Cuntu di lu Cuntu di li cunti

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I racconti di Nicola Quagliata

Cuntu di lu Cuntu di li cunti.

PROSSIMO

Questo è un cuntu di li cunti della za’ Sidda, che parla di una povera vedova tutta vestita di nero e con un figlio che non aveva avuto il tempo di vedere e conoscere il padre.

Lo sposo ancora giovane era partito per una guerra lontana, in cerca di fortuna e di uno stipendio, in terre e regioni dai nomi impronunciabili, dove si parlavano lingue incomprensibili e vi si adoravano, ed ancora vi si adorano, dei e divinità con pretese irragionevoli per quanti non vi si fossero dedicati con umiltà e fede, che richiedevano riti rigidi per loro gloria e magnificenza.

Come fu, come non fu, messo il piede in quelle terre ed in quelle guerre, subito ebbe la peggio e morì, ed il suo dio lo prese con sè.

La guerra era stata iniziata anni prima per cause, motivi e ragioni umanitarie, di giustizia e difesa di confini territoriali, e di equità internazionali.

Per sostenere quella guerra era stata costruita una coalizione di stati e nazioni per dare vita ad un potentissimo esercito che subito fu messo in grado di scatenare vere tempeste di fuoco, e di veleni chimici sul nemico;

un mostro umanitario capace di scatenare terribili tempeste di fuoco e che metteva i suoi promotori vicini al dio signore degli eserciti. Quel potentissimo esercito non trovava alcuna giustificazione nelle forze nemiche, che erano esigue, bisognose di ricevere armamenti dalla industria bellica dei più importanti stati della coalizione, con la bizzarria che quell’esercito nemico era stato addestrato, per anni, dagli ufficiali militari addestratori dello stato capofila della coalizione.

La coalizione di stati e nazioni, ciascuno con il proprio esercito, era stata costruita, dunque, non per timore dell’esercito nemico, ma per alleanze politiche che dessero certezza di complicità ed omertà, perché a nessuno venisse in mente, durante e dopo la guerra, di ergersi tra i giusti e denunciare i crimini e gli stermini che quel conflitto prevedeva, dalla necessità cioè di compromettere, ciascuno degli eserciti e ciascuna delle nazioni, nelle vicende belliche che avrebbero comportato atti riprovevoli e ripugnanti, crimini contro l’umanità; a nessuna nazione ed a nessun esercito era stata consentita la neutralità, e nessuna nazione poteva consentirsi di dire io non c’ero, io non ho visto, io non ho sentito. Nessuno doveva trovarsi nella posizione di dire io di quelle azioni non sono responsabile, e quella frase, detta dai generali : “Alzate gli occhi al cielo, perché domani, dopo il nostro passaggio, non lo vedrete più, annienteremo il cielo sopra le vostre teste”, nessuno doveva poter dire quella frase  non mi appartiene.

Ci stanno mille modi per dipingere e descrivere le perversioni del nemico, e tutti erano stati usati, ogni nefandezza e crudeltà erano state con cura create ed attribuite.

Uno dei generali più autorevoli e benvoluto dal pubblico aveva esibito, ingenuamente, in una conferenza stampa, una ampolla di vetro con dentro della polvere bianca di gesso da lavagna, affermando che si trattava della micidiale polvere chimica dell’arma di distruzione di massa di cui disponeva il nemico. Nella stessa conferenza stampa l’ampolla di vetro, per una distrazione, era caduta per terra frantumandosi e svelando l’imbroglio del generale e dell’esercito più forte del mondo.

Si era ora sul punto di dover scuotere e rimotivare i veterani dell’esercito, l’opinione pubblica e la coalizione, e far dimenticare l’incidente della ampolla di vetro,  per questo si erano riuniti gli stati maggiori decidendo una azione che avrebbe certamente ridato vigore alla guerra .

