La terra dove regna il silenzio (L’editoriale)

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Mafia: a pochi giorni dal blitz antimafia di Castellammare del Golfo, un’altra indagine che tocca un’altro Comune, quello di Paceco. Due sindaci indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Mentre sembra che il capitolo politica-malaffare non è ancora del tutto emerso

Spesso raccontare come stanno le cose diventa un esercizio scomodo per le risentite reazioni che si ricevono. Ma l’importante è continuare a raccontare, ma bene. Pur sempre amaramente però, perché siamo cittadini di questa terra, e vorremmo ben altri atteggiamenti e comportamenti da parte di chi ci amministra e sopratutto da parte della società civile che spesso resta silenziosa, priva di capacità ad indignarsi. Quasi mostrando l’assurda consapevolezza che non si possa vivere senza quei comportamenti illeciti, coperti spesso da un manto di perbenismo e da una legalità il cui rispetto viene recitato come un mantra. Ci sono due indagini dei Carabinieri, dapprima “Cutrara” e poi il blitz di ieri, che sembrano essere altrettante code all’indagine principale che è rappresentata dall’operazione “Scrigno” sempre condotta dai militari dell’Arma: l’operazione che mise in evidenza il ritorno in auge di alcuni boss mafiosi tornati liberi e che si stavano occupando della riorganizzazione del mandamento di Trapani. Aiutati da un politico loro riconoscente, l’ex deputato del Pd Paolo Ruggirello, e che avrebbero avuto come clienti elettorali anche altri soggetti, come il braccio destro di Ruggirello, il prof. Franco Todaro. Boss che si interessavano dei loro vecchi affari, controllo del voto elettorale compreso. Viene da pensare ad alcuni anni addietro, all’elezione amministrativa a Trapani, quella del 2017, finita col forfait elettorale dopo che i candidati considerati maggiorenti, il sen. D’Alì e l’on. Fazio, furono travolti da provvedimenti giudiziari pesanti. Fazio arrivato nonostante gli arresti domiciliari al ballottaggio si ritirò lasciando da solo il concorrente, Piero Savona. Gli elettori al secondo turno disertarono le urne e la città rimase senza sindaco eletto. Lo avrebbe avuto un anno dopo, l’attuale primo cittadino Giacomo Tranchida. Ecco durante quella campagna elettorale del 2017, che riguardava altri Comuni, come Erice, denunciammo che il territorio era invaso dai boss tornati liberi, e qualcuno, anche tra i giornalisti, la prese a ridere. Indicammo anche una serie di nomi legati alla mafia quanto alla massoneria, Mariano Asaro compreso, appena riarrestato. Ma la questione era seria e resta tale. Come dimostrano le indagini da “Scrigno” in poi. Mafiosi liberi tornati saldamente dove si trovavano già prima di essere arrestati e condannati, se non riusciti a far carriera, come nel caso degli ultimi degli arrestati, i capi mafia Ciccio Domingo detto “Tempesta” e Mariano Asaro, il mafioso odontotecnico. I due non si vogliono un gran bene, però continuavano a trafficare. Ma queste indagini, e qualche altro rapporto investigativo per adesso rimasto senza conseguenze giudiziarie, una informativa della Squadra Mobile di Trapani, dimostrano che i boss non sono rimasti con le mani in mano, riprendendo anche a tessere le tele di un tempo, quelle con i politici, che più o meno consapevolmente si appoggiavano a loro o ad emissari, che pur non risultando mafiosi erano pur sempre appartenenti al mondo della criminalità organizzata. Soldi in cambio di voti. Abitudine non nuova a leggere per esempio i verbali resi da uno dei protagonisti delle compravendite elettorali, il trapanese Pietro Cusenza, arrestato nel blitz “Scrigno”, che ha chiamato pesantemente in causa l’ex consigliere provinciale Vito Mannina e anche sua figlia Simona che oggi siede al Consiglio comunale di Erice. Poi ci sono le indagini antimafia che hanno riguardato anche l’ex vice presidente del Consiglio comunale di Castellammare del Golfo, Foderà, l’ex presidente del Consiglio comunale di Trapani, Francesco Di Bono (apparso troppo in confidenza col capo mafia Francesco Virga). Poi ci sono ombre che si sono addensate sull’attuale consigliere comunale di Trapani, Alberto Mazzeo e sul consigliere comunale di Erice, Alessandro Manuguerra, quest’ultimo già sotto processo assieme a Mannina senior. Poi si parla anche di indagini sul conto dell’attuale consigliere comunale di Paceco, prima a Trapani, Pietro Cafarelli, anche per lui, nel 2017, 2 mila euro in cambio di voti ed ancora sono finiti nel

