Il regalo dei morti – seconda parte

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I racconti di Nicola Quagliata

Il regalo dei morti – seconda parte

–       Maria senti cosa avrei pensato, ma solo se anche tu sei d’accordo e non ti crea problemi con la scuola. Avevo pensato di dare un pranzo il  giorno dei morti, e di invitare alcune mie amiche e colleghe, ed avevo pure pensato di fare il regalo dei pupi per i morti ai miei alunni.

–       E perché non dovrei essere d’accordo? Se tu tela senti è una ottima cosa, ma perché non aspettare le festività di Natale? Anche il giorno dell’Immacolata andrebbe meglio…

–       Maria alla mia età le cose devono essere pensate e fatte, sei sicura che tua madre per Natale o per l’Immacolata ci sia ancora?

–       Mamma non dire così che tu sei centenaria… ma va bene il pranzo per i morti…

La casa della professoressa Romano comprende 5 stanze più la cucina, il bagno ed un doppio servizio, con balconi, ringhiere, e finestre.

L’edificio, costruito nei primi anni del novecento, affaccia su due lati, a ridosso del castello, nella striscia di terra tra i due ponti levatoi.

Un lato della casa guarda dentro al golfo, che sembra così vicino da poter contare, sulla riva dei Cerri, i grani della sabbia, o allungando un braccio poter riempire un boccale con la schiuma bianca delle ondeo tirare la corda insieme ai marinai per portare le barche all’asciutto.

Una delle cinque stanze è riservata alla badante ed è arredata, oltre che del letto, dell’armadio, di un tavolo con due sedie e del comodino, una finestra si apre sul lato della casa che guarda alla montagna.

Nel soggiorno che si affaccia sul golfo, di fianco alla cucina, la professoressa Romana trascorre le sue giornate, tra brevi letture di settimanali femminili, con tutti i pettegolezzi dei protagonisti televisivi e lunghe chiacchierate con la badante, che sembra essere pagata per ascoltare. Alla badante non è riservato nessuno spazio per la parola. Per la badante non ha nessun interesse e nessuna curiosità, sa che è rumena e questo le basta.

Spesso la fa scrivere sotto dettatura e poi controlla e corregge gli errori con severi rimproveri, e non ascolta giustificazioni. Le detta la spesa, gli auguri sulle cartoline, e appunti vari da ricordare. Non apprezzando la calligrafia della badante le scritte importanti le fa direttamente lei in bella calligrafia.

Due fogli scritti da lei stavano sul tavolo del soggiorno sotto ad una pesante tartaruga d’argento, un soprammobile che lei usava anche come ferma carte. Sollevò la tartaruga, prese i fogli e porgendoli alla figlia le disse:

–       Questi li devi consegnare alla pasticceria “Dolcezze siciliane”, loro si incaricheranno poi della consegna.

La figlia prende i fogli coi nominativi.Per prima legge quello dei regali da fare ai giovani che erano stati suoi alunni.

Lei aveva sempre avuto questo modo di ricordare gli alunni, lo materializzava con il regalo, rendeva il ricordo concreto. Diceva sempre che il regalo è la materializzazione del ricordo, dell’affetto, dell’amore. Ad un grande amore non doveva necessariamente, proporzionalmente corrispondere un grande regalo.

Maria nel leggere l’elenco si fa tutta rossa in viso e le si gelano entrambe le mani. Poi legge l’elenco degli invitati per il pranzo, e grida forte alla madre:

–       Mamma ma che hai scritto?

La madre risponde calma, con la sua voce pacata ed irritante:

–       Non lo vedi che ho scritto? Sono tutte amiche mie che tu ben conosci, e ci sono le mie colleghe care, quella di chimica, quella di fisica, geometria e matematica, non ci sono quelle di Lettere perché le insegnavo io quelle materie, dove sta la meraviglia?

La meraviglia della figlia stava nel fatto che non solo le conosceva le amiche e colleghe di mamma, ma sapeva anche che la dimora di ognuna di loro era il cimitero, e così quella di buona parte dei giovani a cui  si doveva consegnare il regalo.

Erano tutti morti.

Le persone nominate negli elenchi erano per sua madre tutte vive. Se lei ora le avesse detto che nessuna di loro era a questo mondo non l’avrebbe creduta. Le avrebbe risposto che se l’inventava. Una insistenza da parte sua, per quanto ragionevole, l’avrebbe intestardita. Doveva assecondarla.

Per la prima lista, quella del regalo agli alunni, Maria non vedeva difficoltà. Bastava semplicemente che dicesse a sua madre che i regali erano stati inviati.

Con l’invito a pranzo delle amiche e colleghe era più complicato. Si trattava di resuscitarle. Non era cosa da poco. Si trattava di farle comparire. Maria riflettè sul farle comparire.

Se resuscitarle era impossibile, non era impossibile farle comparire, infondo il mondo non è quello delle apparenze?

Occorreva giocare d’astuzia.

Maria da giovane aveva animato la compagnia teatrale del paese, nella parrocchia di San Giuseppe, recitando anche nelle commedie. La prima commedia era stata La Giara di Pirandello, che poi aveva replicato in tutte le scuole del paese. Il pubblico era entusiasta delle recite. La lingua italianasi affermava con la televisione come unica e legittima nella comunicazione anche interpersonale, esminuiva il dialetto siciliano, ora che veniva parlato in una commedia, ponendosi al centro della attenzione di tutti quanti, era un momento di riscatto e di orgoglio per gli spettatori: si parlava la loro lingua, e tutto diveniva familiare.

Poi due degli attori si innamorarono di Trisuzza, una delle contadinelle della Giara, dai capelli lucenti e ricci, dai grandi bulbi neri sull’iride azzurro, dalle grandi rosse labbra, dal sorriso travolgente per la fila di perle che mostrava dietro le labbra, ovvero si erano innamorati di Teresa che interpretava Trisuzza nella commedia.