L’azione richiedeva delle vittime della propria parte, in grado di:

  1. a) creare, con il terrore, spaesamento tra le popolazioni civili nemiche;
  2. b) intimorire l’esercito nemico in ogni ordine e grado;
  3. c) compattare il proprio esercito in ogni ordine e grado e trasmettervi il senso della invincibilità e della onnipotenza, della vicinanza al dio degli eserciti;
  4. d) impaurire e rassicurare la propria popolazione civile, assuefarla al macello dei corpi, senza scandalo, e mobilitare la pubblica opinione per far confluire sempre maggior gloria e maggiori risorse verso il Ministero della guerra.

Gli esperti militari della comunicazione decisero che dovevano esserci delle vittime nel proprio esercito, che quelle vittime bisognava considerare come un sacrificio al buon andamento della guerra ed alla vittoria finale.
Le vittime non andavano individuate tra i veterani degli eserciti, perché questi, disincantati come erano, avrebbero potuto portare i loro ragionamenti oltre i mugugni ed il malcontento e disvelare l’intero disegno e la teoria delle vittime sacrificali dello Stato Maggiore, individuandolo tra i mandanti ed esecutori.Si finì con il decidere che bisognava colpire tra le giovani reclute, che proprio perché giovani avrebbero avuto un maggiore effetto sull’opinione pubblica ed ai veterani avrebbe dato modo di accendere nuovi fervori contro il nemico.

Gli stati maggiori riuniti convennero che il sacrificio doveva ora ricadere sugli uomini dell’esercito più debole della coalizione.

Il giovane sposo fu tra quelle vittime, di cui non furono trovati nemmeno i resti, dilaniati ed arsi dal fuoco fino all’osso; qualche cosa fu recuperato per mostrarlo al mondo, e siccome era troppo poco quello che potevano mostrare, avendo ecceduto nell’accanimento contro i corpi, dovettero procurarsi delle nuove vittime, questa volta tra la popolazione nemica, squartarne i corpi per darne mostra e prova della ferocia del nemico.

Al momento della partenza la sposa aveva ancora un pronunciamento appena del ventre, che non segnalava l’inizio della nuova vita, e così non ritenne di dare la buona novella allo sposo che partiva per la guerra e la fortuna, nell’ultima sua primavera.

In autunno, del padre della creatura che portava in grembo, arrivò la notizia della morte ed un vitalizio che non sarebbe mai bastato a sostenerla in vita, anche senza il nascituro.

Uno scarso vitalizio per uno che si era sacrificato, ancora giovane sposo, per la patria, un eroe, ma poi si disse, per tirare al ribasso sul vitalizio alla vedova, che la patria non si difendeva in terre lontane e che quel tanto di vitalizio poteva bastare.

La vedova pianse e si confortò, ed al suo tempo partorì un maschio dagli occhi verdi, dalla pelle vellutata, dai riccioli d’oro e una voce delicata da incantare anche le fate; prese della terra vicino casa da coltivare, e con i prodotti dell’orto, quello che spettava a lei dopo la divisione secondo quanto previsto da contratto di enfiteusi, incrementava il vitalizio che riscuoteva per la perdita dello sposo in guerra.

Il figlio cresceva e venne il giorno in cui volle andare, da solo, alle fiera ed al mercato, che periodicamente si tenevano in città al cambio di ogni stagione.

“Stai attento alla tua sicurezza, perché insieme a tanta gente per bene ci stanno pure tanti malintenzionati, e questi sono astuti e violenti, io starò in preghiera per te, ma tu devi aver cura della tua incolumità, vai, vedi il mondo e torna”.

Contento per l’avventura che stava per vivere, il figlio partì, con i suoi riccioli d’oro sulla fronte ed i denti bianchi, gli occhi verdi che si perdevano nel cielo e la voce che aveva mantenuto dolce e melodiosa quando chiamava mamma.

Partì nella direzione dei monti, dove si perdeva il sole ogni giorno per il tramonto, ed avrebbe tenuto il sole alle spalle per la prima parte del giorno, in faccia dopo il mezzogiorno, per tutto il viaggio che si prevedeva di due giornate di luce.

