“Quel terreno è cosa nostra”

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Operazione Ermes 3: i risvolti dell’indagine che ha colpito favoreggiatori del latitante Messina Denaro. I nomi di tutti gli indagati

Un ordine perentorio mandato col classico “pizzino” , la firma però era chiara, nessun alias, quella del latitante Matteo Messina Denaro, destinatari i familiari di un boss di Partanna deceduto da qualche tempo, Alfonso Passanante. Un “pizzino” recapitato attraverso un vecchio compiere, Vincenzo Lo Cascia, pregiudicato per mafia ed estorsioni e che lavorava nei terreni belicina della potente famiglia trapanese dei D’Ali.

Il volere di Messina Denaro era quello che gli eredi di Passanante rinunziassero ad un vasto appezzamento nella ricca contrada Zangara di Castelvetrano, terra di vigneti e oliveti. Il retroscena di questa vicenda fa emergere le ragioni di quell’astio che poco a poco era cresciuto nei confronti di Totò Riina da parte del boss trapanese. I terreni di Passanante erano di fatto di Riina che all’insaputa dei Messina Denaro aveva preso possesso di un altro pezzo di terra confinante, quest’ultimo però finito confiscato, quello dei Passanante era sfuggito al sequestro. Il clan mentre era intercettato dai poliziotti della Squadra Mobile di Trapani ha permesso agli investigatori di apprendere come Messina Denaro a suo tempo avesse esternato nervosismo per il fatto che Riina acquistava terreni a Castelvetrano senza far sapere nulla a lui.

Si spiega così il pizzino trovato nel covo di Montagna dei Cavalli di Corleone, dove si nascondeva Bernardo Provenzano e nel quale Matteo Messina Denaro, firmandosi stavolta Alessio, diceva di riconoscersi in lui e non più nel suo vecchio padrino Riina che frattanto in carcere si lamentava dell’interesse del “figlioccio” per gli affari negli impianti eolici. E’ questo uno spaccato del blitz condotto stanotte nel trapanese dai “cacciatori” della Squadra Mobile diretta da Fabrizio Mustaro. Operazione Ermes 3, la prima retata antimafia condotta dalla Polizia dall’arrivo del nuovo Questore Salvo La Rosa. Due arresti, 11 avvisi di garanzia, perquisizioni, eseguite dai poliziotti anche a casa dell’anziana madre del latitante, Lorenza Santangelo. I “postini” che lavorano per il latitante Matteo Messina Denaro sono ancora diversi, e a portare i “pizzini” da e per il capo mafia ricercato dal 1993 sono anche quei soggetti in passato arrestati, condannati e che una volta liberi si sono rimessi a disposizione della potente cosca trapanese.

Gli arrestati sono stati Giuseppe Calcagno, 46 anni, e Marco Manzo, 55 anni, tutti e due di Campobello di Mazara. Associazione mafiosa, estorsione, favoreggiamento le accuse contestate nell’ordinanza loro notificata, emessa dal gip di Palermo, giudice Claudia Rosini, su richiesta del pool di magistrati della Dda di Palermo, che coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Guido si occupano delle indagini antimafia nella provincia di Trapani. A firmare la richiesta i pm Gianluca De Leo e Giovanni Antoci.

Nell’ordine di cattura figura anche il capo della mafia trapanese, Matteo Messina Denaro, 58 anni, ricercato dal 1993, per lui accusa di tentata estorsione, proprio per il tentativo di prendersi il terreno che fu del boss Passanante. Nell’ordinanza sono ripercorse le tracce dei passaggi di pizzini negli ultimi anni, il segnale del clan era quello dell’arrivo della carrozza, significava che gli ordini del latitante erano giunti a chi di dovere. Incontri in campagna, sotto i pali eolici, per evitare intercettazioni, i “pizzini” letti e poi bruciati. La voce dei mafiosi belicini era uguale per tutti loro, tono sferzante e arroganza nel nome del boss, condivisa la sua strategia ad interessarsi solo della provincia di Trapani, “ognuno nel suo regno deve regnare”. Ma pronti a perpetuare la sceneggiata sul boss uscito di scena, “dicono che c’è ma dov’è?”. L’operazione è stata condotta dagli uomini della Squadra Mobile di Trapani con l’ausilio degli uomini della Questura, deiCommissariati della provincia e dei Reparti Prevenzione Crimine di Palermo e di Reggio Calabria, con unità cinofile e il Reparto Volo di Palermo.
Sono stati impiegati 90 uomini della Polizia di Stato. Sono 11 gli avvisi di garanzia notificati: ai mazaresi Antonino Adamo, 63 anni, Vito Genna, 63, Domenico e Pietro Salvatore Zerilli, 50 e 45 anni, ai campobellesi Giovanni Beltrallo, 53, Gaspare Genna, 41, al marsalese Antonino Stella, 73 anni, ai castelvetranesi Leonarda Furnari, 36, Antonino Italiano, 53, Vincenzo La Cascia, 72, Melchiorre Vivona, 63.

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Rino Giacalone
Rino Giacalone, direttore responsabile e cronista di periferia. Vive nel capoluogo trapanese sin dalla sua nascita. Penna instancabile al servizio del territorio e alla ricerca della verità.