Il regalo dei morti – terza parte

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I racconti di Nicola Quagliata

Il regalo dei morti (parte terza).

Avere la presenza della za’ Peppa e della za’ Sasà ad un proprio funerale era un conforto per tutta la famiglia e per tutto lubisitu.

Le loro lacrime scorrevano come da canalette dell’acqua dai tetti durante le piogge di ottobre, non bastavano fazzoletti per asciugarle ed il pavimento intorno a loro si manteneva umido e bagnato. Il loro pianto era una cantilena di dolore che calibravano e rimodulavano secondo il variare degli umori intorno a loro per tutta la funzione funebre, dalla casa alla chiesa al cimitero.

Avevano un dono naturale per il pianto, e spontaneamente lo manifestavano, con null’altro in cambio che lo stupore e l’ammirazione,nei funerali del paese. Raramente venivano dai paesi vicini a chiederne il servizio.

Il dono lo avevano perfezionato col tempo e con l’esperienza, e col tempo avevano raggiunto tra loro una grande sintonia. Nessuna scuola di teatro avrebbe potuto fare di meglio nel formarle.

Avevano un linguaggio del corpo con un alfabeto mimico che solo loro due conoscevano: un movimento del piede o delle ginocchia, del ventre o delle spalle, delle mani e delle braccia, della bocca o delle sopracciglia, conteneva tanteinformazioni quanti ne può contenere il file di un moderno gigabite.

Partecipavano ai funerali con spirito di servizio, ed avevano elaborato abilità e competenze tali che sapevano in ogni momento che pianto veniva loro richiesto dalla famiglia del defunto nel corso della funzione, oppure autonomamente producevano il pianto che il momento richiedeva. Le abilità istrioniche raggiunte erano pari a quelle di un premio Nobel della recita teatrale

In paese un funerale senza la loro presenza era un funerale orfano: tutti avvertivano la loro assenza, anche il morto,in quella avvertita dei parenti.

Maria le aveva conosciute, o meglio, le aveva viste all’opera al funerale del genitore di un suo collega. Ne era rimasta incuriosita ed un poco impressionata e non le aveva dimenticate. Ad intervalli di tempo le tornavano alla mente con la loro recita.Oltre al volto le affioravano alla mente le mani che tormentavano. Sembrava che le dita si dovessero spezzare come viti secche.

Ora le due prefiche le vennero in mente, forse richiamate dalla festa dei morti, o perché lei ne aveva bisogno. Ma ad un pranzo, ad un invito a pranzo in un giorno festivo, seppure per la festa dei morti, non si addice il pianto, gli si addice il brio, la giovialità, la convivialità,loro invece erano specializzate nel pianto funebre.

– “Parliamoci chiaro”- disse tra sè e sè Maria,

– “Peppa e Sasà sono due prefiche, e la parte delle prefiche sta tutta nel pianto, nello stracciarsi le vesti e scipparsi i capelli durante il pianto. Acconsentiranno ad un invito a pranzo dove proprio il pianto non è previsto? E se faranno storie sulla incongruenza dell’invito rispetto alla loro figura nel paese? E se diranno che con questa loro partecipazione al pranzo dei morti la loro figura viene confusa e distorta? Il paese non ha mai visto il riso sulle loro facce, sempre la piega del dolore, di cordoglio”.

Maria aveva ragione, perché pure i loro uomini vedevano sempre la smorfia di dolore sulle loro facce, come una maschera di creta, anche nei momenti più intimi e di felici esultanze: erano felici con la smorfia di cordoglio in viso.

Peppa e Sasà avevano dovuto rassicurarli che quelle smorfie di dolore non erano affatto a detrimento del godimento del talamo, e che anche le donne normali in quei momenti potevano gridare di pianto, qualcuna addirittura poteva perdere i sensi.

