Ancora non c’è la stagione della responsabilità

1966

Capaci, ventinove anni dopo: oggi è il giorno del ricordo della strage in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo

Tante le manifestazioni che oggi animeranno la Sicilia e il resto d’Italia. E’ il giorno dedicato al giudice Giovanni Falcone straziato assieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, dal tritolo collocato sotto l’autostrada Palermo/Trapani all’altezza dello svincolo di Capaci. La cittadina palermitana ha visto dare il suo nome a quella strage.

Andiamo a Capaci

Cominciamo proprio da Capaci per raccontare questa giornata. A Capaci c’è chi quel botto ancora lo sente e ha formato la propria cittadinanza alla responsabilità. Ma c’è chi ancora fa finta di sentire il botto ma persegue le solite vie del malaffare e della collusione. Un giorno, era il 23 maggio 2017, ci fu un maresciallo dei Carabinieri, Paolo Conigliaro, che chiamato sul palco a tenere “lezione” ai tanti giovani presenti, decise di parlare in certo modo anche agli adulti, perché quegli studenti cominciassero a coltivare il coraggio di indignarsi e diffidare da certuni. Finì che per quell’intervento parecchio severo sopratutto per gli amministratori comunali, venne querelato da alcuni di questi amministratori, due per l’esattezza, che oltre che essere consiglieri comunali erano come Conigliaro sottufficiali dell’Arma. Cosa disse Conigliaro? Non fece altro che trasferire a chi lo ascoltava la maniera sacra di fare il maresciallo e comandante della stazione dei Carabinieri a Capaci: quel botto per lui fu la spinta a condurre precise inchieste, indagini che misero in evidenza come certi mafiosi in quel paese continuavano a comandare e a intrecciare rapporti con la politica. Mafiosi “facilitatori” per risolvere determinate nodi, anche quelli, per esempio, della realizzazione di un centro commerciale. La costruzione di queste aziende si era già cominciato a scoprire in quegli anni erano gli affari nuovi di Cosa nostra che così facevano impresa a chilometri zero, senza bisogno di spostarsi. Arrivò così la querela anticamera di tutto quello che nei mesi seguenti Conigliaro ebbe a subire: le indagini che finivano archiviate, la proposta di scioglimento del Consiglio comunale (sindaco era Sebastiano Napoli) per inquinamento mafioso finita chiusa in un cassetto della scrivania dei suoi superiori gerarchici che si guardarono bene dall’inviare alla prefettura, la “cacciata” dal comando della stazione. “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Il luogotenente Paolo Conigliaro aveva scoperto che l’art. 54 della Costituzione veniva da certuni calpestato a Capaci, e questo come se il tragico botto continuasse a perpetuarsi. Una convinzione che gli è costata caro. Oggi è sotto processo per diffamazione dinanzi al Tribunale militare di Napoli proprio per la querela dei suoi colleghi. Il pm è convinto di averlo incastrato per alcune cose scritte su una chat privata di whatsapp condivisa con suoi colleghi. A leggere quelle chat però più che diffamazione c’è una certa ironia, amara ironia, ma per i querelanti ironizzare non è cosa lecita. A Conigliaro è stato negato anche l’esercizio dell’articolo 21 della Costituzione. A leggere quelle carte c’è scritto che neanche alla luna avrebbe potuto parlare. Il luogotenente Paolo Conigliaro seguì così la stessa sorte del capitano Bellodi uscito dalla penna di Leonardo Sciascia. Bellodi sfidò il potere mafioso, arrestò il capo mafia don Marianino, ma i magistrati non gli diedero ragione, il “don” tornò libero e Bellodi andò via. Ecco nel 2017 la scena de “Il Giorno della Civetta” divenne vera proprio mentre un alto ufficiale dell’arma, il generale Robusto, in una manifestazione pubblica a Valderice disse con certezza che l’Arma non avrebbe più conosciuto “un caso Bellodi”. A sua insaputa (sic) invece la cosa stava accadendo.

Ecco dobbiamo raccontarle queste storie se vogliamo ricordare Falcone, che in vita non è stato mai celebrato come da quando è tragicamente scomparso per quell’attentato replica della primo tentata strage del 1989 all’Addaur, anzi ostacolato da suoi colleghi come quel “Giuda” che pilotò la sua bocciatura alla guida dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, ma altri avversari oltre quel Giuda incontrò sulla sua strada.

I politici, i sindaci

Oggi è la giornata in cui vengono usate, e spesso sprecate, pecche dette da voci che dovrebbero star mute, tante parole, anche da parte di certi politici, per dirla come diceva Franco Battiato, incapaci di spogliarsi di loro bestialità. Parliamo di sindaci della nostra provincia. Di quelli che di nascosto incontrano i boss (ne sa qualcosa il sindaco Rizzo di Castellammare del Golfo) o di quelli che quando incontrano il boss lo ossequiano con un “buongiorno don” riconoscendone la caratura mafiosa (faccenda che ha riguardato il sindaco di Paceco, Scarcella). Politici con la convinzione che viviamo ancora in un sistema feudale e così amministrano la cosa pubblica trasformando i doveri in regalie o concessioni benevolenti.

