm di Trapani.

La paura di una nuova stagione stragista sembra farsi sempre più concreta. Questa strategia della paura è la stessa che utilizzarono per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La strategia del terrore di cui parla anche Giuffè. Ma questa volta è diverso. La società civile è scesa in piazza. Non sono soli. Questa volta non sono soli. La verità prima di tutto. E Di Matteo rimanendo a Palermo dimostra che la verità è vicina.

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