La vedova, con il figlio in viaggio, pregava e spasimava, e si mise a lavare ed a stendere la biancheria ed a zappettare l’erba cattiva dell’orto, che sempre teneva pulito e curato, con filari dritti come le tombe di un cimitero, a separare le diverse verdure nelle diverse stagioni; riparò le canalette per l’acqua irrigua e munse la capra, lavò la lana dei materassi e la stese al sole ad asciugare, approfittando del cielo terso e di un venticello asciutto che rasentando il suolo sembrava carezzarlo.

Uno di questi giorni, mentre pregava per il figlio in viaggio, sentì bussare alla porta e sentì chiamare, una voce stanca e lontana, appena appena implorante.

Si affacciò e vide un uomo pieno di polvere, magro, le scarpe consumate da non riuscire più a proteggere le dita dei piedi che si sporgevano neri e sudici sopra le suole, dolenti; il volto scavato e riarso dal sole con cespugli di barba sul mento e sulle guance secche, la voce che gli usciva a stento dal petto per la gola riarsa, capelli neri ed impastati di fango sopra la fronte segnata da rughe profonde come onde di mare.

Il migrante veniva da lontano, e chiese dell’acqua per la sua arsura, nel nome del dio di tutti gli uomini, che ognuno chiama e prega secondo la propria lingua ed il proprio cuore, e la chiese soprattutto in nome della sua sete.

La vedova, alla vista di quegli stracci foresti e nell’avvertire il tanfo forte del viaggio, ebbe un moto intimo di repulsione, e dovette frenare tutti i suoi sensi perché  stava per sbattere la porta e sprancarla.

Si trattenne dunque e chiese all’uomo da dove venisse e quale fosse la sua meta.

A stento ed a gesti capivano quello che si dicevano. Lui aveva attraversato il cuore del mare insieme a tanti altri sventurati, come lui sfuggiti a guerre e carestie, a punizioni collettive, ad embarghi, ai tagliateste, ai cadaveri oltraggiati, ai mercenari, alle tombe scoperchiate, alle urla di bambini impauriti, alle terre avvelenate, trovando poi, tra i densi flutti del mare, soltanto la morte salsa a tendergli le braccia.  Lui ora, fuggiasco, più che pellegrino, senza i frammenti di solidarietà che via via riceveva, una tazza di latte o d’acqua per dissetarsi, avrebbe perso la sua vita nella polvere delle strade.

La vedova teneva dietro la porta la giara con l’acqua, coperta da una tavola di legno pesante di noce, ed il mestolo appeso al muro, e sul tavolo, a centro della stanza, la brocca con dei disegni a fiori blu ed il manico logorato dall’uso; riempì col mestolo la brocca di acqua fresca e rimase a guardare le lunghe sorsate del pellegrino, il pomo d’Adamo enormemente pronunciato dal collo magro, che si muoveva lentamente su e giù, come ad accompagnare la frescura che con l’acqua passava per la gola, e la rassegnazione, la stessa con cui, finito di bere, con inchini e sguardi di ringraziamento, girava le spalle alla porta di quella casa per riprendere il cammino.

La vedova lo guardava allontanarsi ed ascoltava i passi che lo portavano per la sua via e quando non li ebbe più all’orecchio alzò la voce per richiamare il pellegrino e con la mano gli fece lunghi cenni di invito a tornare.

– Voglio aiutarti, alleggerire il peso del tuo viaggio, non hai viveri con te, ed io voglio dartene, aspetta che vado a prenderti quello che tengo…

Il migrante non ebbe il tempo di ringraziare che la donna era sparita dietro l’uscio, si sedette sul muretto di pietra vicino la casa, ed aspettò.

