“La sentenza? Un punto dal quale ricominciare a indagare”

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Parla il pm Gabriele Paci a 24 ore dalla pronuncia dell’ergastolo contro il latitante Matteo Messina Denaro per le stragi Falcone e Borsellino

“Non esistono sentenze scontate nel nostro ordinamento giudiziario e certamente non era scontata questa sentenza sol perché imputato è stato un conclamato capo mafia assassino, ergastolano. A questa pronuncia siamo giunti dopo tre anni di processo, numerose udienze, tanti testimoni sentiti”. A parlare è il procuratore aggiunto della Dda di Caltanissetta Gabriele Paci, pm nel processo che nella notte di martedì si è concluso con la lettura da parte della presidente della Corte di Assise Roberta Serio, del dispositivo di condanna all’ergastolo contro il boss castelvetranese Matteo Messina Denaro, mandante delle stragi Falcone e Borsellino. Una pronuncia che arriva a 28 anni dalle stragi, ma è importante, spiega il pm Paci da noi intervistato.
Partiamo da qui dottore Paci, Lei ha detto non era e non poteva essere una sentenza scontata, ma siamo dinanzi ad una ennesima condanna all’ergastolo di un mafioso latitante, Matteo Messina Denaro, ricercato da 27 anni.
“La sentenza è importante perché intanto la Giustizia non può lasciare, non deve lasciare, soggetti rei non puniti. E Matteo Messina Denaro per le stragi del 1992 non era mai stato imputato. E’ una sentenza importante perché non è nostra intenzione prendere questa sentenza, con le sue motivazioni quando saranno depositate, e consegnarla agli archivi della Giustizia. Come magistratura non abbiamo finito. La condanna all’ergastolo è punto di partenza per una serie di indagini, serve mettere insieme tutto il patrimonio raccolto dalle Procure che hanno indagato su Cosa nostra e sulle stragi mafiose, bisogna capitalizzare le conoscenze.”
Ci spieghi.
“Questa è una sentenza importante perché intanto ci consegna che vicino a Totò Riina in quella stagione stragista c’erano tre boss mafiosi su tutti, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella. Tre boss mafiosi (il primo assolutamente libero di muoversi negli anni della stragi, il primo ordine di arresto fu del giugno 1993 ndr) che devono essere visti come un’unica pericolosa entità. Protagonisti di una stagione ricca di depistaggi, false piste che sono servite per non far rendere giustizia e verità e per rendere più forte Cosa nostra, la cui potenza militare è stata colpita, ma non del tutto quella economica e delle connessioni”.
Sarà interessante leggere le motivazioni di questa pronuncia, solo per il materiale raccolto sotto i profili da Lei appena detti.
“Certo, in questo processo abbiamo sentito persone che in questi vent’anni e passa o non sono stati sentiti o alle quali non sono state fatte le domande giuste”.
Ci sono responsabilità personali? A chi si riferisce?
“Penso che come Procura di Caltanissetta abbiamo dimostrato durante questo processo che il depistaggio non ci fu nel momento stesso in cui venne fatta esplodere la Fiat 126 in via D’Amelio, in quel 19 Luglio del 1992, ma dobbiamo semmai parlare di depistaggi e ancora prima della strage di Capaci. Quando nelle Procure, in periodi certamente antecedenti alle stragi, ma eravamo in tempi successivi al maxi processo di Palermo, vennero portati collaboratori di giustizia che fuori dai Palazzi di Giustizia erano stati creati a tavolino, nel processo contro Messina Denaro alcuni li abbiamo indicati come gli inquinatori dei pozzi. Pentiti ai quali sarà stato fatto dire ciò che proveniva da fonti confidenziali, qualcuno ha aggiunto cose con tanto di fantasia, ma loro hanno provocato altre collaborazioni autentiche e importanti dei veri uomini d’onore”.
Quasi un senso di rivalsa contro i falsi pentiti?
“Ci sono state nel tempo molteplici false indicazioni fatte arrivare sui tavoli dei magistrati”.
Come indicare capo assoluto della mafia trapanese il mazarese Mariano Agate?