A Custonaci oggi ricorderanno Falcone ma il sindaco di questo paese, Giuseppe Morfino, che fu il delfino del famoso Ciccio Canino, deputato arrestato per mafia e che morì nei giorni in cui il Tribunale scrisse una sentenza di condanna. Morfino non ha mai spiegato alla collettività, al stessa alla quale oggi dirà di Falcone, come mai certi soggetti del suo paese, alcuni indagati altri condannati hanno partecipato alla sua elezione e senza nemmeno nascondersi tanto. Due nomi su tutti quelli di Mario Mazzara (parente del killer Vito Mazzara e citato in alcune indagini antimafia) e Giuseppe Costa, quest’ultimo tornato in carcere dopo avere espiato la condanna per essere stato tra i custodi della prigionia del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino, rapito e ucciso). In un nostro articolo (www.alqamah.it/2020/05/16/scrigno-e-la-citta-inturciunata/) abbiamo posto delle domande al sindaco che però ha scelto di non rispondere.

Ci sono sindaci che suscitano fiducia, come Forgione a Favignana, che però per aver rotto il giocattolo in mano ai suoi predecessori, che si sentivano come principi capaci di decidere a piacimento chi fossero i buoni e chi i cattivi, a secondo degli appoggi elettorali, ha cominciato a far l’abitudine a certi attacchi sgangherati.

Oggi saranno tante le ghirlande messe un po’ ovunque, anche sotto l’indicazione di una piazza, come succede a Trapani, dove ancora non c’è davvero un segno esteriore limpido che ricordi quel magistrato che cominciò la sua carriera nella nostra città capoluogo. Ci sono voluti anni per vedere dedicata un’aula del Tribunale a Falcone e la cosa avvenne per la caparbietà dell’allora presidente del Tribunale Mario D’Angelo. Dall’archivio del Csm è saltata fuori una lettera (la potete vedere in calce a questo nostro articolo) di elogio scritta a Falcone dal presidente del Tribunale Cristoforo “Rino” Genna, quel giudice che fu protagonista della prima crisi personale di Falcone: la moglie si separò da lui preferendogli il suo diretto superiore.

Anche a Castelvetrano per le vie dove è cresciuto ossequiato Matteo Messina Denaro, si ricorderà Falcone, all’indomani del rinvio a giudizio si un’accozzaglia di politici che per gestire il peggior potere si sarebbero associati in una loggia segreta. A Castelvetrano, dopo lo scioglimento del Comune per inquinamento mafioso, conseguenza proprio dell’indagine che adesso approda in Tribunale, l’operazione Artemisia, c’è una giunta guidata da un sindaco 5 Stelle, Enzo Alfano. Ci sembra uno di quei pentastellati che arrivati a ricoprire incarichi istituzionali si sono dimenticati della rivoluzione che a colpi di “vaffà…” era stata annunciata alla gente. Nella città del boss Matteo Messina Denaro e dove vivono tanti di quei suoi complici tornati liberi dopo lunghe detenzioni in carcere, la rivoluzione pare non essere manco iniziata. Alfano oggi sembra seguire la strada di certi suoi predecessori che dimenticavano di costituirsi come parte civile nei processi. Fino a questo momento nel processo Artemisia (principale imputato l’on. Giovanni Lo Sciuto e con lui anche altri ex politici come Felice Errante, Vincenzo Chiofalo, Luciano Perricone) il Comune di Castelvetrano non si è costituito, lo hanno fatto invece l’Ars, l’assessorato regionale alla Formazione, il ministero degli Interni, l’Inps e una preside). E’ vero c’è ancora tempo per farlo, come fece quasi fuori tempo massimo (e torniamo a Custonaci) il sindaco Morfino per il processo Scrigno che riguardò anche la cosca mafiosa di Custonaci stretta alleata con i conclamati mafiosi Virga, Vincenzo, Franco e Pietro. A Castelvetrano per esempio il sindaco Alfano non ha mai chiarito le ragioni della cacciata di alcuni suoi assessori, come l’architetto Maurizio Oddo, cosa avvenuta in un momento in cui spesso sull’uscio del suo ufficio avrebbero spesso fatto la comparsa certi professionisti, “colletti bianchi”, con evidenti frequentazioni con la massoneria. Altro che cambiamenti: a vivere il Palazzo Municipale sono tornati dirigenti “cacciati” via dalla commissione straordinaria insediatasi per 18 mesi per “bonificare” il Comune da presenze poco limpide. Altro che rivoluzione: da un lato si combatte l’abusivismo scellerato di Triscina e poi il sindaco mantiene assessori che hanno la loro casa abusiva o ha avuto assessori che fuori dal palazzo si trovavano fianco a fianco con avvocati che combattevano le demolizioni.

Per carità, sindaci onesti, ma questo è il loro livello, che non sono portati per quel mestiere lì evidentemente, almeno per essere politici al servizio della comunità.