Nella casa la vedova prese del pane da sotto alla coperta, ancora tiepido, sfornato il giorno prima, prese del formaggio fresco che tagliò in fette sottili, e prese il vaso con le acciughe. Tagliò il pane nel mezzo ponendo, sopra la mollica, le acciughe e le fette di formaggio e sopra il formaggio l’olio e poi da un vasetto vi fece scolare acqua salata e ne trasse delle acciughe che mise in mezzo al pane, e questo con un pane, poi con un altro pane e con un altro ancora, in tutto tre vasteddri.  Prese dell’origano e lo sbriciolò, tormentandone in cima ai rametti le testine secche sprigionando l’odore azzente, sul pane aperto. Corse fuori, dietro al muretto dove stava seduto il migrante, era il suo orto, ed in un punto preciso, incolto vicino alla roccia, strappò dei ciuffi di aneto dal forte odore d’anice che portò con se dentro casa accomodando anche questi in mezzo al pane. Prese un altro vasetto, pieno di uno sciroppo di semi acerbi di cicuta, che pure lasciava crescere in un angolo del suo orto, e che aveva fatto bollire a lungo, vi inzuppò dentro i ciuffi di finocchietto che spruzzò in mezzo ai tre pani, finché non fu sicura che a mangiarli non si sarebbe rimasti in vita.

Quando i pani furono pronti li avvolse in una tovaglia candida e li donò al forestiero che non teneva nemmeno più il fiato per ringraziare ed era commosso di gratitudine. Riuscì però a dire grazie nella lingua della sua benefattrice.

Ringraziò e ringraziò, e diverse volte portò la mano al cuore,  poi accomodò, abilmente, la tovaglia con il cibo sulla spalla, come una bisaccia, e prese la strada verso i monti, con l’odore dei pani e del formaggio e del finocchietto e dell’origano e del resto nelle narici, e con il cuore gonfio di commozione.

– Più avanti, sopra i monti sulla strada troverai una gebbia fresca di acqua  – la vedova accompagnava le parole con gesti ampi delle braccia.

Il migrante ancora ringraziò, a lungo con lo sguardo, poi si incamminò.

Camminò ed incontrò pastori in mezzo ai pascoli, che salutavano da lontano con fischi ed agitando il bastone, e viandanti con i muli, e vide falchi avventarsi per aria sui colombi, e gabbiani fermi su spuntoni di roccia che inghiottivano lentamente lunghi serpi neri, vide la donnola arrampicare muri e la volpe guardinga dileguarsi tra le macchie di mirto, ed il serpe nero attraversagli più e più volte la via, rapido come una saetta e minaccioso come uno spettro.

Camminò e camminò per dove lo portava la via, quando vide, oltrepassata una faggeta, tutto un agitarsi di uomini ed armenti intorno alle vasche bianche di una fontana, cani rincorrersi nei prati intorno e ringhiarsi ed annusarsi ed azzuffandosi, e montoni delle diverse greggi trattenuti per le corna dai pastori gelosi. Era la gebbia d’acqua fresca.

Il migrante al suo turno bevve dalla fontana e poi valutò che poteva fermarsi a riposare e mangiare, pensando alla vedova ed al pane che ora aveva con sé; così si appartò presso una quercia il cui enorme tronco era cresciuto di fianco ad un masso che ora si prestava bene come appoggio, e vi pose sopra la sua tovaglia con i pani.

Si sedette a riposare ed a guardare per il piacere della vista e la meraviglia degli occhi, quando sentì, dietro di sé, il passo sicuro di un mulo che avanzava, accompagnato dal rumore delle ruote del carretto attutito sull’erba. Si girò a guardare e vide una mula con le orecchie bianche, ed il carretto, ed un giovane con le redini per mano, seduto sulla staffa; quando gli fu vicino, tirò leggermente le redini con un breve suono di voce, e docilmente la mula si piantò ferma sul terreno, girando il lungo collo verso il giovane a cercane lo sguardo. I

Il giovane con un saltello mise i piedi a terra, sorridente, con la mano prese ambedue le labbra della mula tra le dita stringendole per gioco e facendola fremere dalle narici, poi rivolto all’ospite seduto salutò ed offrì la sua acqua nell’otre di capra; I giovani raramente distinguono i forestieri dal

Prossimo.

Il forestiero offrì il suo pane, ed insieme mangiarono.

La mula sciolta dai finimenti, fuori dalle staffe, brucava tranquilla vicino al suo giovane amico, portandogli il muso vicino alle gambe e mordicchiandolo distratta di tanto in tanto provocandone le reazioni e le attenzioni.

