La volpe, l’istrice, il cacciatore ed il pesce spada (Parte I)

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I racconti di Nicola Quagliata

La volpe, l’istrice, il cacciatore ed il pesce spada. (Parte I)

Sembra che il porcospino in Sicilia quando sente l’odore del mare sorrida, e per questo scende la sera dalla montagna della Azzalora, per catturare con le narici le brezze marine;  ricoperto di aculei bianchi e neri per meglio mimetizzarsi nella macchia, affinati come lance di antichi guerrieri per meglio difendersi dalle aggressioni dei carnivori, attraversa tutta la terra a valle dei Visicari, cammina tutta la notte,instancabile,scava intorno alle rocce, agli alti fusti dell’alivastro in cerca di radici come fossero alghe, e vi si nutre, ma senza mai allontanarsi dal fitto sottobosco di rovi, sommacco, spinapuci, azzalore, lentisco, cardi intricatissimi ed inaccessibili anche ai più esperti cani da caccia.

Il cacciatore lo sa, e lo aspetta all’alba, quando l’istrice, dopo una notte di scavi, stanco e sazio di radici, di buio e di stelle,si ritira ripercorrendo i suoi sentieri verso la montagna dove tiene la tana dentro zubbie e grotte con ingressi invisibili. Lo aspetta, con la fauna che al chiudere della notte si ritira in grotte, tane, anfratti invalicabili e con quella che risvegliata dal sole si annuncia al nuovo giorno, col canto del merlo ed il salto delle gazze, aspetta paziente,silenzioso, implacabile, con la sua arma da fuoco, pronto a sparare ad un minimo sentore della preda.

Anche la volpe scende quando il sole è tramontato e si è immerso del tutto nel mare, dalle alture del monte Azzalora scende per sentieri suoi, per cunicoli e fratte che portano spesso vicino alle abitazioni ed alle attività umane, raramente dentro un ovile, troppo difeso da cani tenuti a digiuno e bastonati per essere feroci, tesi ed ansimanti ad ogni rumore, instancabili nel ringhio e dai denti bianchi nella notte, intenti alla guardia di pecore, capre ed agnelli.

Un varco in un pollaio – una gallina è una ottima preda, la si può trasportare con agilità e divorare con agio in luoghi sicuri, scartandone le ossa perciabudella, proprio come fanno gli umani, ma non tralasciando intestini ed altri cosi di rintra, la testa può essere divorata per intero, così le zampe, proprio come fanno gli umani – può essere dato da uno squarcio nella rete metallica da anni senza manutenzione, arrugginita e non sostituita o rappezzata per avidità e per evitare spese,  su cui la cornata di unbue di passaggio ha aperto una breccia. Un varco nella retecostituisce il punto d’appoggio su cui la volpe costruisce e realizza le sue strategie di caccia.

Il varco nel pollaio, una volta individuato e reso agibile in entrata, ed in uscita con la preda, spesso ancora viva ed intenta a liberarsi, non è sufficiente da solo a garantire la riuscita dell’incursione, l’agitazione del pollame è in grado di mettere in allarme non solo i cani nell’ovile a monte del baglio ed a ridosso dell’abbeveratoio,  ma anche gli stessi umani che dormono nelle case, ed a quel punto anche la semplice fuga senza la preda si renderebbe difficile col rischio di restare vittima dell’impresa. Per questo la volpe istintivamente ormai agisce secondo specifiche strategie che in genere gli garantiscono il successo, l’incolumità ed il cibo. E così la volpe, che ha bene impressa nella mente la morfologia del territorio, il posizionamento e le distanze tra l’ovile dove stanno i cani di guardia, l’abbeveratoio a monte dell’ovile, le case dove stanno gli umani distaccate verso est dall’ovile ed il pollaio a ridosso delle case, si muove ed agisce secondo le sue strategie che sempre le garantiscono il risultato e le evitano l’estinzione.

