Così batto il computer a dama

1005

I racconti di Nicola Quagliata

Ho imparato a giocare a dama da bambino, nell’ospedale Sant’Antonio di Trapani, quando stava nel cuore del centro storico, in un palazzo del cinquecento con, in un lungo corridoio, due file di letti per gli ammalati di tutte le età e dove arrivavano le brezze dei due mari e l’odore delle panelle dalla friggitoria della Palermitana. Vi sono stato ricoverato per venti giorni, a causa di una caduta da un albero di carrubo, nella tarda primavera con la scuola ancora aperte e quando nel nido di merlo c’erano ancora tre uova verdine puntellate di celeste cielo.

Il maestro mi fece visita e mi portò dei biscotti ed un libro sui viaggi di Marco Polo, di quelli che si regalavano ai bravi della classe. I biscotti li regalai al mio vicino di letto, che mi aveva insegnato il gioco a dama, ed il libro lo lessi tutto.

Da adolescente nella sezione del partito ho giocato coi vecchi comunisti, che erano stati al confino durante il fascismo; due di loro avevano vissuto la scissione dal partito socialista, ed avevano partecipato al primo congresso siciliano a Messina a cui aveva partecipato il napoletano Amedeo Bordiga, uno degli eroi fondatori.

Erano geniali nel gioco a dama.

Io li trovavo geniali.

Una estate a Petrazzi passai interi pomeriggi a giocare con Peppino Patriposa che da poco aveva finito di scontare venticinque anni di carcere, ed apparteneva alla stessa categoria di gioco dei confinati politici. Aveva le stesse strategie e gli stessi colpi di genio che avevano i confinati politici. Prima del carcere il Patriposa aveva scontato periodi di confino, ed aveva giocato coi politici, apprendendone le abilità di gioco e le idee.

Gli dissero che come loro lui era un perseguitato, nonostante il suo fosse un reato comune e per quanto grave, trattandosi di omicidio, e lui se ne convinse. Accettò la condanna da scontare ritenendo di doverla scontare, ma ritenendosi anche un perseguitato.

Il Patriposa era silenzioso, taciturno, ed io non gli davo a parlare. Arrivata una certa ora del pomeriggio lui usciva con la sedia e si sedeva davanti la porta sul giacato che le brezze e l’ombra non avevano ancora rinfrescato, ed allora io, che avevo la dama pronta, la mettevo sottobraccio e lo raggiungevo: iucamu?

E senza più una parola trascorrevamo l’intero pomeriggio giocando a dama.

Ora gioco col computer e mi accorgo, mentre giochiamo, partita dopo partita, mossa dopo mossa, che impara da me, impara dal mio gioco tutte le mosse, riproducendole con molta più scaltrezza. Il computer impara dal mio gioco in modo subdolo ed indisponente, carpisce la mia esperienza di gioco e mi batte.

Ma con la stessa velocità con cui apprende le mie mosse vincenti, il computer fa proprie le mie mosse sbagliate, i miei errori di giuoco. Ed io faccio molti errori tattici, per distrazione e disattenzione, per concentrazione debole, per intelligenza mediocre, e lui, che certamente è di intelligenza superiore alla media umana, non solo immediatamente impara l’errore da me commesso, ma per ogni mia mossa sbagliata lui trionfalisticamente ripete per almeno tre volte l’errore. E così io mi sono dato questo sistema di giuoco, dove faccio distrattamente molti errori, e più errori faccio più facile rendo la mia vittoria.

F i n e

Nicola Quagliata