Il legale, Messina Denaro, la postina: in 30 sotto accusa

La Dda di Palermo ha chiuso l’indagine: “Sono boss e gregari trapanesi e agrigentini”

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha chiuso l’indagine a carico di 30 persone, accusate a vario titolo di mafia ed estorsione. L’inchiesta nasce dall’operazione che, a febbraio scorso, portò all’arresto di boss e gregari delle famiglie mafiose trapanesi e agrigentine.

Tra gli indagati ci sono anche Matteo Messina Denaro, il boss agrigentino Giuseppe Falsone e il “postino” di Bernardo Provenzano Simone Castello. L’indagine coinvolse anche l’imprenditore Giancarlo Buggea e la compagna Angela Porcello, avvocato, che a seguito dell’inchiesta, è stata cancellata dall’Ordine.

I summit dall’avvocato

Gli investigatori, coordinati dai sostituti Gianluca De Leo, Claudio Camilleri e Francesca Dessì e dall’aggiunto Paolo Guido, accertarono tra l’altro che Cosa Nostra e Stidda si spartivano gli affari illeciti. Per due anni, secondo gli inquirenti, nell’ufficio della penalista si sarebbero tenuti summit tra i vertici delle cosche agrigentine. Rassicurati dall’avvocato, i capi dei mandamenti di Canicattì, della famiglia di Ravanusa, Favara e Licata, Simone Castello e il nuovo capo della Stidda, l’ergastolano Antonio Gallea, killer del giudice Rosario Livatino, a cui i magistrati avevano concesso la semilibertà, si sono ritrovati nello studio della Porcello per discutere di affari e vicende legate a Cosa nostra.

Spunta Matteo Messina Denaro

Matteo Messina Denaro si è inabissato, ma “continua a ricomparire periodicamente per impartire regole di comportamento ai suoi sodali – dissero gli investigatori – per risolvere questioni di interesse dell’organizzazione criminale e per nominare ovvero rimuovere i vertici delle diverse articolazioni mafiose siciliane”.

Il nome del boss nel pizzino

Buggea e Castello ad un certo punto scelsero di non parlare e iniziarono a scrivere su un foglio di carta. Buggea, però, sussurrava il nome del latitante: “Messina Denaro… iddu… la mamma del nipote che è di qua… è mia commare… hanno sequestrato tutti i telegrammi mandati dalla posta di Canicattì… per vedere… per capire…”.

Il coinvolgimento di Messina Denaro si faceva più esplicito il 13 gennaio 2020. I due interlocutori erano Buggeta e lo stiddaro Antonino Chiazza. Avevano in programma di esautorare l’anziano boss di Canicattì, Calogero Di Caro. Per farlo sapevano di avere bisogno del via libera di Messina Denaro che poteva essere informato attraverso un canale riservato di comunicazione. Gli riconoscevano il potere di incidere anche nelle decisioni delle altre province. “… e quelli di Trapani lo sanno dov’è?”, chiedeva Chiazza. Buggea era chiaro: “Minchia, non lo sanno? Lo sanno… sua madre, non ti ricordi che…”. L’audio era disturbato. Si sentiva Chiazza aggiungere che “noialtri con Matteo glielo dovremmo dire… ci volevano altri due che ci andavano…”.

Una donna porta al latitante

Sarebbe stata dunque una donna a potere attivare il canale di comunicazione? Secondo gli investigatori, dovrebbe trattarsi di Maria Insalaco, la madre di Luca Bellomo, nipote di Messina Denaro (è il marito di Lorenza Guttadauro). Solo che la donna è deceduta ad aprile 2019.

Non è tutto. L’11 febbraio c’era un’ulteriore conversazione ancora più chiara. Buggea diceva a Chiazza di sapere chi si occupava della gestione del latitante. “Io lo so chi lo porta, io lo so chi lo porta”. Buggea poteva sfruttare il canale, anche se si rammaricava di non avere avuto “l’onore e manco il piacere” di conoscere il latitante.

Addirittura Buggea riportava il volere di Messina Denaro, che ha saputo da terze persone: “… ascolta, vedi che… panza all’aria… (soprannome, ndr) ti posso dire una cosa? L’ho chiamato in questi giorni, gli ho detto… e lui era qua a Canicattì! E tutti già ci stavano… me lo hanno detto a me… dice che c’erano chiacchiere con Matteo Messina Denaro, dice che non vuole… i carabinieri e la polizia”. Purtroppo anche questa pista non ha portato alla cattura.

Difensore del boss ergastolano Giuseppe Falsone, Porcello si era fatta nominare legale di fiducia di altri due boss al 41 bis, il trapanese Pietro Virga e il gelese Alessandro Emmanuello, riuscendo a fare da tramite tra i tre, tutti detenuti nel carcere di Novara. Dall’indagine è emerso anche che un agente di polizia penitenziaria, durante un colloquio telefonico tra Falsone e la Porcello avrebbe consentito alla legale di portare in carcere lo smartphone e di usarlo rispondendo alle telefonate ricevute nel corso dell’incontro con il boss che sarebbe inoltre riuscito a inviare messaggi all’esterno.

fonte livesicilia.it

 

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