Omne initium grave – Capitolo 1

I racconti di Nicola Quagliata

Capitolo 1°

Ogni inizio è difficile. Ma io ho già iniziato, si tratta ora per me di continuare per i fatti assai gravosi che vado incontrando. Siamo a marzo, e marzo è pazzo, capace di cambiamenti climatici repentini ed estremi, di lasciarsi battere dal maestrale dai  fortissimi venti freddi, di nubi cariche d’acqua e neve, e di agitare il mare, sommuoverlo e scagliarlo con furia sulle coste divorando i lidi con le potenti risacche, squassare le scogliere e sradicare vaste praterie di poseidonia, ridisegnando le finaidi tra terra e  acque, ogni volta come nel diluvio, rimodellando il cammino dei fiumi e dei torrenti; capace di trascinare verso il mare le montagne generando frane di fango e valanghe, di scippare dalla terra l’ulivo e la giummara o di scoperchiare lungo i pendii, tombe millenarie sigillate accuratamente con balate di marmo e pietra piana e liscia e bianca come i teschi dei sepolti. Ma siccome maestrale, tramontana e scirocco non hanno mai spostato la Sicilia da dove il tempo ce l’ha fatta trovare, tra i mari e le alte colonne e gli anfiteatri e gli imperturbabili atleti di bronzo ed i sarcastici fauni ed le divinità antiche che non l’hanno potuta dimenticare e ci perdono il senno per amore, nessun siciliano a marzo, col maestrale, di giorno o di notte, se ne resterebbe a casa al sicuro avendo impegni e lavori da svolgere, ed anzi se ne sentirebbe spronato, in una rinnovata sfida agli dei per la conquista dell’aria aperta, degli spazi e degli orizzonti. Ed è per una notte di marzo, dentro ad un forte maestrale, che Peppe luCorvu riceve un lavoro importante, di fiducia, dal Comune di Solemi, per un trasporto fino a Castelvedere da svolgere in nottata, con il suo nuovo camioncino 1100 Fiat che appena girata la chiave della accensione era pronto a partire, acquistato con la vendita del suo vecchio camioncino Balilla ed un pezzo di terra ricevuto in eredità alla morte del suocero, assegnato da poco dal notaio nella suddivisione dei pochi beni. Peppe luCorvu da anni faceva il trasportatore, gli piaceva quel lavoro e contrariamente ad altri, che ancora lo facevano col carretto e coi muli ed i cavalli, a lui piaceva farlo coi mezzi meccanici e coi motori, anche se le spese erano alte ed il guadagno non si discostava dai trasporti con le bestie. Nel cassone del suo camioncino andava più sabbia o più calce che il quello di un carretto, ed il trasporto lo faceva in tempi infinitamente inferiori, ma questo non interessava nessuno, lo pagavano quanto un carretto e gli toccava aspettare quando arrivava sul posto per scaricare; non impegnavano gli operai a scaricare solo per lui e così aspettavano quando arrivavano i carretti. Peppe trasportava materiali di vario genere in agricoltura ed in edilizia, il nuovo 1100 Fiat era un piacere guidarlo e non si fermava mai e non si sentiva quel forte odore di nafta come con il Balilla, ci poteva passare anche le notti dentro a dormire. L’incarico per il comune glielo aveva dato in mattinata l’Assessore, come se si fossero incontrati per caso. Peppe alla guida del camioncino, col finestrino abbassato ed il gomito poggiato, procedeva lento sul bordo della strada e l’assessore che camminava sul marciapiede mentre andava verso il municipio, alle dieci di mattina esatte, perché l’orologio della chiesa suonava i rintocchi di campana.

– Peppe, Peppe, a te stavo cercando, quando ti si cerca non ti si trova mai… e fermati con questo matacubbo… –

Peppe accostò il camioncino al marciapiede, qualche metro davanti all’assessore che subito lo raggiunse, e mentre stava per aprire lo sportello per scendere quello con la mano ne bloccò l’apertura, con decisione e fermezza, al punto che lo fece anche scantare:

– No, no, non c’è bisogno che scendi, non voglio levare tempo al tuo lavoro, posso dirtelo anche così.

– Diciti assessore, diciti… non scendo.

 – Stanotte te la senti di fari un viaggio a Castelvedere?

– Un viaggio a Castelvedere? Stanotti? E perché non dovrei sentirmela? Che devo trasportare una montagna o ludiavulu in persona?

E rise per rassicurare l’assessore.

Tumminello era magrissimo, ed il vento gli gonfiava i vestiti che teneva addosso, gli gonfiava i pantaloni da sotto con le gambe secche come canne o ossa di morto, e sembrava volesse portarselo via, aveva la faccia di pala con la barba spinosa allungata dal mento alla fronte con la guancia larga olivastra, cavallina, la pelle era aderente alle ossa della fronte e sulle tempie e gli occhi incavati, aggrottati ed i denti lunghi che gli uscivano facilmente dalla bocca, e sembrava sempre che ridesse, e per questo nessuno lo voleva ai funerali, che a lui piacevano perché indossava la fascia tricolore in rappresentanza del comune. Quando l’assessore gli fu ancora più vicino si sentì che puzzava di tabacco e nicotina ed aveva un respiro affannoso a mantice di fumatore accanito e si diceva che per questa puzza di tabacco e questo respiro a mantice la moglie non lo faceva dormire nel suo stesso letto ma in un camerino che aveva una finestrella in alto da cui usciva il fumo delle sue sigarette, come un camino, quando stava in casa, soprattutto la domenica, ad ascoltare i dischi di Tito Schipa, Caruso e l’opera lirica.

