Omne initium grave. Parte VI

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Così ragiona la famiglia della ragazza, la famiglia di Giovanna.

Peppe:

–        Mi chiedo se qualcuno avvicinò il ragazzo per avvertirlo che non poteva frequentare e fidanzarsi con questa ragazza?

Saro:

–        Questo non è certo, la famiglia di lei ha detto che il ragazzo era stato avvisato, più di una volta, e più di uno avevano cercato di dissuaderlo e levargli quella fissazione, li picciotti così sono, si fissano, e la sua fissazione era quella, c’era poco da fare, e col tempo peggiorava. Si alzava di notte e usciva di casa per andare vicino alla casa della ragazza, e lì il mattino, mezzo addormentato, lo ritrovavano e lo riportavano alla sua famiglia. La ragazza veniva sorvegliata stretta, la sera la chiudevano a chiave nella sua stanza, che era anche camera da letto. Una volta, nonostante ogni sera venivano ritirati i suoi abiti, si calò dalla finestra in piena notte, in sottana e mezza nuda, per strada, un marinaio di passaggio, che saliva dalla marina verso casa sua, la vide e la riconobbe, ed andò a svegliare i genitori per avvertirli. La riportarono a casa avvolta in un lenzuolo a fiori, e da quel giorno le cambiarono la stanza, la misero in una alcova senza finestre, con una porta che aveva la serratura esterna, di ferro, di quelle senza la chiave, se doveva uscire doveva bussare e qualcuno la andava ad aprire.

Più le pressioni ed i controlli sui due giovani amanti aumentavano, e più la passione dell’uno per l’altra aumentava, cresceva. Ed è a questo punto che la famiglia della ragazza, che poteva confidare su uomini pronti a sparare, prende la decisione estrema. Le due famiglie in guerra seminavano le strade di cadaveri, al punto che il sangue del cadavere di uno si univa al sangue del cadavere di un altro. Il ragazzo era escluso dalle sparatorie. Era troppo giovane e finchè non toccava un fucile nessuno avrebbe toccato lui. La sua morte non stava a numero. Non doveva toccare una lupara e non doveva guardare la ragazza dell’altra famiglia. Lui invece mise gli occhi sulla figlia del capo famiglia, ed invece di dimenticarsene tornò a guardarla. La guardò con ostentazione…

In un solo pomeriggio per tutto il paese camminò la voce di Marco che guardava Giovanna. Marco chi? Giovanna chi? Possibile? Non è possibile. Ed invece è vero. Tutti si aspettavano una reazione immediata, terribile e fulminea, che metteva fine alla storia. La reazione non ci fu, non quella che i compaesani si aspettavano e prevedevano. Giovanna venne chiusa in casa. Ma quando questo avvenne era già troppo tardi, l’irreparabile era successo, era stata profanata e la natura da tre mesi faceva il suo corso nel suo grembo. Se rompi un uovo, puoi mai riportarlo a come era prima, uscito dal culo della gallina?

Gli avvertimenti effettivamente c’erano stati, ma inascoltati. Ogni volta Marco si impegnava, con giuramenti, che mai più avrebbe tentato di rivedere Giovanna, ed era sincero in quei giuramenti ed i quei momenti, veramente lui credeva in quell’impegno che assumeva e veramente voleva non vedere più la ragazza, ma solo nel momento del giuramento. Rimasto solo irresistibilmente ricadeva nell’errore. Chiese compagnia, ma neanche quella servì a molto. In una certa ora del tardo pomeriggio il cuore gli si scioglieva come il sole all’orizzonte nel mare rossastro, gli diventava acquoso e gli si ammollavano le gambe al pensiero di lei, e doveva correre dove poteva vederla o nel punto a lei più vicino.

Poi gli stessi che gli avevano parlato nel tentativo di distoglierlo gli prospettarono l’America come soluzione. Nel nuovo continente potevano amarsi senza più ostacoli di nessun genere; loro avrebbero pensato a tutto, ad organizzargli il viaggio e ad avvisare gli amici paesani per l’accoglienza. Gli spiegarono che arrivati in America gli amici paesani gli avrebbero trovato la casa già ammobiliata ed ognuno di loro, come usavano fare coi nuovi arrivati, avrebbe messo qualcosa di solidarietà e gli avrebbero trovato un lavoro, in America pure le donne lavorano e si sta bene.

Si resero credibili e Marco si affidò a loro. Così lo hanno avuto in balìa per poterne fare quello che volevano, e volevano la sua vita.

Giovanna lo venne a sapere.

Come lo venne a sapere?

Giovanna lo venne a sapere proprio dai suoi familiari lo stesso giorno in cui Marco era stato sparato.

