“Lo stradone”

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I racconti di Nicola Quagliata

A un certo punto della storia, così come l’andava fantasticando Pirandello, per dar vita ad una stampa ingenua ed un po’ vecchiotta, il Rosso si diede da fare ad ajutare i suoi due compagni ciechi, Alfreduccio e Marco (il Rosso con la stampella che sostiene il cieco Alfreduccio, abitano la stampa, Il cieco Marco invece è amico dell’autore ed abita la realtà) a salire sul ciglio dello stradone, ponendoli a sedere sotto l’ombra di un grande platano, sedendo anche lui vicino a loro, parlando sottovoce all’orecchio di Alfreduccio.

Lo stradone. Lu stratuni era una idea prima che una realtà, la precedeva vivendoci accanto, ma da indipendente, secondo sue fantasie immaginarie. Certo era un luogo lu stratuni, con tutte le difficoltà che il termine luogo, di per sé circoscritto ed immobile, presenta per una strada che invece non è circoscritta e non da’ affatto l’idea di ciò che è fermo, un luogo da raggiungere prima di tutto, che procedeva – per ragioni che vedremo, nel seguito della storia, possiamo pure usare il presente, e dire procede – inerpicandosi sinuoso e nero come la pece, leggero, dolcemente, sotto filari di eucaliptus dalle foglie allungate e diritti come i ceri della madonna nella processione, e gli abeti aghiformi, fin sopra al Belvedere.

Raggiungere lu stratuni non era semplice, né facile, trovandosi al confine tra le case di Petrazzi, lu munnizzaru e la montagna; lu munnizaru ardeva di un fuoco perenne, che gli bruciava dentro, lento e tenue come il fumo che emetteva, ed odoroso, con migliaia di farfalle colorate in primavera ed altrettanti fiori carnosi tutt’intorno, l’ariacito vi cresceva giallo e verde di gambo, ed in bocca grondava acqua acida da riuscire a dissetare; le capre di Battista prendevano sempre al largo, non amandone il fumo e l’odore; e Petrazzi si trovava (abbiamo detto che possiamo anche usare il presente, non quello storico della narrativa di fantasia, il presente della cronaca) nel punto più alto del paese, costeggiato ad ovest dal Lavinaro che scende fin nel cuore del Golfo, insidiandovisi dentro, fendendolo fin sotto le acque, dal quale fa salire e trasporta su per il vallone, tepori e brezze e nelle notti di tempesta le urla profonde del mare come volesse arrampicarsi oltre gli scogli che lo fronteggiano, e la furia del suo vento. Altre volte il Lavinaro ha trascinato dentro al golfo masserizie e vite umane, prendendoli fin dentro le case che gli stolti avevano costruito sul suo argine e trascinandoli in modo impietoso fino al mare.

Petrazzi era stato costruito con quattro cardi che scendevano giù dallo stradone, paralleli al Lavinaro, e nove decumani, perpendicolari al Lavinaro ed alla Chiesa Nuova, case basse, l’una attaccata all’altra, un vano per i cristiani ed un vano per gli animali, muli, scecchi, galline. Zu’ Palicchio dormiva con la sua branda vicino al cavallo, era carrettiere, non si era sposato per non separarsi dall’animale neppure per la notte, e sua sorella, che oltre ai sei figli ed il marito doveva accudire pure lui, non glielo perdonava, e quando poteva dava un colpo di scopa al cavallo.

