“Il golpe di Montante”

La relazione della commissione antimafia regionale

di Emanuele Lauria*
“Cos’è stato il “sistema Montante”? Una sorta di costituzione materiale della Regione Siciliana capace di resistere per una lunghissima stagione e di interferire sulla politica e sulla spesa delle istituzioni regionali determinando coalizioni e assetti di governo”. E’ una parte delle conclusioni della relazione della commissione Antimafia sulla vicenda che riguarda l’ex presidente di Sicindustria Antonello Montante, sotto processo per una serie di reati tra cui l’associazione a delinquere: è accusato di essere stato a capo di una rete di spionaggio dedita ad acquisire informazioni riservate (anche mediante accessi abusivi alla banca dati SDI delle forze di polizia), ivi comprese quelle riguardanti l’attività d’indagine che si stava svolgendo nei suoi confronti.

L’amico Alfano
Ma dopo 10 mesi di lavoro e 49 audizioni, la commissione presieduta da Claudio Fava ha messo a fuoco molto altro: soprattutto l’intreccio perverso fra l’ex paladino della legalità ed esponenti istituzionali di altissimo livello: ministri, rappresentanti di spicco delle forze dell’ordine. In commissione è stato sentito anche l’ex titolare del Viminale Angelino Alfano, che non ha rinnegato la sua amicizia con Montante:  “Io ho interloquito da siciliano con un’icona: cioè lui era creduto! E più era creduto, più diventava credibile, e più diventava credibile più era creduto”, ha spiegato l’ex ministro. Che, quando Montante era già indagato per mafia, lo ha voluto all’agenzia per i beni confiscati e non ha fatto poi nulla per rimuoverlo. “La nomina all’agenzia? Fu un’idea mia. Immaginai di mettere un siciliano, un anti mafioso, il responsabile della legalità di Confindustria nazionale  – ha detto Alfano – e, al tempo stesso, uno di comprovata, a quel tempo, competenza manageriale. Poi, venti giorni dopo, c’è stata la rivelazione del segreto istruttorio da parte del giornale e se violavano il segreto istruttorio venti giorni prima non lo nominavo”. Alfano afferma che, prima della notizia dell’indagine per mafia a carico di Montante (poi caduta), nessuno lo aveva informato di quell’imbarazzante pendenza:  “Qualcuno avrebbe dovuto dirmelo, avrebbe dovuto dirlo al Presidente del Consiglio, avrebbe dovuto dirlo al Ministro dell’economia. Noi avremmo dovuto saperlo. Ma la legge lo impedisce. E se qualcuno ce l’avesse detto, avrebbe commesso un reato penale”.

I sette incontri con l’indagato
Eppure, anche dopo che la notizia diventò pubblica, nessuno revocò Montante dall’incarico e lo stesso Alfano, che sedeva al tavolo che fu di Giolitti, stando agli atti giudiziari incontrò sette volte l’indagato: “La mancata rimozione di Montante?  “Eravamo di fronte ad un’iscrizione nel registro degli indagati, divulgata da un giornale, non eravamo in presenza dell’arresto”, spiega l’ex ministro. “Sì, dopo la notizia dell’indagine – ancora Alfano – lo incontrai diverse volte, non ricordo se furono sette… Mi venne a spiegare proprio le ragioni della sua autosospensione dall’agenzia… quando si seppe dell’indagine non ci fu l’unanimità di un coro indignato contro Montante. Tutt’altro… si trattava di un qualcosa di rivelato giornalisticamente, non ci fu, assolutamente, l’idea che si facesse riferimento ad una personalità che da un momento all’altro rischiava di essere condannato per mafia”. D’altronde, scrive la commissione antimafia, “dispiace dover constatare che relazioni e incontri a diversi livelli istituzionali non subirono alcuna battuta d’arresto nel periodo immediatamente successivo all’articolo di Bolzoni e Viviano: tutt’altro, registrarono un picco proprio tra il febbraio e l’ottobre del 2015”.

Le cene con magistrati e prefetti
Quanto fossero estese, le conoscenze di Montante, si evince anche dalla testimonianza dell’ex prefetto Carmine Valente, che cita di nuovo Alfano. Parla delle visite a casa dell’allora presidente di Sicindustria: “Qualche volta sono stato anche da solo ma c’è stato Lari con me, c’è stato il presidente della Corte d’Appello Cardinale, c’è stata la Sava e quando è arrivato una volta a Caltanissetta, in visita, il vicepresidente del CSM, a casa sua (di Montante, ndr) c’è stata una cena con tutti i vertici della magistratura siciliana, erano quindici persone tra cui c’ero io… Lui era anche amico del ministro, amico di Alfano, lo chiamava e qualche volta me l’ha anche passato ed io ho parlato con Alfano. Con la Cancellieri aveva dei rapporti anche pregressi”. I commissari chiedono cosa si dissero il prefetto e Alfano in quella conversazione datata 18 dicembre 2013: “Montante – la risposta di Valente – mi passò Alfano per farmi dire dal ministro che si poteva concludere la mia situazione a Caltanissetta a breve”. Era così potente, il guru dell’antimafia, da fare da intermediario con il capo del Viminale sulla rotazione dei prefetti. Segno eloquente di quello che è stato il sistema Montante, negli otto anni in cui ha determinato i destini delle istituzioni. Siciliane e non.

Fava: c’è stato un golpe in Sicilia
“Per molti anni è esistito un governo parallelo, che ha occupato’militarmente le istituzioni regionali e che ha spostato i luoghi della decisione e di indirizzo politico della spesa”, dice Fava a commento della relazione. “Tutto questo – aggiunge il presidente della commissione antimafia – utilizzando la lotta alla mafia come salvancondotto, la chiave che avrebbe dovuto spalancare ogni porta. Una antimafia dei padroni e degli affari”. Secondo Fava ci sarebbe stato “un “golpe” sotto il profilo democratico, ovvero una diminuzione della funzione della politica”. E ancora: “Siamo di fronte a un sistema che non riguarda solo Montante, un sistema a cui tanti hanno dato benevolenza e complicità. Un sistema che è stato protetto e questa protezione ha attraversato tutti i livelli istituzionali, fino ai punti più apicali”.

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