Racconti migranti/9. La storia di Eric: “Dopo il terrore in Libia adesso voglio lavorare e costruire qui il mio futuro”

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In viaggio dalla Nigeria fino alla Libia in cerca del padre. Il suo racconto tra dubbi e incertezze sul futuro: “Mai più in Libia, ora cerco lavoro”

(ANSA/AP Photo/Olmo Calvo)

“La vita è imprevedibile e inizialmente non avrei mai pensato di raggiungere l’Italia. Speravo un giorno di ricongiungermi con mio padre, invece non è andata così”. Questa è una storia di coraggio e di speranza, di scelte difficili, ma necessarie. Eric, nome di fantasia, nigeriano di 19 anni, si trova in Italia dal 2016. Tre anni che per lui sembrano una vita. Lui è un ragazzone, sembra più grande della sua giovane età. È maturo, parla bene l’italiano. Sta cercando un lavoro per rifarsi una vita in Italia.

Eric è cresciuto in una famiglia povera, tanti fratelli e tante sorelle. Il padre si è sposato due volte, andando via dalla Nigeria per trovare lavoro. Eric fin da bambino è riuscito a studiare, ma per pagarsi gli studi doveva anche lavorare. Inizia a fare il saldatore, così riesce a mettersi qualcosa da parte. “In Nigeria mi sentivo libero, non stavo male, ma piano piano la vita diventava sempre più difficile. Dopo l’elezione del nuovo Governo la vita era praticamente impossibile. Sono cresciuto con mio padre, mia madre studiava ancora quando ebbe me. Poi, una volta tornata dal periodo di studio, andai da lei. Ero piccolo e volevo tornare a vivere con mio padre, ma lui nel frattempo era andato a lavorare in Libia.” Eric quindi  torna dalla madre con cui resterà cinque anni. Il suo punto di riferimento però era il padre, sentiva il bisogno di raggiungerlo. Rimasto solo, decide di iniziare il viaggio verso una nuova vita. Raggiunge alcuni paesi della Nigeria fino al vicino Niger. Aveva messo da parte un po’ di soldi per il viaggio nel deserto. Dopo alcuni giorni arriva al punto di partenza dei pick-up, direzione deserto. “Eravamo circa una quarantina sul mezzo. Se qualcuno si ribellava all’autista o chiedeva di fermarsi veniva ucciso o buttato giù e lasciato morire. Ricordo di un ragazzo che stava molto male: è stato buttato giù dal pick-up senza esitazione.” Dopo giorni nel deserto Eric arriva in Libia. “In Libia volevo restare per cercare un’occupazione e magari raggiungere mio padre, non conoscevo nessun altro oltre a lui.”

Foto SOS Mediterranee

Eric arriva così a Tripoli e riesce a mettersi in contatto con il padre che manda un taxi a prenderlo. “Ho riabbracciato mio padre dopo tanto tempo, sono rimasto con a casa sua quattro giorni. Lui però non poteva mantenermi, e io nel frattempo ero cresciuto molto dall’ultimo nostro incontro. Non potevo tornare in Nigeria, non avevo documenti e non potevo certamente provare il viaggio al contrario.” Il padre non voleva che il figlio restasse in Libia, la vita era un inferno. Così contatta un amico per fare imbarcare Eric verso l’Europa. “Mi ha promesso che  prima o poi mi avrebbe raggiunto in Italia e provare a lavorare qui o in Germania, insieme. La vita in Libia? terribile”.

Anche se non ha direttamente toccato con mano la violenza dei centri di detenzione, ha raccolto i racconti di amici e ragazzi incontrati durante il viaggio. Conosce bene quello che accade in Libia. I migranti vengono considerati una sorta di bancomat da cui prelevare soldi. Li portano nei centri di detenzione, li costringono a lavorare, li picchiano, li torturano. Da loro chiedono solo una cosa: soldi in cambio della libertà. Se vuoi raggiungere l’Europa non hai altra scelta che passare dalla Libia e dai suoi centri di detenzione dove i diritti umani si annullano. Vengono chiamati in modi diversi: Centri di detenzioni, carceri, ghetti, ma non cambia la sostanza. Pane e acqua a colazione, pranzo e cena. Sono centri illegali in cui quotidianamente vengono violati i diritti umani. Case di cemento trasformate in prigioni. “La Libia è un Paese senza regole in cui regna il caos, l’anarchia. Ho visto ragazzi buttati in mare, sparati e lasciati morire senza un motivo”. La Libia, tra l’altro, non ha firmato la convenzione di Ginevra sull’assistenza ai rifugiati.

