Dobbiamo capire

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Ong e giornalisti intercettati

Cominciamo dall’utilizzare la terminologia corretta. Sfogliando le carte dell’indagine sui comportamenti non delle Ong ma di alcune di esse nei rapporti con i trafficanti di esseri umani a proposito di soccorsi pre determinati nel Mediterraneo, non c’è una sola intercettazione chiesta dalla Procura di Trapani che non risulti autorizzata dal Gip e non sia sostenuta da informative firmate da Sco (Servizio Centrale Operativo della Polizia), Squadra Mobile di Trapani e Nucleo Speciale di Intervento della Guardia Costiera. Di illecito non c’è nulla. E a parte l’autorizzazione delle intercettazioni riguardanti la collega Nancy Porsia, nel periodo luglio/dicembre 2017, la stessa nell’agosto di quell’anno venne sentita come persona informata dai fatti dai poliziotti della Squadra Mobile di Trapani che la sentirono a Fiumicino, non vi sono intercettazioni autorizzate per altri colleghi giornalisti: sono state trascritte semmai intercettazioni tra indagati e giornalisti o ancora quelle riguardanti i contatti tra la Porsia e altri giornalisti. Forse molte di esse non dovevano essere trascritte, ma è stato fatto. Altro aspetto: nella informativa che ha condotto la Procura di Trapani a chiudere le indagini sui 24 indagati per il presunto favoreggiamento della immigrazione clandestina, le navi di alcune Ong, “Jugend Rettet”, “Save the Children” e “Medici senza Frontiere”, usate come “taxi del mare”, non c’è un solo atto che riguardi giornalisti – come ha confermato il procuratore aggiunto di Trapani, Maurizio Agnello – nemmeno una intercettazione o trascrizione di una di esse. Un quadro più chiaro che certamente non allenta del tutto le preoccupazioni espresse dalla Federazione della Stampa e da Articolo 21. Gli accertamenti che il ministro della Giustizia, Marta Catarbia, ha deciso di disporre mandando gli ispettori alla Procura di Trapani, certamente faranno chiarezza. Oggi intanto parliamo quindi di opportunità. Partendo dalla fine di questa storia e cioè quel documento di 295 pagine, dove sono trascritte anche le intercettazioni riguardanti i giornalisti, non facente parte dell’informativa, finito così pari pari nelle mani degli avvocati difensori degli indagati. Probabilmente quel documento avrebbe dovuto essere depositato omissando quelle intercettazioni del tutto inutili alle difese. Come ad esempio quel colloquio della Porsia a proposito del caso Regeni. Stralciando da esso ciò di inutile alle indagini e al futuro processo. La stessa cosa era accaduta nel corso delle indagini. Dopo il sequestro di telefonini, pc e altre apparecchiature informatiche usate dagli indagati, con una udienza dinanzi al gip furono eliminate tutte quelle cose, chat, conversazioni, posta elettronica contenenti cose per nulla attinenti all’inchiesta. In queste 295 pagine, proprio quasi all’inizio, si legge che la collega Porsia è ritenuta un “bersaglio” – come da terminologia giudiziaria – da ascoltare perché ad un certo punto gli investigatori ascoltano una intercettazione tra indagati, cioè tre rappresentanti della Ong “Medici senza Frontiere”, Tommaso Fabbri, Stefano Argenziano e Michele Trainiti, che si dicono preoccupati per il fatto che la collega Porsia era stata autorizzata a salire sulla “Vos Prudence” per seguire le attività di soccorso in mare. La preoccupazione dei tre era quella che la giornalista poteva aver saputo delle direttive all’interno della Ong e cioè quella diretta agli operatori di consegnare materiale che potesse aiutare la Polizia a riconoscere persone e a investigare. I tre parlano tra loro e commentano che la Porsia è “una giornalista investigativa che si occupa di trafficanti” e quindi “non doveva salire a bordo”. Ritengono anzi che lei vada inserita nella “black list”. Una prima ammissione, sulla quale forse non si sta ponendo adeguata attenzione, che esistono contatti con i trafficanti di essere umani che non devono essere scoperti. Come cronisti sappiamo che nel nostro lavoro talvolta, se non spesso, per il dovere di raccontare e di poter condurre inchieste giornalistiche, finiamo col mettere il naso e frequentare luoghi pericolosi e fonti che non sono sempre degli stinchi di santo, e perciò può capitare di finire sotto l’attenzione degli investigatori, e quindi ci sta il richio di venire intercettati, non essendo noi una categoria soggetta a certe guarentigie riservati nel nostro Paese ad altri, ciò che non deve accadere è esporre i giornalisti, quando non sono indagati, con la trascrizione di dialoghi che possano metterli davvero in pericolo o spiattellare sulla pubblica piazza quelle fonti per le quali il giornalista ha anche il diritto di non rivelare. Abbiamo come cronisti il pieno diritto a protestare, ma non possiamo però farci prendere per il naso. La diffusione delle 295 pagine non è frutto di una fuga di notizie da parte di Procura o di chi indaga, ma è evidente che ciò è accaduto per mano proprio di qualcuno degli indagati, Strana la circostanza che la notizia sia arrivata nelle redazioni italiane, perché dapprima ripresa e resa nota da giornali stranieri. Come a voler sollevare un polverone sull’intera indagine che invece è particolarmente ricca di contenuti contro alcune Ong. Quelle Ong i cui operatori facevano finta di non vedere mentre gli scafisti picchiavano i migranti, o che li aiutavano a riprendersi i barchini, i gommoni, usati per arrivare dalle coste della Libia nei punti di incontro in mare. E proprio tra le 295 pagine di intercettazioni ci sono colloqui tra indagati che riguardano proprio l’intento di utilizzare i giornalisti. Ci sono passaggi in cui si parla di mettere i giornalisti gli uni contro gli altri, o si esprimono giudizi sprezzanti contro chi tra i giornalisti non risulta allineato con le Ong. Detto questo il caso aperto deve essere risolto e non accantonato come accaduto per altre cose, a cominciare dal tema delle querele temerarie, tema irrisolto nonostante le pressioni della Fnsi su Governo e Parlamento. Si apra quindi il caso ma lo si tenga isolato dalle strumentalizzazioni. Leggiamo di prese di posizione che però non ci devono far dimenticare come quelli che parlano oggi sono quei politici che hanno calpestato il giornalismo d’inchiesta o quelle certe avvocature sempre pronte a stilettate contro i cronisti. Certe solidarietà oggi non ci servono. Altri devono parlare. Bene ha fatto il ministro Catarbia e bene farà ancora di più a garantire quel diritto/dovere ad informare messo in pericolo da più fronti grazie ai quali il giornalista finisce sempre per essere ritenuto colpevole di qualcosa. Ma soprattutto noi giornalisti per primi dobbiamo essere attenti sempre e non a secondo di qualche giornalisti si tratti. Su questo per fortuna la Fnsi e Articolo 21 hanno sempre messo in prima fila la tutela dei cronisti di periferia, ma non sempre su questo la loro voce ha ottenuto giusta attenzione. Quattro mesi di reclusione chiesti per aver dato del pezzo di merda ad un mafioso, o finire condannati per aver pubblicato intercettazioni di una indagine chiusa, sono episodi che conosco molto bene. Giulietti con Claudio Fava e con Libera hanno alzato una difesa che però sui giornali e tra giornalisti è finita non solo non presa in considerazione, ma qualcuno ha trovato modo e maniera di fare il “maestrino dalla penna rossa”.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.