Assolto Morici, Vincenzo Calcara è un falso pentito eterodiretto

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«Il diritto di cronaca giornalistica può dunque essere esercitato anche quando ne derivi una lesione dell’altrui reputazione, a condizione che la notizia pubblicata sia vera; esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti in relazione alla rilevanza dei fatti stessi; che l’informazione venga mantenuta nei limiti della obiettività (ex plurimis Cass., sez. 5, 4 febbraio 2005, n. 4009; Sez. 5, 23 aprile 2009, n. 33857), condizione quest’ultima declinata anche secondo il limite della cd. continenza, entro il quale deve svolgersi un corretto esercizio del diritto di cronaca e di critica, che deve ritenersi superato allorché le informazioni, pur vere, si risolvano – per il lessico impiegato, per l’uso strumentale delle medesime, per la sostanza e la forma dei giudizi che le accompagnano – in un attacco personale e gratuito al soggetto cui si riferiscono (cfr. tra l’altro Cass. Sez. 5, 20 febbraio 2001, n. 6925).
La giurisprudenza ha poi chiarito che la cronaca giudiziaria è lecita quando sia esercitata correttamente, limitandosi a diffondere la notizia di un provvedimento giudiziario in sé ovvero a riferire o a commentare l’attività investigativa o giurisdizionale».

Questo si legge nella sentenza emessa dalla Giudice Fulvia Veneziano che ha assolto Gian Joseph Morici, nella causa intentata da Vincenzo Calcara «Perché, nella qualità di redattore del quotidiano online “La Valle dei Templi”, redigendo e pubblicando l’articolo intitolato “Vincenzo Calcara – Ma i Magistrati e Borsellino sanno?” offendeva la reputazione di CALCARA Vincenzo» sulla base dell’art. 595 comma 3 c.p. con l’aggravante di aver usato il mezzo della stampa.

Ma cosa aveva scritto di tanto scandaloso e menzognero il Morici per aver scatenato le ire del Calcara sino a convincerlo di sporgere la denuncia? Morici ha scritto che «Vincenzo Calcara sia stato un falso pentito di mafia è un dato ormai acclarato. La sua storia di mafioso è stata sepolta da valanghe di smentite da parte di collaboratori del calibro di Brusca, Sinacori, Ceraci, Siino e altri, e dalle tante sentenze che hanno consegnato dello pseudo-mafioso-pentito un ritratto sul quale fin dall’inizio della sua collaborazione sarebbe stato opportuno stendere un velo pietoso. Già, un velo pietoso, se non fosse che con le sue false dichiarazioni il Calcara riuscì a stravolgere la vita di un centinaio di famiglie, dando un notevole contributo ai depistaggi che hanno ad oggi impedito che si scoprisse la verità in merito alle stragi del ‘92, quando morirono i Giudici Falcone e Borsellino e gli agenti delle rispettive scorie», descrivendo il Calcara per come è, ossia un “soggetto omertoso e reticente”.

Nonostante la richiesta del p.m. Fiore sia stata di una condanna alla pena di mesi otto di reclusione, il Giudice Veneziano, nel motivare l’assoluzione, scrive che «Morici ha definito il Calcara un falso pentito, facendo riferimento, a fronte della sua collaborazione con la giustizia e di diverse sentenze che, in passato, si sono fondate sulle sue dichiarazioni accusatorie, alle numerose pronunce — versate in atti – che lo hanno, viceversa, reputato inattendibile, arrivando a dubitare persino della sua stessa appartenenza al consorzio mafioso di “Cosa Nostra”, come ricostruito in dibattimento con chiarezza dal teste Massimo Russo, magistrato che in passato ha avuto modo, per ragioni d’ufficio, di conoscere le dichiarazioni rese dal Calcara e di vagliare la sua credibilità. E, fondamentalmente, il Morici ripete e rende proprie le valutazioni ed i dubbi del Russo, formulati in seno alla Commissione Parlamentare antimafia del 2017 e, da ultimo, nel corso della sua deposizione dibattimentale – e sostanzialmente coincidenti con quanto espresso dall’esponente della pubblica accusa nel corso della requisitoria innanzi alla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo a carico di Matteo Messina Denaro -, relativi alla possibilità che il Calcara sia stato eterodiretto ed abbia, in qualche modo, contribuito al depistaggio sulle stragi del 1992, impedendone l’accertamento della verità».

Questo significa che oggi possiamo affermare, anche corroborati da questa sentenza che si aggiunge alle precedenti, che Vincenzo Calcara sia stato un “avvelenatore di pozzi”, uno pseudo-pentito eterodiretto e, oggi più che mai, sarebbe necessario che i suoi sdoganatori all’interno dei movimenti antimafia, personaggi pubblici e testate online, facessero pubblica ammenda. Ma questo, ovviamente, non avverrà.

fonte glistatigenerali

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