Al di la delle congetture Maria decise che doveva invitarle, dovevano essere loro a decidere. Le invitò ed illustrò loro le ragioni del pranzo, che dovevano fingersi amiche della madre e che il pranzo con gli invitati era stato un desiderio della mamma, si trattava di assecondare il suo desiderio e farla contenta quel giorno. Peppa e Sasà accettarono l’accordo che invece di piangere dovevano sorridere e ridere e parlare del più e del meno, come ad un pranzo in un giorno di festa, e assecondare la mamma fingendosi loro colleghe, e concordarono come vestirsi.

Maria aveva ora due invitate, ne mancavano tre.

Intanto pensò al menù e chi potevacucinarlo, che fosse il più aderente possibile a quelli che si preparavano loro in casa.

–       Maccarrunacon il ragù;

–       Bracioloni al ragù con pezzi di maiale e di salsiccia grossa e patate;

–       Salsiccia fina fritta;

–       Insalata;

–       Cassateddri e sfinci;

–       Frutta di martorana e fichi secchi

–       frutta fresca, puma, pira, citra gialli e citrascuri, uva.

In tutto dobbiamo avere cinque invitate. Due invitate sono le prefiche.

Un’altra invitata potrebbe essere una vedova, la vedova Soccorsa Spatafora, soccorsa due volte nella vita, da bambina appena nata perché scampata al tifo soccorsa dalla Madonna del Soccorso, e da grande scampata ad un marito violento e misogino che si portava gli uomini in casa.

Il marito la picchiò una volta, la picchiò una seconda volta ed alla terza volta Soccorsa, piena di lividi anche in faccia e con un occhio gonfio andò in questura, giù al corso, e lo andò a denunciare. Prima di stendere il verbale e ufficializzare la denuncia cercarono di dissuaderla con parole di conforto, ma lei non li stette a sentire, si intestardì e dettò la denuncia, descrivendo nei particolari la violenza subìta. Il paese non seppe nulla della denuncia e dei fatti di Soccorsa e del marito che la picchiava, ma don Cola, un capomafia locale, le fece arrivare la richiesta di una visita a casa sua.

L’ambasciata di don Cola gliela portò Ninetta, una vedova che si guadagnava da vivere facendo lavori nelle case. In paese Ninetta era vedova da sempre, lei stessa aveva dimenticato di essere stata sposata, unica testimonianza del marito era una tomba al cimitero con la scritta di nome e cognome e data di nascita e di morte, e poi, in italiano “Morto in grave incidente, lascia la sposa addolorata”.Chi sapeva i fatti di Ninetta, del marito e dell’incidente era don Cola.

Ninetta entrava in tutte le case delle famiglie benestanti del paese.Era affidabile e discreta, dalla sua bocca non usciva una sola parola sulle famiglie dove entrava, ma don Cola era più di un padre per lei, e le diede questa ambasciata per Soccorsa.

Ninetta frequentando le famiglie di dottori e professori ed ascoltando,spiccicava pure lei qualche parola in italiano, e siccome quelle parole non facevano parte della sua lingua, nel pronunciarle assumeva la posa, un po’ comica, ed il tono della recita.Sembrava che recitasse. Di quella recita di Ninetta nessuno in paese si accorgeva, ma non sfuggiva ai bambini che la imitavano in farsesco con  la voce e le pose.

–       Professorè, v’aiu a dire na cosa, ma mentre la dico m’aviti a taliariin faccia.

–       Che mi devi dire di così importante Ninetta… non lo vedi che ognuno ha i guai suoi?

–       V’aiu a fare una ambasciata da parte di don Cola..

–       Don Cola? E che c’entra don Cola cum’mia?

–       Nunsacciu, m’addumannau di dirvi se può incontrarvi, che dovete parlare, che ha qualcosa da dirvi che non posso dirieu.

–       E che posso dire? Digli che non ho nessuna difficoltà ad incontrarlo, che è persona conosciuta e stimata in paese e che pure io lo stimo.

Ninetta portò la risposta di Soccorsa a don Cola.

