Il marciapiede di Popò 2 – Le case

Pubblicato: domenica, 22 luglio 2012
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Le grida acute dei bimbi che giocano, il rumore assordante di un motorino senza marmitta e quello borbottante di un Leoncino (il piccolo camion rosso di mastro Aspano Cucchitta, il muratore) che fanno a gara nella curva in discesa, il suono lontano delle lame del marmista in sottofondo. Le facce segnate dal lavoro dei pensionati seduti all’ombra, sul marciapiede di Popò, guardano impassibili la vita che scorre davanti a loro. O forse guardano talmente lontano nello spazio che gli ritorna indietro la luce di eventi persi nel passato (inconsapevoli fisici sperimentali della teoria della relatività e dello spazio curvo, altro che Cern di Ginevra!). Qualcuno c’è rimasto ad Alcamo, osserva rompendo il silenzio il compare Santino muovendo appena il mento in direzione del giardino al centro della piazza. Si, anche più di qualcuno, conferma Popò, forse alcune case al mare sono rimaste chiuse. Non ci sono più i piccioli, che non ci sono più piccioli, asserisce Nanà Viola che ha la tendenza a ripetere due volte le proprie affermazioni, la seconda a voce più bassa, come tra sé (come quando in salita si mette una marcia più alta e il suono del motore riprende un’ottava sotto). È vero che non circola più la moneta che c’era prima, sostiene Popò, però se uno ha la casa al mare che gli costa trasferirsi là? Anche perché così finisce per pagare doppie tasse inutilmente. Sentite bene, comincia con la solita prosopopea don Minzione senza muovere le mani incrociate sul davanzale del suo pancione come se fosse rimasto stregato da Giucas Casella, chi paga le tasse due volte senza neanche abitare le case, mi pare ‘nu scimunito! Ma scusi, indaga con lo sguardo fattosi improvvisamente vivo ‘u zù Turì lu Picciuni, lei non ha anche una casa al Canalotto? Io, certo, risponde il don che per un momento appare in difficoltà, ma io che c’entro, io… io ho problemi di salute; andare là, senza figli che sono tutti per i fatti loro, senza mia moglie che ci ha lasciato, con la sola Lucia che neanche guida, era una pena: io dicevo in generale. Seee, ma allora scusi, interviene Santino, perché non se la vende la casa del Canalotto, oppure se la affitta. Non per cosa, interloquisce ancora il vecchio zù Turì, ma perché mi hanno detto che l’IMU sulle seconde case è una botta e lo chiedo a lei che è l’unico qui che ce l’ha, un’altra casa. Sentite bene, argomenta don Minzione che ha ripreso il controllo insieme al suo solito tono pomposo, non vendo e non affitto: che deve dire la gente del quartiere, che don Minzione ha bisogno di soldi? L’IMU la pago e la pagherò ancora quando questi ladri del Comune aumenteranno la loro percentuale. Ma io comunque li frego: primo perché della casa del Canalotto ne pago solo la metà, quella cioè a suo tempo sanata – e di questo mi pento sempre per aver dato ascolto alla buonanima di mia moglie, cioè di averla sanata, se no a quest’ora non pagherei niente; secondo perché come vedete qua di fronte a casa mia ho fatto tutto un piano e la veranda coperta senza dichiarare niente e quindi ci recupero i piccioli anche della munnizza, che si paga al metro quadro. E conclude massaggiandosi leggermente la pancia: siccome loro sono dei ladri, io cerco di pagare meno possibile, come fanno tutti. Seee, del resto anche il compare Popò, argomenta con tono comprensivo Santino Campo, sta facendo un piano qua sopra per suo figlio Miano, certo… abusivo. Va bé, s’indispettisce Popò, abusivo! Sto chiudendo solo la terrazza con tettoia e vetri; i muri fino a un metro già c’erano, poi in un secondo momento lo mettiamo in regola. No, ma fa bene, che fa bene, lo rassicura Nanà, l’importante è che conosce qualcuno là in Comune, che conosce. Si, spiega Popò, io ho parlato con Cola Pedichiatti, il cognato di mia figlia Enza che è usciere proprio dell’ufficio comunale che si occupa delle case in via Tenentevitomanno: mi ha spiegato come fare il tetto, la pendenza, l’altezza di partenza, che è proprio di un metro; così un domani lo mettiamo in regola. Cà in Italia però, sbotta Petro l’Americano finora silente, per ottenere una licenza dal Comune ci vogliono troppe carte, progetti e permessi e fanno aspettare troppo tempo; all’America se uno ha la munita (e alzando la mano fa il gesto di sfregarsi il pollice con indice e medio), paga, e loro in cinque minuti ti danno lu permesso di costruire chiddu ca voi. Sentite bene, proclama don Minzione, anche qua a toccare i tasti giusti, se è il caso tirando fuori i piccioli, oppure grazie a un favore personale, se uno è rispettato, i tempi si possono accorciare. Tutti annuiscono. A me un metro di partenza per un tetto mi pare troppo, azzarda lu zù Turì, di legge parlando. Ma se Popò ha parlato con uno che lavora al Comune, lo rimprovera Santino, loro lo sanno come si deve fare. Certo, certo, si ritira in buon ordine il vecchio Turì, io non ne posso sapere, se ci sono leggi nuove. Ci sono le cicorie? Domanda Vito lu Pirullo, che non ha capito di che si parla a causa della sua sordità: ma chissu non è periodo di cicorie. Pirù, allora n’accattamu lu tinnarume, scandisce a voce alta Popò verso l’amico.

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