Il giovane aggiunse al pane certe olive che aveva trovato alla fiera e certo cacio fresco e nespole che maturavano presto con i tepori che in certe valli salivano dal mare.

Mangiavano con gli occhi sorridenti, ciascuno felice di offrire all’altro del proprio cibo.

Le voci arrivavano dalla fontana miste a muggiti ed a ragli e grida di fanciulli e vociare di mercanti, e regno animale e regno vegetale si gloriavano del sole e del cielo e della mitezza del vento e della stagione.

Il giovane per primo fu sorpreso da dolorosi singulti che lo afferrarono allo stomaco e forti singhiozzi che gli contraevano le guance storpiandogli il viso.

Il forestiero non fece in tempo a soccorrere il giovane amico che fu preso dagli assalti allo stomaco ed alle guance ed ai polmoni finché la stessa morte non sopraggiunse per entrambi.

La mula col muso e con tutta la testa inutilmente scuoteva il suo giovane amico.

Prima i cani e poi certi mercanti si avvicinarono all’accampamento con i due uomini immobili sul terreno con la faccia nell’erba.

Si avvicinavano discreti, come a non voler disturbare, in un primo momento , l’immobilità fissa dei due corpi, poi li scossero come a volerli richiamare dalla fissità della morte. La contrazione delle guance di riso e di stupore generò molto sconcerto e solamente per l’intervento di un mercante di noci e mandorle che conosceva il figlio della vedova i due corpi non furono bruciati per la salvezza dei presenti.

Non furono bruciati i due corpi, adagiati sul carretto e coperti con una incerata fin sopra i capelli. Il mercante che conosceva la vedova si mise le redini della mula in mano e si avviò per il viaggio che sarebbe durato tutta la notte.

La notte era chiara ed ai primi passi della mula un gufo dalle piume argentate distese le ali e si alzò in volo.

L’acqua della fontana scorreva come il tempo e le vasche bianche straripavano senza rumore.

All’alba il sole diede il suo primo raggio nell’occhio destro della mula facendola sobbalzare e richiamandola da un moto d’inerzia e dal sonno; la mola girò la testa verso il carro cercando, con la contorsione del collo e degli occhi, il suo giovane amico e la sua voce ed una sua richiesta.

Il sole fece il suo cammino nel cielo ed ebbe modo di arroventarsi su ogni filo d’erba, ma non arrivò a mezzogiorno quando il carro fu a vista della casa della vedova che a quell’ora finiva di stendere se aveva fatto il bucato, spalancava la porta e le finestre se aveva lavato i pavimenti, si metteva a sedere sotto al pero fiorito se il caldo le dava disagio.

In lontananza vide il carretto, e poi la mula dalle orecchie bianche e non vide suo figlio seduto sulla staffa, od all’inpiedi in equilibrio con la faccia al cielo,ed il cuore le battè forte in petto.

Il passo della mula era fermo sul terreno ed il suo incedere sicuro a compimento di una promessa.

Il cuore batteva nel petto della vedova ed il fiato si ingrossava e gli arti scossi da tremori; lentamente come una mummia andò incontro al carretto e quando furono vicini si fermarono entrambi; il mercante non parlò, non mosse la testa, non scese dal carro e non lasciò le redini, la donna invece sollevò un braccio verso l’incerata scostandola lentamente per scoprire il volto del corpo immobile sul carro.

Il viso deforme punse i suoi occhi che pure rividero il migrante che chiedeva acqua per la sua arsura, e la vedova inghiottì quel volto, poi lentamente girò di poco il braccio portando la sua mano sulla parte di incerata che ancora copriva l’altro capo riverso, e prima di scostarne il tessuto dell’incerata indurito dal grasso, spinse la sua mano fin dove potè sentire i capelli tra le dita, ancora morbidi sul cranio freddo.

La vedova scoprì il viso deforme ancora sorpreso, ed alla vista del figlio si piegò sul suo corpo finché la fronte non toccò la terra.

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