E’ difficile dire se la volpe nel tempo abbia imparato dall’uomo le sue strategie di sopravvivenza o l’uomo, nella zona, abbia imparato dalla osservazione dei metodi dell’astuto animale, di certo l’uomo non ha esitato, per raggiungere i propri fini, a servirsi di quelle strategie e con effetti devastanti ha incendiato, approfittando dei venti favorevoli e del caldo estivo e bruciato boschi e macchia e serpentelli di ogni tipo arrostendo persino le rane ed i rospi nei pressi delle sorgive, e volpi e lepri e conigli ed ogni altro essere vivente del creato di zona che non avesse le ali per volare lontano dalle fiamme, e lo ha fatto con accanimento, sistematicamente anno dopo anno, tralasciando dove era già  arso ed appiccando dove la macchia era cresciuta. Con grande clamore le fiamme altissime nella notte gridavano la disperazione di un bosco e la forza, la supremazia e l’impunità di quanti quel fuoco   lo avevano appiccato, e nei bagliori delle fiamme e nella sua capacità di incenerimento della vita si concentrava tutta l’attenzione del creato compresi quanti avevano il compito di impedirne il divampare, ed accorrevano da ogni dove per domare e spegnere il fuoco. Ogni attenzione era rivolta, in ogni incendio, a quelle fiamme. Le fiamme sono l’inganno che arde ed incenerisce, altro è il fine, altri sono i fini, mentre tutti accorrono allo spegnimento il restante territorio rimane campo libero, zona franca, ìl porto sicuro per ogni malversazione e traffico, di armi, di sigarette, di drogaa tonnellate, e di pesce pescato illegalmente in acque tunisine, tonnellate di carne. Non solo il fuoco, coi suoi bagliori, è stato utilizzato per galvanizzare l’attenzione delle istituzioni preposte alla repressione del crimine e quella degli abitanti di zona. Le feste di paese, con grande mobilitazione di santi e madonne protettrici, corse di cavalli, processioni e fuochi d’artificio a mezzanotte, benedizioni vescovili e sindaci in fascia tricolore con a fianco alti gradi della capitaneria di porto, della finanza,  dell’arma dei carabinieri, dei vigili urbani e di quelli del fuoco, della protezione civile e della croce rossa, tutti assieme per rassicurare e garantire la bontà delle manifestazioni religiose e festive e l’occhio di riguardo che la madonna ed il santo protettore avrebbero avuto per tutti i presenti, con la grande partecipazione corale del popolo distraggono da ogni altro evento rendendo il territorio sicuro per ogni altro affare, lo coprono o lo proteggono, rendendo sicure grandi latitanze, sbarchi di carichi pericolosi nei porti, atterraggi in piste di sicurezza, ed il trasporto su strada di armi, droga, sigarette, pesce illegalmente pescato e carne non controllata . la carne arrivata, in parte destinata al consumo locale, insieme al morbo della mucca pazza, avendo prezzo inferiore fino a dieci volte la carne prodotta in zona, faceva crollare i prezzi mandando in rovina gli allevatori locali che non trovavano più chi comprasse i loro vitelli.

Il cacciatore.

Il cacciatore non si lascia sorprendere dall’alba, ai primi sintomi del chiarore dell’est egli è già nella sua postazione, su un punto sopraelevato, da dove può tenere sotto la mira del suo fucile ogni essere vivente che si muova tra la macchia e la pianura di erba sotto la fratta. Sta in agguato ed aspetta paziente senza lasciarsi catturare la mente da pensieri lontani, concentrato su quanto ricade sotto la vista dei suoi occhi, del suo olfatto, del suo udito; tutti i sensi del cacciatore stanno con lui in agguato della volpe che corre leggera come piuma sui fili d’erba, frettolosa ad imbucarsi nella macchia per sparire del tutto inghiottita dal sommacco, e del porcospino sazio, ignaro,  che con passo sicuro, come la volpe si imbuca nella macchia e sparisce misteriosamente in cavità terrestri senza fondo, ed il coniglio selvatico, guardingo e sospettoso, pronto a saettare se avverte un pericolo, e la lepre enorme, e poi il merlo che vola sul ramo del carrubo per il suo canto mattutino e la gazza che scatta tra i rami bassi dell’olivastro ed il suolo ricco di vermi carnosi ed insetti,  ed il colombaccio e la tortora e se vengono  a tiro, il falco ed il gufo reale o anche il corvo per il semplice diletto. Qui il cacciatore va valere la legge del suo fucile e non deve dar conto a nessuno e nessuno gliene chiede; i calendari venatori, con divieti e regolamentazioni, in queste zone sarebbe un disonore rispettarli.

Fin dalla sua origine lo Stato unitario si è posto il problema del controllo delle armi…

Aspetta il cacciatore, paziente e determinato, e soppesa di tanto in tanto la sua arma da fuoco o trattiene con la mano il cane che scodinzola silenzioso ed attento, teso.

Le fasi di luna calante, di luna nuova e di luna crescente sottraggono la luna al cielo rendendo buia la notte anche per gli occhi più dilatati degli uccelli notturni e di tutti gli esseri amici delle tenebre.