L’incontro non era di semplice realizzazione. Intanto si trattava di un uomo e di una donna, e questo comportava diverse implicazioni, e non passava inosservato. Il luogo era decisivo, e non poteva essere né la sua casa né la casa di Soccorsa. Un luogo che poteva dare una grande copertura all’incontro era la chiesa. E don Cola fece sapere, sempre con Ninetta, che potevano incontrarsi nella sagrestia della chiesa madre nel pomeriggio di venerdì, il parroco era al corrente.

E così il venerdì pomeriggio Soccorsa, con un cero comprato al mattino, entrò nella chiesa madre per dedicarvelo, e fu accompagnata, da una fedele tutta vestita di nero, nella sacrestia dove don Cola la aspettava.

Don Cola, capo mafia di una delle famiglie di mafia del paese, con rapporti stretti con cosa nostra americana, era stato messo al corrente delle vicende matrimoniali di Soccorsa e del carattere violento del marito. Pregò Soccorsa di ritirare la denuncia perché il marito gli aveva giurato che mai più avrebbe alzato nemmeno la voce nei suoi confronti. E quando Soccorsa gli fece presente che non solo dei maltrattamenti fisici si trattava, don Cola si mostrò al corrente anche dei costumi disdicevoli del marito e garantì che mai più gli avrebbe mancato di rispetto, non gliene si sarebbe più dato modo di farlo. La invitò ad avere pazienza perché tutti i matrimoni non sono sempre tutto rose e fiori. Il marito non avrebbe più alzato nemmeno la voce nei suoi confronti e non le avrebbe più mancato di rispetto. Soccorsa si fece convincere a ritirare la denuncia ed uscita dalla chiesa madre passò dalla questura.

In questura sembrava che l’aspettassero.Avevano tutte le carte pronte, come se fossero stati al corrente degli ultimi sviluppi, e ritirò la denuncia. Così aveva concordato con don Cola e così fece.

Don Cola sapeva sempre sciogliere i nodi.

E come aveva promesso don Cola il marito in casa era più che rispettoso e sempre con toni dimessi.

Dopoqualche settimana ci fu l’incidente in cui il marito perse la vita e Soccorsa nel tirare un sospiro di sollievo  si dedicò alla Madonna soccorritrice.

Stavolta fu don Cola a mandare una ambasciata, sempre con Ninetta, a Soccorsa. Le chiedeva di incontrarla, sempre nella sacrestia della chiesa Madre, sempre di venerdì, perché aveva una comunicazione da farle.

–       Chissacciueu, eu un sacciunenti, mi dissi di dirivichistuegghieu vi lu dissi. Chi avi di dirvi e chi unn’avi di dirvi io non ni sacciuparrari.

–       Va bene Ninetta, dicci che venerdì, di pomeriggio, sarò in chiesa.

Soccorsa non ebbe nessuna curiosità sull’incontro che le veniva richiesto, se ne dimenticò fino al venerdì quando al mattino Ninetta passò per ricordarglielo.

Il pomeriggio Soccorsa fu puntuale al suo appuntamento con don Cola. Entrata in chiesa, da vicino all’acquasantiera di marmo bianco, si staccò la figurina nera senza volto che già conosceva, silenziosa, un po’ curvata in avanti, che l’accompagnò per tutta la navata laterale fino al presbiterio dove c’era la porticina d’entrata per la sacrestia.

La sacrestia era tutta illuminata da un lampadario luminosissimo al centro della sala. Soccorsa intravide don Cola e l’arciprete con le spalle alla porta, entrambi all’impiedi, che parlavano cordialmente.

Don Cola era un vero capo mafia, di quelli che col tempo muoiono ammazzati sotto casa, che non si sono mai allontanati dal paese tranne che nei periodi delle condanne al confino, che tengono i collegamenti con le famiglie in America tra Brooklyn e la Florida; aveva anche avuto conflitti a fuoco coi carabinieri riportandone la meglio e facendo vittime, e la meglio aveva avuto nelle prime guerre di mafia subito dopo la seconda guerra mondiale. Don Cola fece la guida fino a Palermo alle truppe americane, trattando alla pari colonnelli e generali ai quali fu presentato come un perseguitato politico del fascismo. Il suo nome alle gerarchie militari americane fu fatto da un alto prelato di Trapani; don Cola rimase una garanzia permanente di anticomunismo per la chiesa e gli americani.