Al tempo in cui lu stratuni incarnava pienamente la sua idea di stratuni e si confondevano e formavano una cosa sola l’asfalto e l’idea, Petrazzi era la periferia di campagna del paese o la periferia di montagna data la sua posizione in alto e la mancanza di alberi, con le sue stalle e i suoi carreti, a ridosso delle mura delle vie decumane, e i cuti tondi e scuri e levigati come crani piantati al suolo di un campo di battaglia visitato da gerarchie militari, un cranio accanto all’altro in modo da occupare tutta la superficie; senza acqua e senza pozzi le donne ne impegnavano ogni goccia per ogni cuti, come si fosse trattato proprio del cranio di un familiare il cui ricordo si rinnovava sotto lo stropiccio delle loro dita per ripulirle dalla sabbia rossa dello scirocco; le capre di Battista nell’attraversare le vie risorgimentali del quartiere, per farsi mungere e lasciare il latte ad ogni porta, via Cavour, via Mazzini, via Mentana, via Quintino Sella, dalle mura imbiancate con la calce colorata delle tinte spagnolesche portate secoli prima dai gesuiti, leggere ed agili, con le mammelle piene ancora, e le corna avvitate verso il cielo, poggiavano gli zoccoli nel punto più alto dell’ovale del cute senza mai scivolarvi, la pinzirita dai piccoli capezzoli invece, tra le capre, camminava diritta e angustiata pensando al suo futuro; i pastori non la facevano più accoppiare e quando qualcuna si feriva invece di curarla la scannavano per mangiarla e non sostituivano quelle che mangiavano con il rischio di estinzione, altre pecore che venivano dal nord, con più latte e più lana le stavano sostituendo nel gregge. Le pinzirite che Battista teneva tra le sue capre erano adottate da pastori che non le volevano più tenere, lui non aveva un bilancio economico e non era il denaro la misura del suo lavoro con il gregge.

Battista era alto e magro come una furceddra di castagno, di quelle che le donne usavano per tenere alta la corda su cui appendevano le lenzuola ad asciugare, di carnagione olivastra aveva la barbetta rada in faccia e come le sue capre dal mento gli scendevano i peli a pizzo rossicci, sotto le labbra sottili. Non parlava mai e d’altronde i suoi rapporti con le persone non erano tali da richiedere molte parole per comunicare, bastava qualche cenno, qualche gesto accompagnato dalla espressione del viso, di assenso ed approvazione, o di dissenso; non si vedeva mai in paese tranne che al mattino presto quando passava con le capre e le donne aprivano le porte per porgergli tazze e pentole dentro cui mungeva il latte. Ma non era Battista e la sua voce che si sentiva da dentro le case, si sentiva il belare ed il trippo del piccolo gregge. Finito il giro se ne tornava in montagna.

Aveva fatto parte della banda di Salvatore Giuliano e quando questa si era sciolta e ognuno se ne era andato per i fatti propri lui acquistò poche capre stabilendosi con esse a vivere sulle montagne del Golfo dove trovava pascolo e rifugio nella notte in macaseni abbandonati, coi latitanti che vi avevano costruito la propria sicurezza non manteneva nessun rapporto, si girava dall’altro lato quando si incontravano, per non vederli in viso e non riconoscerli.

Periodicamente riceveva la visita della mafia e dello stato, alternativamente ed ognuno per conto suo; un picciotto che stava con le pecore di Don…….. Ed il maresciallo dei carabinieri del paese, il primo per chiacchierare e tenersi compagnia, il secondo per fare il verbale da inviare ai superiori e da inserire nel suo fascicolo personale, ad entrambi faceva assaggiare la sua ricotta. La mafia non lo perdeva di vista aspettando di poterlo usare in qualche omicidio stabilizzante, lo stato per controllare quando la mafia lo avesse usato e quindi controllarne i movimenti; la mafia sapeva delle visite dei carabimieri a Battista e ne conosceva il motivo, ed i carabinieri sapevano delle visite della mafia e ne conoscevano il motivo.

Battista non ebbe mai da ridire né con la mafia né con lo stato, tranne che una volta sola.

Alcune capre del suo gregge erano state fotografate con dei fazzoletti rossi con stampata la faccia di Stalin, di Garibaldi e la falce e martello legate sulle corna a spirale durante una manifestazione dei comunisti del paese per l’esproprio delle terre incolte ed abbandonate dei feudi.