Un po’ come certi giudici che a non voler piangere suscitano il sorriso quando stanno seduti davanti a quell’intimazione di natura costituzionale, “La Legge è uguale per tutti”.

La stagione delle responsabilità che non c’è

Ed allora. Fateci il piacere di ricordare Falcone dicendo chiaramente che la stagione delle responsabilità a quasi 30 da quelle stragi del 1992 non è mai decollata. E lo si dica anche nei Palazzi di Giustizia dove regna ancora la regola di distruggere il magistrato che lavora e spesso a farlo è il collega della porta accanto. Dove apposta ci sono stati giudici) consultate gli atti del Csm sulle ispezioni) impegnati a distruggere istruttorie dando nel frattempo tempo e modo alla mafia di diventare impresa. Dove talvolta si incrocia chi ha scarsa perseveranza nel dare giustizia. Non la voglio portare sul personale, ma mi brucia la condanna per aver detto una frase etimologicamente corretta, quando diedi del pezzo di merda ad un mafioso, pezzo di merda perché notoriamente appartenente alla montagna di merda della mafia frase uscita dalla voce di Peppino Impastato. Fiducia alla gente le istituzioni non possono darla a parole ma con atti concreti e purtroppo per come vanno le cose serve coraggio per rompere certi schemi, quando certe cose dovrebbero accadere nella normalità. E invece siamo cittadini di un Paese attraversato da una perenne crisi etica che minaccia il presente quanto il futuro. Vogliamo ricordare davvero Falcone? Facciamolo , come spesso ci esorta a fare don Luigi Ciotti, scoprendo la bellezza di essere eretici. Eresia in greco significa scelta, “L’eretico – dice don Luigi – è colui che più che la verità ama la ricerca della verità”. E sulle stragi c’è ancora tanta verità da scoprire e non è vero che è tutto chiarito e scritto, che la mafia è stata sconfitta. Ne sono certo, qualcuno dirà che questo è il solito discorso di “un professionista dell’antimafia”, la stessa dizione usata contro Falcone Borsellino dopo che mandarono a processo la cupola siciliana e che per poco tempo ebbero la sensazione che la gente tifava per loro. C’è una mafia che a dispetto delle sentenze resta forte e arrogante, che mantiene le sue possibilità di infiltrarsi nelle istituzioni e nell’impresa, perché c’è una politica che per una parte gradisce essere complice, e servire al momento ritenuto opportuno. E i mafiosi spesso ce li ritroviamo molto prima di quei famosi cento passi di Cinisi. A 30 anni di distanza dalle stragi ci viene da dare ragione a quel “tutto è finito” detto da Antonio Caponnetto al giornalista Rai Gianfranco D’Anna quando era appena uscito dalla casa di Paolo Borsellino appena ucciso in via D’Amelio. Quelle stragi dovevano mettere fine a due magistrati e fermare la loro rivoluzione e le loro indagini.

Trapani, città inturciunata

Come successe a Trapani quando nel 1988 fu ucciso Mauro Rostagno che poteva essere il leader della “primavera trapanese” e invece siamo ripiombati nei peggiori autunno e inverno. E la città è tornata ad essere da allora in poi una città “inturciunata”. A Trapani il sindaco Tranchida ogni giorno affronta una battaglia, ma vincere la guerra è difficile, se nello scenario politico restano presenti soggetti che della politica fanno usi distorti. Dopo le stragi, ricordiamolo, abbiamo avuto i lenzuoli bianchi stesi dai balconi ma anche la stagione dei depistaggi ad oggi rimasti senza i responsabili individuati. Trapani i depistaggi li ha conosciuti da vicino per tutti i grandi delitti, da Ciaccio Montalto alla strage di Pizzolungo, da Mauro Rostagno ad Alberto Giacomelli. Un poliziotto penitenziario, Giuseppe Montalto, fu ucciso perché la sua morte fosse il regalo di Natale ai boss detenuti. Nessuno per loro ha mai steso lenzuoli bianchi, e ancora oggi queste morti sono senza verità e giustizia. Rostagno si interessava anche a Gladio, come Falcone.

Infine

Parafrasando Alessandro Baricco, c’è gente che muore e con tutto il rispetto non ci perde niente. Ma l’elenco di nomi scolpiti nelle coscienze di alcuni sono di quelli che lo senti che non ci sono più.

Ce ne sono di argomenti per parlare seriamente ricordando le stragi e i morti uccisi perché volevano che la libertà fosse davvero cosa di tutti. Ed invece viviamo in un Paese, perenne terra dell’inganno, nel cui bordello la Libertà ha perduto la sua anima. Anche perché non ci sono più uomini come Falcone e Borsellino. Loro che ci spiegavano bene come la lotta alla mafia non era un compito solo di magistrati, giudici e investigatori. La lotta alla mafia passa inevitabilmente dalla cultura e chi vieta i cambiamenti è parimenti responsabile come e più dei mafiosi…

Nota di elogio PT Trapani 4 aprile 1977 Giovanni Falcone

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.