Nella sua casa andarono i sicari, nel pomeriggio, e si incontrarono coi suoi genitori per confermare la morte del giovane e informarli su come avevano agito.

La madre sapeva che Giovanna era uscita con le amiche per andare in chiesa, dove avevano le prove del coro pasquale. Le amiche invece non erano passate a prenderla e lei stava andando dalla madre per chiederle se poteva accompagnarla lei, perché non voleva perdersi la prova, e perché la sua assenza dal coro rendeva impossibile il coro, e quella sera c’era pure l’organista, chiamato apposta a pagamento dalla chiesa Madre.

Nel percorrere il corridoio, dalla saletta difronte all’ingresso, insieme alle voci dei genitori sentì voci di estranei, ed un po’ per non disturbare, un po’ per curiosità, rallentò i passi e si fece silenziosa. Quando dalla discussione a voce bassa sentì il nome della famiglia del giovane amato, si fermò e rimase ad ascoltare.  Sentì la crudezza e la volgarità delle parole con cui quegli estranei indicavano la famiglia e pronunciavano il nome di Marco. Ogni volta che pronunciavano quel nome le si straziava il cuore nel petto ed il respiro le si faceva pesante, ed era come se le dessero pugni nello stomaco; le veniva da vomitare, ed in silenzio, trattenendo ogni dolore e stimolo degli spasmi, vomitò, mentre vomitava stava attenta a quel che si dicevano i genitori con quegli uomini.

Mentre ascoltava e vomitava e cercava di trattenere il respiro ricordò che uno degli uomini lo aveva già visto altre volte; era un curatolo di suo padre, che puzzava sempre di stalla e che portava sempre una lupara a tracollo, con una cartuccera alla vita da cui si vedeva brillare il rame delle cartucce. Ora non aveva il fucile a tracollo, indossava una giacca sopra i pantaloni, senza il fucile.

Lo stanzino da dove Giovanna ascoltava era (e tutt’ora è) uno stanzino adiacente a quello di ingresso, con una finestra che si affaccia sulla strada che sale dalla marina e da cui si intravvede, con il largo mare, la punta della cala, dalla sagoma scura e prosaica, tignosa e tormentata dagli incendi estivi.

Giovanna distese lo sguardo sul mare, seguì una barca di pescatori che lentamente, con l’indifferenza di un astro nel cielo, si allontanava e scompariva dietro la cala nel golfo.

Giovanna ebbe un ricordo, quando, in un giorno caldo di maggio, il mare si tinse di rosso, proprio in quel punto dove la barca scompariva,  del sangue dei tonni mattati tra le reti  nella camera della morte, montata proprio dietro la punta della cala.

Per un momento le voci della stanza a fianco erano diventate un mormorio tetro, come proveniente da un pozzo o da una cripta dalle pareti rivestite di marmo.

Il suo sguardo rientrò e tornò a sentire le voci nitide di suo padre, di sua madre e del curatolo che con voce pacata spiegava l’andamento della mattina.

Così Giovanna apprese della morte di Marco, del suo amato marco. E rimase incantata quando il curatolo descrisse come lo colpì, al primo colpo sparato, e come da vicino gli sparò un secondo colpo per sicurezza, rimarcando, nella descrizione, la bontà delle cartucce; un secondo colpo non lo usava mai per la selvaggina, se la trovava ancora in vita morente usava il coltello e la finiva sgozzandola per prosciugarla del sangue.

Vantava le cartucce che lui stesso preparava, senza risparmiare un grammo di polvere o di pallini di piombo; le sue cartucce andavano sempre a segno, le sue erano cartucce che non sgarravano mai il bersaglio, uomini o selvaggina che fosse.

Poi il curatolo salutò, fece l’inchino a sua madre, baciò la mano di suo padre che era il padrone delle terre a Fraccinesi e che gli aveva dato in gestione annuale, e senza girare le spalle, con tre passi all’indietro raggiunse la porta d’ingresso dove c’era Mimma la cammarera che gli aprì la porta e lo fece uscire.

Giovanna aveva ascoltato e visto il curatolo che spiegava e descriveva la scena del mattino in cui aveva ucciso il suo Marco, come lo prese per i capelli, i capelli che lei aveva accarezzato, sollevandolo da terra per verificarne la morte e come gli aveva guardato il viso irrigidito dal dolore e dalla sorpresa. Guardava sempre il viso delle sue vittime, anche della selvaggina che sparava, come se la morte che dava, nel guardarla, la allontanasse da sè, come se in quella morte si affermasse la sua esistenza in vita. Il curatolo stava descrivendo la morte del suo Marco, e suo padre e sua madre ascoltavano con complicità e soddisfazione quelle azioni ed il racconto.