mirino degli investigatori per i loro rapporti pericolosi gli ex consiglieri comunali di Trapani, l’ex presidente del Consiglio Peppe Bianco e ancora Nino Bianco. Nell’elenco dei denunciati anche l’ex consigliere comunale di Paceco, Maria Rosa Venturini. Alcune di queste posizioni sono a giudizio, altre sono rimaste al vaglio della magistratura, ma contro tutti loro ci sono pesanti atti giudiziari. Raccontano queste pagine investigative di elezioni avvelenate, inquinate dalla criminalità, di un consigliere comunale appena eletto ad Erice, Francesco Tarantino, costretto a dimettersi dopo aver giurato, di primarie del Pd, dove concorreva Todaro, con alte affluenze “a pagamento”, della criminalità che intercettata diceva che non bisognava fare eleggere a Erice la Toscano perché era peggio del suo predecessore, Tranchida, che a Trapani bisognava tifare per D’Alì o Fazio, perché con Savona non si attaccava bottone, e che a D’Alì si potevano andare a vendere i voti; di personaggi oscuri che transitavano da uno schieramento all’altro, come nel caso del pregiudicato Pietro Diego Pipitone, che tradì il socialista Oddo per schierarsi con la Toscano, di una sorta di galoppini che si muovevano promettendo anche assunzioni, come il caso dell’ex editore Ignazio Grimaldi. E dei capi

mafia che facevano i registi delle operazioni, Franco e Pietro Virga, e 

Francesco Orlando. Scenari che si sono riprodotti anche in altri centri del trapanese, e per qualsiasi tipo di elezione, forse anche l’elezione di un qualsiasi amministratore condominiale, che comunque non rappresenta nemmeno poca cosa. Queste indagini ci dicono infatti che al di là dei risultati elettorali , vincenti o meno , i boss mafiosi strategicamente realizzano alleanze, intese, che funzionano anche quando il candidato non viene eletto. Certo meglio quando ciò avvien