Teresa era dunque molto bella, e quando Marco gli dichiarò il suo amore, lei si commosse, non lo respinse, non aveva motivo di respingerlo, visto che Marco era un bel ragazzo, alto un metro e settantadue, ed altezza fa già mezza bellezza, coi capelli lievemente rossicci ed una barriera di denti bianchi in bocca.

Dopo pochi giorni anche Marcello gli dichiarò i suoi sentimenti e di nuovo si commosse e non seppe dire di no neppure a Marcello.

Teresa disse a Marcello che se volevail suo amore doveva accettare di condividerlo con Marco, e la stessa cosa disse a Marco di Marcello.

Disse ad ognuno di loro due che l’amore vero escludeva l’egoismo, che leiaveva un amore immenso dentro di sé e che a nessuno dei due ne sarebbe mancato, e fece loro tanti altri ragionamenti sull’amore, che nessuno di loro comprendeva, ma entrambi le davano ragione.

In cuor loro rimasero attanagliati dalla gelosia e dal rancore sommesso l’uno per l’altro.

Abbandonarono la recita e ciascuno dopo un po’creò una propria compagnia teatrale, trasferendovi tutta la loro rivalità in amore. Si fecero la guerra a colpi di commedie, sottraendosi gli attori e le attrici, denigrando e criticando ciascuno la commedia dell’altro.

Teresa, lacerata dai due pretendenti, non recitòmai  nelle loro commedie.

Fu attratta dalle iniziative teatrali a Gibellina e nelle zone del terremoto.

La sua immaginazionevenne accesa dalla tragedia di Euripide, Le Troiane, che un giovane regista belga stava preparando a ridosso del Cretto di Burri a Gibellina: nella tragedia i greci vincitori, dopo avere bruciato Troia, si spartiscono, e prendono come schiave, le donne della città vinta. Le donne catturate a Troia vengono portate in ogni angolo d’Europa.

Le macerie dei paesi che fino ad allora avevano prodotto forza lavoro per le industrie di tutto il pianeta,adesso che erano crollate, scutuliate dal terremoto, e “peggio per lui” a chi c’era capitato sotto,

erano diventate una grande attrattiva mondiale per

artisti ed intellettuali.

Fra essi Leonardo Sciascia.

Teresa recitò nelle Orestiadi di Gibelina, e dormì sotto le stelle, al tepore delle notti di settembre, sopra la ristuccia. Frequentò gli ambienti teatrali palermitani, da cui ci si aspettava un novello Pirandello.

Si innamorò di uno dei collaboratori del giovane regista belga Thierry Salmonche stava preparando la tragedia di Euripide.Durante la recita delle Troiane, in un angolo del palco, fecero per la prima volta l’amore, e le loro grida si confusero con quelle della recita. Continuarono ad amarsi in ogni luogo ed in ogni angolo della Sicilia occidentale, e pure in mezzo al mare e chiunque sentiva le loro grida, perché non sempre potevano confondersi con altre voci, commentava : il trionfo dell’amore straniero.Perché l’aiutante del regista, l’amato da Teresa, straniero era.

Di ThierrySalmon,e del suo spettacolo Le Troiane a Gibellina, a ridosso del Cretto di Burri, parlavano tutti i giornali nazionali e locali. Teresa dimenticò Marco e dimenticò Marcello, amò sotto le stelle, ed amò le stelle, scaldata dalla luna.

 La rinnovata esperienza nel teatro, rafforzata dalla esperienza amorosa, che le malelingue non limitavano ad una soltanto ed a un solo aiuto regista, le conferirono un particolare carisma tra i giovani e le giovani donne del paese, mal visto dai genitori, che le consentì di formare, in breve tempo, una sua compagnia teatrale.

Ma durò poco.

Le arrivò da Saronno la nomina annuale presso la Scuola media statale Leonardo Da Vinci, con ordine di servizio del preside a presentarsi l’indomani in presidenza alle ore nove, ed in classe, in terza A, alle dieci e trenta, come da orario scolastico allegato alla lettera di incarico.

Dovette abbandonare tutto per il lavoro, amori, stelle, ristuccia, amici e commedie.

La dura realtà si prendeva la rivincita sul fantastico mondo di Gibellina e delle sue macerie, sulle troiane di ThierrySalmon e sul ciclo dei vinti iniziato da Giovanni Verga alla fine del secolo precedente.Si presentava il duro volto della tragedia, il preside, le classi, gli alunni, i colleghi, la pensione e la pessima cucina della pensione, e la folla di avvinazzati nei bar, nelle trattorie, ed il fumo delle sigarette dappertutto. Si incontrava il mitico proletariato dell’interlandmetropolitano, dell’interland milanese da cui pure quelli di Lotta Continua si erano sottratti.

Restavano in paese Marco e Marcello.

Marco aveva fatto domanda di supplenza nel padovano ed era in attesa di una chiama; nell’attesa curava il suo gruppo teatrale, a cui si era aggiunto un gruppetto di quelli di Teresa. Un altro gruppetto era andato con Marcello. Non passò molto tempo, prima dei morti Marco ricevette la lettera dalla Scuola Media Statale Francesco Petrarca, con l’ordine di servizio del preside.

Marcello non aveva nessuna intenzione di lasciare il paese, sia per amore del suo impegno teatrale e perché non avendo il titolo di studio di laurea non poteva nemmeno tentare la carriera dell’insegnamento e restava in attesa di un posto al comune, magari con concorso. Intanto curava la frequentazione dei politici che lo avrebbero aiutato nella assunzione. (Continua)

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