Borsellino e i Messina Denaro, lo ‘schiaffo’ al giudice

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Borsellino chiese misure nei confronti del padre del Superlatitante, ma si sentì rispondere che Francesco Messina Denaro non aveva fatto nulla

di Marco Bova

Nel gennaio del 1990 Paolo Borsellino chiese il divieto di soggiorno per Francesco Messina Denaro, vecchio campiere classe 1928 e padre del superlatitante Matteo, ma il Tribunale di Trapani rigettò la richiesta, con un decreto che “è una sorta di schiaffo a chi l’aveva avanzata”. Erano gli anni in cui ‘don Ciccio’ “usciva fuori dai radar, dicendo che aveva una brutta malattia e mandando avanti il figlio Matteo che partecipò alle riunioni decisive per le Stragi del 92”.

Quest’ultimo dall’agosto dell’86 al marzo 1992 era stato a capo della Procura di Marsala e il 23 gennaio 1990 aveva chiesto la sorveglianza speciale, il divieto di dimora e il sequestro di tutti i beni di ‘don Ciccio’. Ad ottobre dello stesso anno Borsellino – con le stesse accuse – emise un ordine di cattura nei confronti del capomafia, che da allora iniziò la sua latitanza, condannato da ricercato nel 1992 e morto da ricercato nel 1998.

“Rileggendo quel decreto potete apprezzare qual era lo stato dell’arte, qual era lo stato delle indagini fatte da valorosissimi inquirenti”, ha continuato Paci, rilevando e “l’ironia contenuta nel provvedimento” quando si afferma: “alla fine che cosa ha fatto questo Messina Denaro?“. Nel decreto (presidente G.Barraco, giudici Massimo Palmeri e Tommaso Miranda) i giudici sottolineano, inoltre, che “non risulta a carico del proposto dal 1964 ad oggi alcun precedente penale”.

Le imprese di ‘don Ciccio’, invece, erano ben note. Sul finire degli anni cinquanta Messina Denaro senior – già allora campiere dei D’Alì – fu indagato per il sequestro-omicidio del notaio Francesco Craparotta e di un tale Vito Bonanno, uccisi il 9 gennaio 1957. I carabinieri di Castelvetrano lo ascoltarono il 16 maggio di quell’anno, ma nel 1964 venne scagionato da ogni accusa.

“Le notizie relative agli asseriti rapporti del proposto con appartenenti a consorterie mafiose – si legge nel decreto del Truibunale di cui l’AGI è venuta in possesso –  si sono rivelate per alcuni versi, stando agli elementi di fatto forniti, incontrollabili (non vi è alcun elemento agli atti che indichi Giuseppe Garamella, Paolo Marotta, Vito Guarrasi e Saverio Furnari quali affiliari alle cosche mafiose) e peraltro non certamente all’origine della presunta pericolosità qualificata (la figlia Rosalia ha contratto matrimonio con Guttadauro Filippo, sulla cui trasparente personalità non si solleva alcuna ombra di dubbio se non purtroppo, che è fratello di tale Guttadauro Giuseppe, ex diffidato e sorvegliato speciale, indiziato di mafia)”.

Il “trasparente” Filippo Guttadauro di cui parla il decreto del Tribunale fu arrestato una prima volta nel 1994, dopo quelle parole assolutorie e poi nel 2006, ed è oggi detenuto al 41bis. “Alla fine della fiera è (quel decreto, ndr.) una sorta di schiaffo a chi aveva avanzato la richiesta, per dire ‘non lo vedi che non c’è nulla’ “, ha detto il pm Paci nel corso della requisitoria a Caltanissetta.

Tutti i nominativi citati poi furono condannato per mafia, meno che Guarrasi, mente occulta della politica e dell’economia siciliana dal secondo dopoguerra. Nel documento si elencano anche i rapporti con la blasonata famiglia trapanese dei D’Alì. “L’unica operazione che ha richiesto l’impiego di una consistente somma di denaro per l’acquisto di un fondo facente parte delle proprietà fondiarie dei D’Alì risulta onorata con un mutuo – si legge nel provvedimento – contratto presso la Banca di Sicilia e di cui il Messina Denaro e la moglie risultano ancora gravati”. “Gli accertamenti bancari hanno consentito di verificare che l’odierno proposto risulta aver una situazione debitoria per svariati milioni (oltre 18 milioni per il mutuo soprannominato) e di non essere in possesso di altra liquidità economica”, continua il decreto, dipingendo ‘don Ciccio’ come persona modesta e onesta.

Per anni, ha spiegato Paci,. “l’attenzione si focalizzò su Mariano Agate, indicato erroneamente come capo della provincia di Trapani, trascurando la figura di don Ciccio Messina Denaro”, su cui si erano invece soffermati “validi investigatori come Rino Germanà”, poi sfuggito a un agguato sul lungomare di Mazara nel settembre 1992. Per dieci anni , ‘don Ciccio’, ha ribadito Paci, “fu non solo il capo del mandamento di Castelvetrano, ma anche di tutta la mafia trapanese”, ha detto il pm Paci.

L’eredità fu raccolta dal figlio Matteo che, dopo aver condotto le faide di Alcamo e Partanna, nell’autunno 1991 affiancò Totò Riina partecipando alla missione romana del febbraio-marzo novantadue per uccidere Falcone nella capitale e seguendolo fino alle stragi del 1992. Proseguendo con quelle al nord del 1993, di Firenze e Milano, per cui è già stato condannato all’ergastolo.

Fonte agi.it

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