All’arrivo di Soccorsa l’arciprete saluta e si allontana.

Nell’incontro don Cola parla a Soccorsa di un suo terreno a cui era interessato per l’acquisto. Aveva certe capre che voleva stabilire in quella zona.

Descrive i demeriti del terreno e la inutilità per il proprietario buono solo a far pagare tasse. Alla fine dell’incontro Soccorsa ha dato il consenso a venderlo. Viene stabilita per la settimana successiva la data per la firma della compravendita davanti al notaio. Al momento della firma sarebbe avvenuto il pagamento. La settimana successiva, lo stesso pomeriggio della firma arrivano le ruspe a spianare il terreno per la costruzione di villette per le vacanze della piccola borghesia palermitana. La zona da agricola era diventata edificabile in una nottata.

Maria aveva ora tre invitate su cui contare, perché Soccorsa accettò volentieri l’invito a pranzo.

Soccorsa fu contenta di accettare l’invito, chiedendo se, per avere compagnia e non andare da sola, poteva invitare Rita, la sua vicina di casa. Ma Rita non potè accettare l’invito perché venivano a prenderla  certi suoi parenti da Palermo che la volevano a pranzo da loro.

Per la cucina ci voleva una donna di casa, che fosse pulita e garbata. Si rivolse alle monache del sacro cuore che le risolsero tutti i problemi. Le avrebbero mandato due ragazze bravissime nella cucina, ma lei doveva provvedere a far loro trovare tutto l’occorrente per la lista di pietanze che aveva preparato.

Le ragazze erano Annalisa e Rosaria, due orfanelle che loro avevano cresciuto ed educato nel collegio.

Maria assicurò che sarebbero state trattate come familiari e che avrebbero avuto il posto a tavola tra le invitate.

Le commensali per il giorno dei morti in casa Romano sarebbero state sette, la stessa anziana Professoressa Cinzia Romano, la figlia Professoressa Maria, le due prefiche Peppa e Sasà, la vedova SoccorsaSpatafora, le due orfanelle del collegio del Sacro Cuore Annalisa e Rosaria, bravissime nella in cucina e che quindi avrebbero cucinato. Le monache fecero sapere a Maria che con le due ragazze impegnate nella cucina sarebbero andate altre due orfanelle come aiutanti. Le commensali salivano a nove.

Il giorno dei morti.

Il giorno dei morti arrivò, pieno di colore e di profumi, il colore dei fiori per le strade, il colore e l’odore dei Pupi di zucchero nelle vetrine e dentro le case, i profumi ed i colori dei frutti di martorana ed il nero delle donne ricoperte di lutto che agitavano le braccia al cielo declamando il proprio dolore.

Arrivò il giorno del pranzo in casa della Professoressa Cinzia Romano.

Le prime ad arrivare furono le prefiche, Peppa e Sasà.

Maria le chiamò in disparte e ricordò loro che dovevano sorridere e ridere, ed essere affabili con sua madre, e durante tutto il pranzo assecondarla nei ragionamenti.

Senza stare a guardare il vero dal non vero, il reale dall’irreale, che i suoi discorsi potevano contenere.

Le accompagnò nel soggiorno dove la mamma

aveva preparato.

Il tavolo da pranzo della Professoressa Cinzia Romano nel  giorno dei morti era apparecchiato come un campo fiorito di primavera. Dalla porcellana bianca di Limoges spiccavano i fiori di loto, le peonie, i gladioli, le ortensie, l’iris, i papaveri che venivano riflessi dai calici di cristallo trasparente, e le stesse posate d’argento prendevano i colori dei fiori.

Peppa e Sasà strabuzzarono gli occhi e si inorgoglirono per essere invitate e ritrovarsi in tanto splendore.

