Così Pidone è diventato il capo mafia di Calatafimi

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“Assunzioni e controversie tra privati”, Nicolò Pidone si è preso in mano la famiglia mafiosa di Calatafimi. Dopo la scarcerazione nel 2017 ha assunto un ruolo di punta. Arrestato nel 2012 durante l’operazione “Crimiso” per essere stato organico alla famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo, adesso è a capo della cosca all’ombra del Tempio

CALATAFIMI SEGESTA. La lunga parabola di Nicolò Pidone, dalla condanna per mafia in seguito dell’operazione antimafia “Crimiso” del 2012, fino al ruolo di capo mafia di Calatafimi. Un ruolo che gli è stato riconosciuto senza dubbi dai sodali. Pidone, finito in manette martedì mattina nel blitz antimafia “Ruina”, si è ritagliato uno spazio al vertice del mandamento mafioso di Alcamo, composto storicamente dalle famiglie di Castellammare del Golfo, Alcamo e Calatafimi. Pidone dopo la condanna nel blitz “Crimiso”, che permise di azzerare la famiglia mafiosa di Castellammare e di scongiurare una faida interna, riesce ad assumere il comando. Nel 2012 a Castellammare comandava Michele Sottile che, secondo le indagini “Crimiso”, aveva occupato il posto lasciato vacante dallo storico boss Francesco Tempesta Domingo, finito nuovamente in carcere lo scorso giugno nel blitz dei Carabinieri denominato “Cutrara”. Nel corso del processo “Crimiso” era stata accertata la partecipazione del capo mafia Nicolò Pidone fin dal 2009 alla famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo. Una volta scarcerato, nel 2017, Pidone assume il comando della cosca calatafimese, forte anche della sua appartenenza, ormai conclamata, all’interno della famiglia mafiosa castellammarese.

“Il vero referente mafioso di Calatafimi”

L’operazione, rinominata “Ruina”, è stata condotta alle prime luci del 15 dicembre scorso dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, dalla Squadra mobile di Palermo e dalla Squadra mobile di Trapani su disposizione dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Le indagini sono state coordinate dalla procura di Palermo, a firmare i fermi sono stati il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, l’aggiunto Paolo Guido e i pm sostituti Pierangelo Padova e Francesca Dessì.

La famiglia mafiosa di Calatafimi aveva avuto un ruolo di primo piano nello scacchiere di cosa nostra ai tempi dei corleonesi. Nella seconda guerra di mafia, il reggente Cola Scandariato aveva partecipato alla riunione tenutasi a Castellammare del Golfo nel 1992, insieme a Gioacchino Calabrò, Giovanni Brusca e il pericoloso latitante Matteo Messina Denaro, immediatamente dopo l’omicidio di Vincenzo Milazzo all’epoca capo del mandamento di Alcamo, di cui lo stesso Scandariato aveva curato la latitanza.

All’indagine “Ruina” si sono rivelati molto utili anche le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Nicolò Nicolosi. Nel corso degli interrogatori resi nel 2016 e nel 2020 Nicolosi aveva definito Pidone “il vero referente mafioso di Calatafimi”.

Nicolosi è stato condannato con sentenza divenuta definitiva quale esecutore materiale dell’omicidio di Salvatore Lombardo avvenuto nel 2009 a Partanna. Per gli inquirenti è un collaboratore di giustizia affidabile.

Prestigio, autorevolezza e controllo del territorio

Pidone, scarcerato il 17 marzo 2017, è stato poco dopo sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Calatafimi Segesta per tre anni con provvedimento che ne ha riconosciuto per l’ennesima volta la indiscutibile caratura criminale.

Nonostante il periodo di detenzione trascorso e la pesante misura di prevenzione personale, le indagini svolte dagli uomini della Polizia di Stato hanno consentito di accertare che il Pidone non solo non ha mai rescisso i propri legami con Cosa nostra ma nell’organizzazione ha progressivamente assunto prestigio e autorevolezza, giungendo addirittura a ricoprire un ruolo apicale, quello di capo della famiglia mafiosa di Calatafimi Segesta.