“Ragazzi, in maggioranza giovanissimi, bambini, uomini e donne costretti a convivere in pochi metri di spazio”. Ammassati come bestie da spremere fino all’osso. Soldi, soldi e soldi. È questa l’unica cosa che importa ai carcerieri.  Molti restano lì per mesi, e se non hanno i soldi per pagarsi la libertà, sono costretti a sperare che qualcuno li liberi. La fuga è l’unica speranza per chi non può pagare. Spesso sono gli Imam che entrando in contatto con alcuni ragazzi, soprattutto giovanissimi, e li aiutano a fuggire.

Eric si ritrova così in una spiaggia libica, sta per imbarcarsi per l’Italia, anche se non esclude di raggiungere successivamente la Germania. Senza guardarsi indietro sale a bordo. “Mio padre ha pagato il mio viaggio e prima o poi, una volta ottenuti i documenti, entrambi avremmo fatto rientro in Nigeria, per ricongiungerci con il resto della famiglia e ricostruire una vita là, insieme.”

Foto Mare Jonio (Mediterranea Saving Humans) 2019

“Eravamo circa 120 persone, tra donne e bambini. Ero già stato in mare, ma chiaramente ho avuto paura. Il viaggio è stato lungo e tutto era troppo buio. Era buio il mare, il futuro e il mio umore. A farci compagnia soltanto la luna alta nel cielo.” Ogni tanto qualcuno vomitava, altri piangevano. Eric guardava avanti, anche se la paura che la barca potesse bucarsi da un momento all’altro lo terrorizzava. La mattina dopo a recuperarli dal mare una Ong inglese. Restano su quella barca per 10 giorni, poi vengono trasferiti su una seconda barca di soccorso, questa volta italiana. Sbarcano a Trapani. Iniziano i trasferimenti in giro per la Sicilia: prima in una comunità per minori non accompagnati a Marsala. “Lì mi sono trovato molto bene, ho iniziato la scuola e i corsi di alfabetizzazione. Non volevo andare via, ma poi il centro è stato chiuso”. Così viene trasferito a Mazara del Vallo, lì continua a frequentare la scuola e inizia ad andare in palestra. Lui è uno sportivo. Poi ancora i trasferimenti a Strasatti, Petrosino e Castellammare del Golfo. Nel frattempo ha fatto anche qualche lavoretto in campagna, ma è a Marsala che riesce a fare il suo lavoro preferito: il saldatore. “Ho lavorato come apprendista da un anziano del posto, adesso però sto cercando lavoro.” Nel frattempo è stato coinvolto in un progetto di scrittura creativa con gli studenti delle scuole medie: “un progetto davvero molto bello, mi sta regalando tante emozioni. Ho fatto anche altri bei progetti a Balata di Baida e a Castellammare. Mi piace confrontarmi con gli studenti italiani.”

Oggi Eric sta continuando a frequentare la scuola serale per conseguire il diploma. Il padre? Non lo rivedrà più. “Purtroppo è morto. Ucciso durante una rapina in Libia. Ho ricevuto la chiamata nel 2017 da un amico di mio padre che riuscì a contattarmi. Stava finendo di lavorare, era pronto per raggiungermi qui in Italia.” Eric resta di nuovo solo. Questa volta però dovrà cavarsela con le proprie forze. “Vorrei tornare n Nigeria, ma non adesso. Mi piacerebbe restare qua e costruirmi una nuova vita. Ogni tanto sento mia madre e i miei fratelli, loro sono rimasti in Nigeria, ma io vorrei riuscire a costruirmi una famiglia qui in Italia, lentamente sto imparando anche la lingua.” Eric ha il CV sempre con sé, cerca un lavoro per poter essere indipendente. Nel frattempo ha terminato anche un corso di informatica. Gli piace studiare, ma sul futuro ha ancora molti dubbi. Scruta oltre l’orizzonte delle colline siciliane e cerca risposte sul futuro. Di una cosa è certo, non dimenticherà mai quei terribili giorni in Libia e quei racconti di torture e sfruttamento.

La prossima storia sarà pubblicata domenica 2 giugno 2019.

Foto di copertina ANSA.

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Emanuel Butticè
Emanuel Butticè. Castellammarese classe 1991, giornalista pubblicista. Laureato in Scienze della Comunicazione per i Media e le Istituzioni all’Università degli Studi di Palermo con una tesi sul rapporto tra “mafia e Chiesa”. Ama viaggiare ma resta aggrappato alla Sicilia con le unghie e con i denti perché convinto che sia più coraggioso restare.