Una toccante testimonianza

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Pizzolungo e quella resistenza e dignità di Margherita

di Enza Rando *

Margherita è la donna che quando le sto accanto mi fa sentire “l’odore” del significato di “resistenza” e “dignità”,  sento proprio l’odore bello, pulito, di bellezza, di generosità e di grande fiducia nella giustizia, fiducia nella ricerca della verità.

Sono onorata di essere amica di Margherita, e sono fortunata di trascorrere “tempo” insieme. Il “tempo” per raggiungere il Tribunale di Caltanissetta, per seguire le udienze del 4 processo che si sta celebrando per la strage di Pizzolungo.

È un “tempo bello e pieno” nel quale una amica/avvocato accompagna una donna/vittima della strage mafiosa terroristica nell’aula di giustizia. Ed è il tempo del “racconto”, il tempo “dell’ascolto”, il tempo della “sua storia” che è la storia della sua mamma Barbara e dei suoi fratellini Salvatore e Giuseppe, ma anche del suo piccolo Dylan, del suo Enrico, di Antonina, di suo fratello Salvatore Giuseppe.

Anche la notte, prima di dormire per stanchezza, continuiamo a raccontarci, io l’ascolto e mi meraviglio e stupisco…Margherita mi parla di speranza e continua a “sorridere alla vita”.

Poi il giorno dopo, con i nostri mezzi raggiungiamo Caltanissetta e mentre attendiamo di entrare in aula osservo lo sguardo di Margherita, io sento una grande inquietudine e tensione perché devo concludere come parte civile. Margherita mi rasserena (poche volte mi è capitato, pur avendo affrontato processi che mi hanno coinvolta, quello dell’omicidio di Lea Garofalo, dell’omicidio di Pierantonio Sandri, dell’omicidio della piccola Lorena, uccisa dopo essere stata violentata, di vivere questa forte tensione).

Concludere come parte civile significa parlare della strage, di Barbara e dei piccoli Salvatore e Giuseppe e anche di una figlia Galatolo Giovanna che accusa il padre Galatolo Vincenzo di aver partecipato alla strage di Pizzolungo, e tutto questo con accanto Margherita, che è stata presente in tutte le udienze.

Dovevo parlare della strage, del corpo dei fratelli e della sua mamma, della atrocità di quanto era successo il 2 aprile del 1985, ma c’era sempre Margherita in quella aula di udienza. Pensavo alle ferite profonde di Margherita, al suo dolore nell’ascoltare le mie parole.

Ho iniziato a parlare con voce “spezzata”, ma ho scelto di scavare, di raccontare il “dolore” di quella terribile strage, ho voluto parlare di Carlo Palermo, magistrato perbene con un fiuto investigativo enorme, ho voluto parlare delle mafie, delle collusioni e connivenze che le mafie hanno intrecciato con uomini infedeli delle istituzioni, delle loro condotte terroristiche e mafiose, del dolore che ha provocato alla famiglia di Margherita, al Giudice Carlo Palermo, ma anche al Paese, alle speranze di una terra nelle quale le mafie si sono radicate ed hanno danneggiato le comunità. Margherita era sempre accanto a me ed io cercavo di trovare sempre la parola giusta per rispettare il suo dolore, per me è stato difficile ed era visibile, e alla fine Margherita mi ha detto “ma eri emozionata”.

La mia discussione è stata interrotta dall’imputato Galatolo Vincenzo, presente in aula in videoconferenza, il quale appena ho iniziato a parlare delle dichiarazioni della figlia Galatolo Giovanna, ha rinunciato a partecipare all’udienza. Anche questo è un segnale.

Al viaggio di rientro ho raccontato a Margherita i progetti che stiamo seguendo in un percorso che si chiama “Liberi di scegliere” e di una donna Anna (chiamo Anna solo perché ogni donna appartiene un nome, anche se è un nome fittizio), in pericolo di vita, che aveva bisogno di allontanarsi dalla città nella quale risiede. Margherita con semplicità e con normalità, mi propone di andare noi due, in auto, a prendere Anna e ad accompagnarla nella città dove si doveva trasferire per scappare dalla ‘ndrangheta. La generosità e il coraggio di Margherita mi hanno fatto pensare, mi hanno ancora di più dato il segnale della fortuna di conoscere Margherita, una donna meravigliosa, pensava ad aiutare Anna che era in pericolo di vita, e doveva vincere la legalità e non la ‘ndrangheta.

Margherita era appena uscita da una difficile, faticosa e complicata udienza nella quale si era discusso della strage nella quale hanno perso la vita la sua giovane mamma Barbara e i suo meravigliosi fratellini Salvatore e Giuseppe e la sua vita e quella del padre è stata stravolta.

Abbiamo trovato insieme la soluzione per allontanare Anna dal luogo di origine e dal pericolo, Anna oggi è al sicuro.

Io e Margherita non avevamo più voglia di “parole”, ma avevamo voglia di passeggiare e guardare la bellezza della città di Palermo. Abbiamo passeggiato lunghe ore, abbiamo guardato, osservato ammirato i colori del tramonto, i colori della cattedrale cui si rispecchiava la luna e il cielo stellato. Siamo entrati in libreria perché con Margherita volevamo respirare l’odore dei libri e Margherita ha comprato un libro per il suo piccolo Dylan ed abbiamo comprato altri “libri”.

Poi il ritorno in aeroporto e il viaggio insieme di rientro notturno, ma eravamo insieme: io accompagnata da una coraggiosa donna che ti fa sentire l’odore del coraggio e della dignità. Alla partenza avevo la sensazione di essere io ad accompagnare Margherita, al rientro era Margherita che accompagna me.

* Avvocato di parte civile e vicepresidente nazionale di Libera

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