Nicolò Pidone è uno di quelli che nonostante l’arresto e la condanna non ha rinunciato al suo potere, anzi ne ha tratto vantaggio. Un capo mafia irriducibile. È la solita mafia che non si arrende e che si riprendere il controllo del territorio facendosi riconoscere pubblicamente. Pidone, quindi, diventa capo mafia. Tra le attività da lui intraprese c’è anche quella della risoluzione di controversie fra privati. A Calatafimi tutto doveva passare da lui, le attività criminali dovevano essere “autorizzate” dal capo mafia. Da lui, per esempio, si andava per risolvere una controversia relativa all’ormeggio di alcune imbarcazioni a Castellammare del Golfo. Si rivolgono a lui per il suo pieno inserimento nel mandamento mafioso di Alcamo e saranno proprio “alcamesi” i soggetti interpellati per risolvere la questione dell’ormeggio.

Ma si andava dal capo mafia, ufficialmente ex operaio stagionale della Forestale, anche per delle assunzioni. Tra gli assunti nella cantina Kaggera c’è la figlia dell’ergastolano Calogerio Musso, boss di Vita, ma anche la moglie di Rosario Tommaso Leo, quest’ultimo finito tra gli arrestati dell’operazione “Ruina”. Ma Pidone è un boss vecchio stampo, tanto che per alleggerire la misura di sicurezza nei suoi confronti dopo la scarcerazione, si fece assumere fittizziamente dall’imprenditore agricolo Andrea Ingraldo.

Ma si va a cercare il boss anche in caso di furto: prima di va dal Pidone, poi dalle forze dell’ordine. Il furto è avvenuto nel dicembre dello scorso anno. La vittima si rivolge al capo mafia, riconoscendogli l’autorità, per chieder spiegazioni. Pidone apre una sorta di indagine interna alla cosca, ma appare subito chiaro che il furto non era riconducibile “ai suoi”, se no l’avrebbe saputo. Così incarica Giuseppe Aceste, anche lui finito in carcere, di ricercare gli autori del furto, in relazione al quale non aveva peraltro rilasciato alcun permesso e che quindi era ricaduto fuori dalla sua “giurisdizione mafiosa”.

Pidone, come un vecchio boss, ordinava anche danneggiamenti. Come quello subito dall’imprenditore Antonino Caprarotta, a cui bruciarono l’auto. L’ordine impartito da Pidone sarebbe stato eseguito da Giuseppe Aceste e Antonino Sabella.

E si era interessato anche di politica durante la campagna elettorale del 2019. Pidone a quanto evidenziato dalle indagini aveva sostenuto la campagna elettorale dell’attuale Sindaco di Calatafimi Antonino Accardo. Accardo, quindi, sarebbe stato eletto con i voti di cosa nostra. Per questo è indagato per corruzione elettorale aggravata dal reato mafioso. In sostanza avrebbe comprato dei voti con l’aiuto della mafia per garantirsi l’elezione.  Dalle indagini emerge che per ogni voto sarebbero stati promessi cinquanta euro, poi diventati trenta dopo le elezioni. Sarebbe questo il prezzo della democrazia a Calatafimi.

“tuuu … tuuu … tuuu…” cercasi microspie

Il capo mafia Pidone ordinava anche bonifiche al casolare di Contrada Sasi in cui teneva i suoi summit. Un vero boss, come quelli di una volta, ma con un occhio al moderno. Infatti era lui stesso che provava ad utilizzare gli apparecchi per trovare le microspie. E si arrabbiava pure se la tecnologia per scovare le cimici non funzionava a dovere:

PIDONE: “.. minchia … a me mi ha fatto uscire pazzo questo coso … mi segna in un posto lì … pu … pu … pu … ma io non sono capace a trovare niente … è possibile?… in un posto strano … che guardi tu … inc … e mi segna lì …”

L’apparecchio per la ricerca delle microspie non ha dato i tuoi frutti. Nessuna rilevata:

PIDONE: “e lì! … ma guardo tutto … niente! … quando arriva lì …tuuu ..tuuuu …tuuu … e accende sopra …ma si può dire che è fuori là …ma dove? …dove minchia è…”

Ma nonostante i maldestri tentativi, l’esito è stato negativo, così gli uomini del Servizio Centrale Operativo hanno ascoltato tutto quello che avveniva nel casolare: incontri, discussioni, ordini, che hanno permesso di delineare il quadro dell’operazione antimafia “Ruina”, all’ombra del Tempio di Segesta.

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Emanuel Butticè
Emanuel Butticè. Castellammarese classe 1991, giornalista pubblicista. Laureato in Scienze della Comunicazione per i Media e le Istituzioni all’Università degli Studi di Palermo con una tesi sul rapporto tra “mafia e Chiesa”. Ama viaggiare ma resta aggrappato alla Sicilia con le unghie e con i denti perché convinto che sia più coraggioso restare.