In questa notte senza luna la volpe scese dal monte Sparagio, muovendosi sotto le macchie di disa di Pizzo Monaco, percorrendo cunicoli sotterranei, correndo bassa per la pianura di Visicari, leggera e morbida di erba, fino a raggiungere l’agglomerato di ovile, abbeveratoio, baglio abitato e pollaio,prendendo le misure per mettere al sicuro la sua impresa. Raggiunse l’ovile silenziosa, controvento rispetto ai cani che si facevano compagnia in un angolo poco distante dalle pecore, poi percorse fino a metà strada, verificandone anche la agibilità, la via che avrebbe percorso tra l’ovile ed il pollaio, e misurò coi suoi passi un cerchio a nord dell’abitato, che girando intorno al retro delle case, dove non esistono aperture per ingressi o finestre, la rendeva invisibile, fino alle galline ed al varco che le permetteva l’ingresso e la fuga con la preda. Calcolò bene la volpe che in quella notte buia solo con l’olfatto e con l’udito i cani e le pecore avrebbero potuto avvistarla e gli uomini senza quei sensi e dotati solo della vista non avrebbero potuto vederla, quindi calcolò, coi battiti del suo cuore, i tempi di percorrenza da un punto all’altro dello scenario, anche su sentieri diversi dello stesso tratto. Se avesse avuto le mani e le dita come gli umani ora avrebbe solo dovuto individuare il punto o i punti dove appiccare l’incendio, per catturare, sulle fiamme, tutte le attenzioni, le paure e le energie, allontanandole dal punto dei suoi interessi, il pollaio.

Poteva agire sull’olfatto e sull’udito dei cani. Raggiunse il punto vicino all’ovile dove una leggera brezza di maestrale le rinfrescava e smuoveva leggermente il pelo e trasportava il suo odore fino alle narici delle pecore e dei cani. All’odore le pecore ebbero uno scarto, tutte insieme, come a voler scansare un pericolo scaraventatoglisi addosso, fecero dapprima una finta sul fianco destro e subito si gettarono sul fianco sinistro e quindi camminarono e saltarono sulle quattro zampe rasente lo steccato con belati spazientiti. Ai cani arrivò contemporaneamente l’odore della volpe ed il trambusto delle pecore; ringhiarono in tutte le direzioni, posizionandosi col naso e coi denti nella direzione del maestrale e della volpe, ma ringhiavano al buio, quindi si misero ad abbaiare correndo nella direzione della volpe bloccati dalla rete dello steccato. Abbaiarono più forte e guairono e ringhiarono dalla rabbia buttando le zampe anteriori sulla rete e tentando di arrampicarvisi e superarla scivolando rovinosamente ad ogni tentativo. Le pecore belarono sempre più forte spintonandosi, crollando al suolo e rialzandosi. La volpe scrollava la testa e tutto il collare rilasciando alla brezza il suo odore.  Si accese una luce nel baglio, illuminava tutto l’atrio ed un pozzo ricoperto da una cupola, poi si accese un’altra luce, all’angolo ed all’esterno del baglio dirimpetto all’ovile, una voce gridò

  • “Liberate i cani, fate uscire i cani…”

una voce femminile agitata accavallandosi a quella dell’uomo

  • Che hanno sti cani? Perché abbaiano? E le pecore perché sono agitate?

L’uomo che era uscito per primo dalla abitazione, in canottiera,illuminato dalla luce accesa sul portale di ingresso, si avviò scettico e di malavoglia, borbottando, verso l’ovile;  la donna rimase a guardare trattenendosi con le braccia e le mani al portone e restando con metà del corpo alla luce e per metà dentro, compreso il viso, parlando a voce alta con l’uomo; sopra di lei si scorgeva, in alto proprio sotto la lampada, il volto di una gorgona, dalla bocca spalancata e certi serpentelli sulla testa, scolpita in rilievo sulla chiave di volta dell’arcata del portale, il blocco di pietra con la gorgona in marmo bianco spiccava sui restanti blocchi del portale in marmo rosso di Inici o di Monte Barbaro di Segesta o dei monti di San Vito da dove potevano avere avuto provenienza; la pietra del portale era la stessa dell’abbeveratoio che portava una incisione del 1750, ad una osservazione più attenta del lavoro degli scalpellini si sarebbe potuto stabilire se erano state le stesse maestranze a lavorare il portale e l’abbeveratoio, gli scalpellini trapanesi avevano una lunga tradizione di lavoro della pietra di Custonaci. Quando la volpe vide muovere l’uomo e allontanarsi da casa e dal pollaio, esultò con un sospiro, perché vedeva realizzarsi una parte del suo piano, doveva aspettare ancora che si accostasse più vicino al recinto per avviarsi, secondo il percorso a cerchio previsto fino al pollaio.

…CONTINUA