Un patto d’amore che si rinnova all’insegna dell’instancabile ricerca della verità

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2 Aprile 1985 ricordando il sacrificio di Barbara Rizzo e di Giuseppe e Salvatore Asta. Carlo Palermo: “Sono i miei angeli che mi hanno permesso di vivere una seconda vita di impegno per capire”. Margherita Asta: “Condannata alla convivenza responsabile con il dolore consapevole che il racconto serve al cambiamento”

“Non ti scordar di me” non si ferma, prosegue il suo cammino. Le parole di impegno a non dimenticare Barbara Rizzo ed i suoi due gemellini Salvatore e Giuseppe Asta sono state riscritte e rinnovate anche quest’anno in occasione del 36° anniversario della strage mafiosa di Pizzolungo del 2 aprile 1985. Quel giorno la mafia organizzò un attentato con una autobomba per uccidere il magistrato Carlo Palermo, da poco più di 40 giorni a Trapani. L’esplosione del tritolo combinato con la miscela più dirompente, usando il sentex presente negli esplosivi di natura militare, prese in pieno l’auto sulla quale si trovavano Barbara con i suoi gemellini, loro così fecero da scudo alla blindata dove si trovava il magistrato. “I miei angeli” li ha definiti così Carlo Palermo presente a Pizzolungo per la cerimonia organizzata dal Comune di Erice e dall’associazione Libera. L’appuntamento ha visto presenti diverse autorità, i tre sindaci di Erice, Trapani e Valderice, Daniela Toscano, Giacomo Tranchida e Francesco Stabile, il presidente del Tribunale Andrea Genna, la sezione dell’Associazione Nazionale Magistrati con il suo presidente Giancarlo Caruso, la prefettura col capo di gabinetto Zanca e poi i vertici delle forze dell’Ordine. Causa pandemia assenti le scuole, ma ugualmente si è raccolta una certa presenza di insegnati, docenti. In una giornata piena di sole, con il mare piatto, una giornata all’insegna della quiete e della tranquillità. “Voglio immaginare – ha detto Margherita Asta intervenuta telefonicamente – che i miei vivano oggi questa tranquillità e serenità sapendo che chi è rimasto è impegnato ogni giorno a cercare verità e giustizia nel loro nome , sereni sapendo che c’è chi come noi ha trovato serenamente e con una forte coscienza responsabile, la consapevolezza di dare il giusto senso al dolore. La memoria, il sapere di essere Noi testimoni, serve per costruire e mettere in atto la rivoluzione culturale fondamentale, indispensabile, per scardinare il sistema criminale che ha ucciso la mia Mamma e i miei Fratelli e che voleva uccidere il giudice Palermo. Noi siamo stati condannati all’ergastolo della convivenza responsabile con il dolore. Stiamo provando a trarre forza dal dolore che proviamo per andare avanti. Stiamo trasformando il trauma, la rabbia e il lutto in motore di testimonianza ossia in impegno civile, culturale, politico e pubblico.”. “Diamo continuità ogni giorno – ha detto il presidente del Tribunale Andrea Genna – al lavoro condotto dai magistrati che hanno perduto la vita o sono stati mutilati nella loro libertà e azione, il 2 Aprile fu compiuto un atto criminale compiuto da siciliani per il quale noi siciliani onesti ci sentiamo umiliati, ma lavoriamo per dire che ci sono altri siciliani onesti e che la Sicilia è altro”. “Instancabili nella ricerca della verità – ha assicurato il presidente della sezione Anm Giancarlo Caruso – ma instancabile deve essere l’impegno della società civile. Non serve la tifoseria per questo o quel magistrato, serve che la società civile lavori anch’essa nel ricostruire le vicende che ci hanno segnato, la memoria non deve essere un esercizio retorico ma fattivo, perché così possano cadere uno ad uno i rami secchi dei silenzi e delle omissioni”. “Oggi viviamo ancora in una società che non sempre è capace di aprire gli occhi e rendersi conto di cos’è la mafia. C’è chi la descrive in modo romantico, distinguendo la mafia in buona e cattiva. Non ci sono distinzioni e non possono esserci descrizioni romantiche – ha detto Salvatore Inguì coordinatore provinciale di Libera – dinanzi ad una mafia che ha perseguito e attuato i suoi interessi uccidendo e facendo stragi. Ricordo quei giorni del 1985 quanto a Trapani c’era chi al passaggio in strada dei magistrati e proprio di Carlo Palermo con la scorta diceva che bisognava star lontani perché qualche innocente poteva rimetterci la vita. Come dire che Carlo Palermo era un colpevole. Come dire che c’era chi sapeva che il destino di quel magistrato era segnato. Ed allora con Carlo Palermo noi oggi ci sentiamo tutti colpevoli, se per colpevole si vuole indicare chi oggi cerca verità e giustizia, chi lavora ogni giorno per arrivare a scardinare non i rami ma le radici di una certa cultura che ancora resiste. Su questo c’è un Noi che lavora senza bisogno di palcoscenici o riflettori perché ad emergere sia la vera cultura e la società dei giusti possa vivere e non sopravvivere”.

“In questa terra di Trapani – ha detto Carlo Palermo – sono avvenuti fatti gravissimi, gli omicidi, la presenza della più grande raffineria d’eroina di tutta Europa, la presenza di Gladio e del centro Scorpione, le logge massoniche segrete , ma sono fatti che sono rimasti slegati tra loro, ma la strategia è stata unica così come è unica la strategia di altri attentati, stragi e delitti nel resto del Paese. La verità che ancora oggi non si trova è scritta nelle carte sparse nelle procure d’Italia. Queste carte vanno rilette avendo una visione d’insieme, le Procure leggendo le carte separatamente non potranno arrivare alla verità”. Per Carlo Palermo questo mancato coordinamento non è casuale ma è stato voluto, “ho toccato con mano il mancato sostegno nella ricerca della verità finanche da miei ex colleghi che mi hanno voltato le spalle”. L’ex magistrato ha parlato, colto da diversi momenti di emozione non distogliendo mai lo sguardo dalla stele e dal monumento in bronzo posto sul luogo della strage e che raffigura Barbara Rizzo abbracciata ai suoi gemellini Salvatore e Giuseppe Asta. “I miei angeli – ha continuato a dire – che mi hanno permesso una nuova vita e in questa nuova vita l’impegno è quello di acciuffare verità e giustizia, lo faccio ogni giorno da quel maledetto giorno”. “C’è stata negli anni 80′ una strategia del terrore dove la mafia è stata il braccio armato di poteri più forti, si coglie, è scritta nelle carte giudiziarie, la regia della massoneria, ma dividendo tutto a pezzetti sembra una cosa causale ma non è così. Bisogna rileggere molte carte giudiziarie, così si può trovare la regia. Rileggere queste carte non significa solo trovare la spiegazione a questa strage o ad altre, significa capire l’oggi, perché certi piani strategici ancora oggi sono la causa di ciò che viviamo ogni giorno”.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.