– Si priparana notti di tempesta, non hai problemi? –

– Assessore di giorno o di notte non ho mai avuto problemi, ed ora… Ed indicò il camioncino nuovo, per dire che poteva affrontare qualsiasi tempesta.

– Vabbene, allora fai il trasporto, poi ti paga il comune, ma devi andare da solo…

– Mancu l’Attuppateddrupozzupurtari? Mi potrebbe essere d’aiuto… a caricare ed a scaricare…ed in caso di necessità –

– Se ti dico sulu avi a essirisulu… e proprio l’Attuppateddru non devi portare, chiddru è babbu, ma parra assai, ed il comune non vuole che si sappia nulla in giro, lu capisti ora?

– Assessore, che devo trasportare?…, prontusugnu.. e rise – —- Fatti trovare stasera alle dieci davanti la chiesa del crocifisso, in via dei Mille, e lo saprai, ma non ti preoccupare, non si tratta di un carico pesante, fai conto che devi trasportare un carico quanto una persona… e rise coi denti, tenendoli stretti.

– Assessore, se è per una persona, sul mio camioncino nuovo starà comodo, questo va bene anche per il trasporto persone.

– Moviti Peppe, vattinni a travagghiari, che hai tempo da perdere in discussioni? Vattinni va’…

L’assessore, avvolto nel cappotto scuro gonfiato dal vento girò l’angolo e scomparve sulla scalinata come avvolto dalle nubi che si intravvedevano in alto dalla traversa in salita.

Peppe rimase solo sul camioncino a pensare a quel trasporto ed a farsi i conti in sacchetta.

Se quel carico non era pesante e laborioso come aveva detto l’assessore, partendo alle undici, considerando anche il maltempo che sicuramente avrebbe rallentato la corsa, alle due del mattino massimo sarebbe arrivato a Castelvedere, il tempo di scaricare e di entrare dentro Solemi ed alle tre poteva essere già di ritorno, ed alle cinque a casa per una breve dormita, e poteva riprendere il suo lavoro come se niente fosse, caricare e consegnare le canne nel feudo di Sciara, secondo l’impegno che già teneva, un carico di canne per i vigneti che stavano potando ed andavano incannate.

Peppe lu Corvu trascorse la sua giornata di lavoro pensando di tanto in tanto al viaggio del Comune ed a come sarebbe stato pagato, perché la nafta costa e costa l’olio e la manutenzione, e pure la moglie ed i figli da crescere, ed essendo un viaggio in orario notturno lo dovevano pagare bene, per questi trasporti aveva sentito altri camionisti che erano stati pagati il doppio, ed in ogni caso i soldi erano sicuri, non aveva mai sentito nessuno dire che lo Stato non paga, perché il Comune è come fosse lo Stato. E poi non perdeva nemmeno una giornata di lavoro, non perdeva un carico ed un viaggio, era un viaggio in più e che poteva svolgere comodamente, ed aveva anche il tempo di dormire e riposare in mattinata, per il maltempo non si preoccupava, lui conosceva bene la strada e conosceva i punti che si potevano allagare e riempire di fango, ma conosceva pure i percorsi che gli consentivano di aggirare quei punti, anche se per questo avrebbe impiegato più tempo. Certo se avesse potuto portare l’Attuppateddru avrebbe avuto un aiuto in caso di fango o di liberare la strada da alberi e rami abbattuti, ma capiva il comune, se aveva bisogno di mantenere il segreto, era vero che l’Attuppateddru al ritorno di ogni viaggio che facevano non vedeva l’ora di raccogliere i paesani curiosi e di raccontare minuziosamente il viaggio, facendoli anche divertire con le loro battute. Ad ogni modo, se si fosse trattato del trasporto di una persona non sarebbe comunque stato solo, ma poi perché trasportare una persona di notte ed in segreto? Nemmeno si fosse trattato di un prisulutu, di un latitante. Ma un latitante non poteva essere perché il comune non si mette in queste cose, anche se…

Ma se proprio doveva essere un segreto di Stato allora lo dovevano pagare, andava da solo? Si faceva pagare per due. L’aumentare della furia del vento e della pioggia gli impedì di pensare ad altro che a quello che stava facendo, doveva stare concentrato su quello che faceva e non distrarsi. La pioggia ad ondate si mischiava a nevischio e si attaccava alla spazzola del tergicristallo. La giornata si avvolgeva nella nebbia scura e densa, e bagnata, e si capiva perché gli alberi si facevano trovare coi soli rami rinsecchiti e senza foglie, il vento passava e trovava solo i rami e niente da abbattere, così i fichi ed i mandorli, i noci ed i gelsi, i melograni, i pomi ,  i cotogni, i loti, i sorbi, i peri, le viti ed i pioppi, tutti perdevano le foglie per non lasciarsi sradicare e portare via dal vento, e l’ulivo si abbarbicava al terreno ed alle rocce, e si manteneva basso .

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