Non era la prima volta che assisteva a discorsi di quel genere, ma non ci aveva mai dato importanza, ne era sempre rimasta indifferente e li trovava incomprensibili ed irreali, prima da bambina, poi da fanciulla e ora da ragazza; li considerava discorsi da grandi che a prestarvi attenzione facevano soffrire, che per timore della sofferenza che poteva trarne teneva lontani da sé; li aveva catalogati tra i discorsi noiosi dei grandi che non potevano in nessun modo interessarle, come tutte le cose dei grandi. Anche adesso non avrebbe dato nessuna attenzione alle cose che si stavano dicendo i suoi genitori con il curatolo, ma c’era di mezzo marco, lei stessa era interamente parte di quei discorsi e dentro quei ragionamenti strani di morte. Quel che sentiva era che non avrebbe mai più visto Marco vivo. Quel che sentiva era che un camionista col suo mezzo stava portando, o aveva portato, il suo corpo, dentro una bara di pino fresco, nel cimitero del paese, in contrada Barona e che ora era lì, solo, nella sala mortuaria, e che i suoi genitori ancora non sapevano niente. Ora se lei avesse voluto vederlo, potevafarlo andando al cimitero. Ma come poteva recarsi da Marco al cimitero, lei viva, lui morto e inconsapevole. Lei viva gli avrebbe parlato, come sempre con parole che le sgorgavano dal cuore e dal profondo della sua anima, parole che sempre lo estasiavano, ora quelle stesse parole ed il suo respiro ed i battiti del suo cuore, ed il sangue che le riscaldava le vene e tutto il corpo, avrebbero incontrato un corpo freddo di marmo, sul letto di marmo, un corpo àfono e senza più anima, lei lo avrebbe chiamato per nome e lui non avrebbe risposto.

–        Con quali parole gli parlerò? Io potrò pronunciarne ancora e potrò rivolgergli le parole e le frasi d’amore più ricercate e sentite da tutto il mio corpo, ma lui non mi risponderà, non potrà farlo dal mondo in cui si trova adesso. Come posso io presentarmi a lui avendo ancora il dono della vista e la parola ed il pianto che lui non ha più? Che lui ha perso per sempre? Io potrò andarlo a vedere, ma come potrò accettare la mia condizione così diversa dalla sua? Come posso presentarmi a lui, io in vita con la vista e la parola e lui meno di una pietra, di una balata di marmo? Se voglio andare da lui devo essere ne più e né meno di lui, devo annullare tutto ciò che mi rende differente da lui.

Saro lumaccarrunaru, raccontava come se lui fosse stato sempre presente a tutto quanto era successo ai due giovani amanti nelle ultime ore delle loro vite.

Peppe pensava invece che data l’esperienza che lumaccarrunaru aveva maturato in anni di frequentazione con i morti, coi loro parenti e le cause di decesso, poteva ricostruire nei particolari gli ultimi avvenimenti delle due vittime che giacevano nella sala mortuaria del suo camposanto. Peppe non esitava a chiamarlo il suo camposanto; questo era il secondo camposantaro con cui aveva a che fare ed entrambi trattavano, quel territorio oltre la vita, come una loro proprietà; una proprietà che loro amministravano e non solo custodivano.

Saro ammetteva, dalla sua esperienza, che il caso di quei due giovani, che gli giacevano freddi davanti, era davvero straordinario, non solito e non ordinario; un caso di eccellenza per il suo lavoro, da ricostruire senza tralasciare minimi particolari.

Si vedeva che Saro amava il suo lavoro, e che ci teneva a sapere tutto di ogni tomba, cappella o  ipogeoin sua custodia (Saro pronunciava “ipòggeo”, calcando la pi e la o, dandosi una certa aria per quella parola inusuale che lui aveva appreso da un architetto chiamato per la costruzione di una cappella di famiglia).

Se era lui il custode, e lui era il custode del cimitero, allora era pure il custode di ogni singola tomba. Saro ci teneva a conoscere le vite trascorse, una a una

Saro invito Peppe a chiudere le tombe e rimettere le viti, ma senza stringere, sarebbero venute le autorità, in mattinata anche il prefetto di trapani e di certo avrebbero voluto vedere i corpi e poi la chiusura spettava ai parenti, alle famiglie.

Peppe allora pensò al suo viaggio di ritorno  e si augurò che mai più in futuro gli dovessero capitargli viaggi come quello, ma rimase della sua convinzione che il lavoro non si rifiuta.

(Fine)

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