Maria rispose allo stupore delle due invitate:

–       Mia madre ha voluto fare le cose in grande, io stessa non avevo visto prima la tavola preparata con tanto sfarzo, ma che volete, è anziana…

Per tutto il soggiorno e per tutta la casa dominava l’odore di cannella delle sfince fritte, e dell’olio di frittura. In paese c’era chi, dall’odore dell’olio che friggeva, riconosceva

la provenienza delle olive ed indicava la zona dell’uliveto, erano quelli cresciuti impastati con la terra.

Annalisa e Rosaria erano già arrivate con le due ragazze cuoche e stavano in cucina tutte assieme a parlottare delle vicende del collegio.

Maria faceva avanti e indietro tra sua madre e la cucina.

Quando furono tutte a tavola la Professoressa Cinzia Romano era visibilmente contenta, ed era da molto tempo che la figlia non la vedeva così. Si sedette a capotavola, alla sua destra dai vetri della porta sul balcone entrava la luce del sole, quel giorno particolarmente luminosa.

Annalisa e Rosaria stavano sempre con le teste appiccicate. Annalisa, la più scura delle due, con i capelli neri arricciati sulla testa,- la madre superiore in collegio la chiamava la “maddalena spettinata”, e la madre superiore contrariamente a Gesù che aveva accolto la Maddalena, la considerava ancora una peccatrice-, nel guardare attentamente la tavola apparecchiata bisbigliò all’orecchio della compagna:

–       Miihhhh…  pari un cimiteru. Fa mpressioni!

–       Puru a mia, puru a mia.

Peppa e Sasà guardavano ogni cosa incuriosite e sorridevano contente, se quella tavola era un cimitero, era un bel cimitero.

Soccorsa apprezzava la qualità della porcellana e dei cristalli, e faceva commenti sulla differenza tra la porcellana e la ceramica, confermando anche che la cristalleria di Baccarat era splendida ed un piacere tenerla in casa.

Il pranzo si svolge nella convivialità come Maria aveva voluto, gli occhi della madre erano pieni di gratitudine per tutto il movimento che aveva attorno.

Le orfanelle del sacro cuore erano state brave in cucina e le pietanze che avevano preparato erano deliziose.

Le due prefiche pensavano a mangiare ed a sorridere alla Professoressa Cinzia Romano mentre la figlia Maria le teneva d’occhio e mostrava loro la sua soddisfazione per come sapevano mantenersi sobrie. Soccorsa apprezzava le pientanze.

In un certo momento del pranzo il sorriso sulla bocca e sul viso di Peppa assume il carattere del riso; Sasà stupita in un primo momento, non sa mantenersi, ed anche lei passa dal sorriso al riso. Dopo un po’ scacaniavano.

Le prefiche che sapevano ben controllare il proprio corpo, nel piantoche sapevano ben modulare, si trovavano ora ad avere a che fare con il riso.Le due prefiche ridevano, si guardavano e ridevano di un riso cristallino. Essendo il riso contagioso, dopo un po’ anche Maria rideva e rideva Soccorsa. Le ragazze del sacro cuore si lanciarono una occhiata di intesa di stupore nel vederle ridere, ma le seguirono nella risata.

E rise anche la Professoressa madre Cinzia Romano.

Il riso ed il pianto hanno molto in comune, Maria diceva che una sfoglia di cipolla li separava.

Peppa e Sasà che sapevano ben gestire il pianto, non erano pienamente soddisfatte del riso, ed una nostalgia del pianto le fece rientrare nel loro vero piacere e fu un attimo: il loro viso si trasformò, le lacrime che scendevano per le risa ora scesero per il pianto, e così le mani continuarono a contorcersi per il pianto. Il loro pianto zittì tutti quanti, la stessa Maria ammutolì. Era il pianto dei morti.

Nel silenzio della tavola le prefiche piangevano.

La madre Professoressa Cinzia Romano rimase immobile con la forchetta d’argento in mano ed un tocco di salsiccia infilzato scendevano gocce di olio sulla tovaglia.

Nel giorno dei morti la Professoressa Cinzia romano era morta tra il pianto e le risa.

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