“Attenzione Agate fu indubbiamente un autorevole uomo di Cosa nostra, ma non ne era il capo, a guidare la cupola trapanese era don Ciccio Messina Denaro e dopo di lui il figlio, Matteo. Ecco in quegli anni 90 ci fu consegnata enfatizzata la figura di Mariano Agate, mentre si taceva sui Messina Denaro. Così come accadeva nel mandamento di Trapani. Non dimentico quel 1992, quando le bombe a Palermo erano state fatte scoppiare, o meglio erano cominciate a scoppiare ancora prima, nel 1985 a Pizzolungo, e gli investigatori davano la caccia ad un latitante morto nel 1982, il capo mafia di Trapani Totò Minore. E per scoprire che al suo posto c’era Vincenzo Virga c’è voluta una indagine contro una banda di estortori, criminalità comune, che in un dialogo si lasciarono sfuggire il nome di Virga. La sua oreficeria aveva subito una rapina, e il capo banda se la prese a male con chi aveva fatto quel colpo, ignaro che era andato a rubare a casa del padrino di Trapani che intanto faceva l’imprenditore, parlava con la politica e per avere una sua foto siamo dovuti andare a recuperare le foto del matrimonio del figlio. Non c’era nemmeno la foto segnaletica. Sta qui nel sapere nascondersi la scaltrezza della mafia trapanese”.
Depistaggi e pentiti istruiti, un unicum?
“La scena c’è, ma quando affermiamo che la sentenza di martedì notte è una sentenza importante, è perché c’è un nuovo lavoro inquirente che possiamo far partire”.
Ne possiamo parlare?
“Penso per esempio ad un grave episodio gravemente sottovalutato, il tentativo di uccidere a Mazara il vice questore Rino Germanà, era il 14 settembre 1992. Poco fa ho fatto tre nomi, Messina Denaro, Graviano e Bagarella, furono loro a tentare di uccidere Germanà che si salvò perché bravo e lesto e quel giorno non usò la moto come era solito fare ma guidava un’auto e potè scorgere della micidiale arma che da dietro, da un’altra auto, gli era stata puntata contro. Ma penso anche all’omicidio del capo mafia di Alcamo Vincenzo Milazzo e della sua compagna Antonella Bonomo, massacrati alla vigilia dell’attentato contro Borsellino, alla presenza della massoneria deviata a Trapani, ai rapporti economici stretti da Cosa nostra sull’isola di Malta, del tentativo della mafia di acquistare un isolotto a Malta, l’isola di Manuel, con la mediazione di un notaio massone di Castelvetrano, Pietro Ferraro. Ognuno di questi episodi è stato liquidato in modo troppo semplice, lì dentro si nascondono i depistaggi che come le dicevo non sono cominciati il 19 luglio del 1992”.
Lei ha lavorato per molti anni a Trapani, ha conosciuto da magistrato quella mafia cosiddetta di provincia che resta lo zoccolo duro anche in questo secolo come nel precedente, quando ancora non c’era la Procura distrettuale e poi da pm della Dda di Palermo fu pm nel maxi processo Omega quello che ricostruì quasi 30 anni di Cosa nostra trapanese. Ha coordinato le indagini sul mandamento di Alcamo, ha seguito la collaborazione con la giustizia degli alcamesi Ferro, Giuseppe e Vincenzo, padre e figlio, il primo per anni si era finto demente, mentre andava in giro e partecipava ai summit di mafia anche quelli sulle stragi. Una esperienza che abbiamo capito seguendo processo e requisitoria che per intero ha portato nel dibattimento contro Messina Denaro qui a Caltanissetta.
“Sta nella consapevolezza giudiziaria acquisita in quegli anni l’aver potuto sostenere in questi tre anni di processo, dei depistaggi”.
Mi permetta di dire che i depistaggi hanno segnato la storia quanto forse ancora il presente, della nostra terra, almeno per via di rapporti rimasti nascosti non scoperti, certi protagonisti sono ancora in vita. Vicende che poi restano sotto la tutela di certe logge massoniche che hanno la sfrontatezza di non celarsi come un tempo.
“E’ per questo che serve fare nuove indagini, oggi la capacità di lettura di certi avvenimenti nel tempo è certamente diversa, penso che possiamo ottenere importanti risultati”.
Le accennavo alla massoneria.
“E’ quella parte che ancora ci manca, sappiamo, proprio grazie a indagini condotte a Trapani, la Iside 2, che ci sono stati legami tra mafia e massoneria, così come indagini tra Trapani e Palermo ci svelano rapporti con i servizi, ma sono conoscenze superficiali, bisogna andare fino in fondo”.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.