e, ma se ne può fare a meno, se poi c’è sempre chi risponde obbedisco, magari anche in cambio di un compenso. La mafia ha i soldi per realizzare un ambulatorio sanitario a Paceco, per realizzare campi fotovoltaici, centri scommesse, e anche i denari per corrompere. Ecco in questo scenario regna il silenzio, che chi vuol sentire avverte più forte di un boato. Il silenzio degli indagati e quello della società civile, della politica, anche di quella che si definisce pulita, dei testimoni, di chi dovrebbe svelare i segreti e non lo fa, tutto scorre addosso come se nulla fosse. E’ accaduto a Castellammare del Golfo, dove alcune associazioni stanno tentando di incidere col bisturi la società malata, e sta succedendo a Paceco, dove almeno fino a ieri nessuno ha inteso parlare. A leggere poi certe cronache giornalistiche sembra che le indagini riguardano quattro poveri mafiosi, sorvolando sullo spessore degli arrestati. nonostante le veline dei Carabinieri ritrovare sulle cronache le personalità pericolose degli ultimi degli arrestati, Domingo e Asaro, non è stata cosa facile. E si perché scrivendo di loro bisognava anche scrivere dei politici. Due i sindaci indagati, quello di Castellammare Rizzo, e quello di Paceco, Scarcella, ipotesi di reato per concorso esterno in associazione mafiosa. A parte affrontare le loro vicende come è giusto che sia col codice penale alla mano, e sono solo indagati non già colpevoli, nessuno dei due, sostenuti da un largo schieramento, ha deciso di affrontare le proprie vicende sotto i profili dell’etica e della moralità. Questa è una terra dove la questione morale è seriamente messa in pericolo se non già frantumata. E’ questo il primo problema serio, ma non viene affrontato e semmai viene coperto dalla caciara, dai soliti leoni da tastiera. ma c’è anche un altro fenomeno che è quello di alzare, a radiocomando, polveroni, si grida al malaffare, per dare una parvenza di onestà, ma poi dinanzi a casi specifici, quelli certificati dalla magistratura, sopraggiunge il silenzio che copre ogni cosa. Ecco è quel silenzio che è tanto caro a Cosa nostra che col silenzio è diventata potere. I due sindaci indagati hanno deciso di resistere. Loro hanno in mano il pallino del loro futuro, ma diciamo noi anche quello delle cittadinanze, lo ricordiamo perché sembrano averlo dimenticato. Ecco, per finire, l’altra questione è un’altra ancora, la distanza di sicurezza dalla mafia che i politici continuano a non rispettare.Queste indagini raccontano di politici che andavano a braccetto con i boss, li salutavano e li abbracciavano, li ringraziavano per il sostegno nuovo e quello vecchio, li accoglievano nei loro uffici con tanto di uso del prefisso “don”, li incontravano nelle case dei loro familiari, partecipavano a decisioni estorsive o chiedevano aiuto per ritrovare un trattore rubato. Ma quel che è peggio è che alcuni di questi politici nel frattempo partecipavano a riunioni in prefettura sulla sicurezza, incontravano prefetti e comandanti delle forze dell’ordine, con estrema tranquillità, ma dimenticavano di scrollarsi il puzzo che il mafioso magari aveva lasciato loro addosso. Rizzo , sindaco di Castellammare, incontrava Domingo, ritenendolo uno addirittura rinsavito dal carcere, Scarcella, sindaco di Paceco, parlava con don Mariano Asaro mentre presiedeva il Consorzio per la legalità, senza minimamente tenere conto che quel ruolo al pari di quello di sindaco lo avrebbe dovuto indurre a tenersi a debita distanza. Ma si sa la legalità è buona per certuni per organizzare palcoscenici, di questo tipo di cose nessuno si lamenta, se non gli stessi gridare allo scandalo quando magari in città sfilano gli studenti che dicono no alla mafia. Si, finiamo con il capitolo dell’antimafia sociale, quella che infastidisce alcuni e che invece deve crescere, e può crescere. Quell’antimafia che alcuni riconducono a quella dei professionisti, come raccontata da Leonardo Sciascia, vicenda che nei contorni è stata chiarita, ma che alcuni continuano perennemente a tirare artatamente nel dibattito, vicenda citata con malizia e malafede. Non sono parole mie ma dell’ex presidente del Senato Pietro Grasso. Sciascia fu un grande scrittore e garantista, coloro i quali oggi citano malamente quella sua presa di posizione sono solo dei mistificatori e forse anche un po’ malfattori. Qualsiasi sia il pulpito dal quale recitano. Trapani, questa provincia, non può restare ancora quella provincia raccontata da Mauro Rostagno, che per farlo perse la vita, Trapani deve diventare altro, riconquistare la bellezza e il profumo del suo mare, delle sue terre, contro l’olezzo fastidioso della merda mafiosa. I cittadini siano consapevoli che loro possono far cambiare le cose, ogni cittadino onesto faccia rete con l’altro, col suo vicino, col collega, sopratutto parli, denunci, esca dal silenzio, ritroviamoci nelle piazze a parlare di come cambiare le cose. Ma facciamo presto prima che le ombre tornino a distendersi addosso a noi. Altri capi mafia sono pronti ad uscire dai carceri, sempre linfa buona per il sanguinario Matteo Messina Denaro, e la mafia è sempre pronta a rimettere mano alle armi, se ci sono da sottoscrivere nuovi patti, nuove trattative. Solo una società attenta già così solamente renderebbe segnato il futuro di mafiosi, collusi e corrotti e giammai quello delle persone oneste.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.